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Quanto vorrei saper disegnare.

Quanto vorrei saper disegnare. A volte vorrei esserne capace. Davvero. Disegnerei un filo rosso, aggrovigliato. Un filo rosso aggrovigliato dal mio cuore ai tuoi occhi. Disegnerei la follia. Si può? Disegnare la follia? Disegnerei la meraviglia. Che colore ha la meraviglia? Disegnerei con la matita i tuoi lineamenti. Disegnerei la luna, che questa sera era bellissima. E grande, immensa. Non aveva paura, e ha spaventato me, che l’ho sorpresa a splendere, cerchio perfetto, la regina del cielo. Decide tutto, la luna. Comanda energie, detta cicli. Disegnerei le mani. Disegnerei il caos. Un dolcissimo caos senza fine. Disegnerei me. Alice, la chiave. Che l’ho ritrovata e ce l’avevo in tasca. Disegnerei la non paura. Il coraggio. Una favola. Disegnerei una favola, fuori dal tempo. Disegnerei uno squarcio, che si apre in mezzo al cielo, un portale, una via di fuga dal mondo reale. Disegnerei le dita che si intrecciano. Il filo del destino è rosso, chissà perché? Come l’amore, chissà perché? I fili del destino si intrecciano e qualche volta bisogna strapparsi il cuore, per sopravvivere. Qualche volta bisogna fare finta di niente e sorridere. Qualche volta invece si può piangere. Come adesso, di fronte alla luna. Come davanti al foglio di carta, che sa mantenere i segreti. Sia che li scrivi, sia che li disegni.

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Non so

Parole. Parole sussurrate, che si accavallano. Sussurri, bisbigli, silenzio. Voci intense, voci dolcissime che sussurrano parole che non riesco a comprendere. Il pavimento scricchiola. Il profumo dell’incenso riempie l’atmosfera, calda e accogliente. Come il fuoco che crepita nel camino di una baita sperduta, intorno solo bosco, e neve.

Un profumo antico, passato. Un calore antico, passato. Mura di pietra a racchiudere emozioni. Energie. Sensazioni antiche, che una volta erano mie. Che una volta erano tutta me.

Sentire. Sentire i piedi, le gambe, le braccia, le mani, la testa, il respiro. Sentire fuori e sentire dentro. Sentire il pavimento. Sentire l’altro. Sentire me.

Imbarazzi conosciuti e dimenticati. Chiusi a chiave spinti in fondo ad un cassetto. Abbandonati, forse. Ma forse non del tutto rimossi. Movimenti che ritornano, consapevolezze e sicurezze che dal passato si catapultano nel presente e mi investono di un coraggio acquisto che non sapevo di avere. La sua immagine ogni tanto si materializza. Maestra indiscussa di questo antico sentire. Ma io sono nuova.

In punta di piedi sopra a un tappeto di specchi. Cammino lentamente. Mi ascolto respirare. Ho una paura fottuta di rompere gli specchi. Ci si taglia poi, si sanguina. E tutta questa paura, tutto questo sentire, si aggrovigliano nel petto. E se mi taglio? E se mi faccio male? E se rompo tutti gli specchi e faccio male a qualcuno? Trattengo il fiato, ma non posso fare a meno di continuare a muovermi sopra agli specchi. Piano, pianissimo. Dolce, dolcissimo. Il mio cervello ha paura. “Attenta, si rompe! No, non di qua! Facevi bene a stare ferma! Torna indietro! Passa da quella parte!” Avvertimenti continui. Allerta cataclisma. E il cuore invece spinge. Spinge. “Vai. Vai sugli specchi, una volta là saprai cosa fare. Lasciati guidare”. Da chi? Da cosa? Sono pazza. Allora è vero. Sento le voci.

Peró ho cominciato a danzare sugli specchi. Perché non so ballare, ma non posso mica controllare tutto. Ho scelto di fidarmi. Delle voci. Del cuore.

Occhi. Occhi, occhi, occhi. Tantissimi sguardi, carichi di tutto. Il tempo che si ferma. Un istante dura in eterno. Ma per conoscersi bisogna davvero sapere il nome? C’è così bisogno di dire le parole? Un abbraccio, bellissimo. Dolce, spontaneo, inaspettato. Pieno. Che riempie. Un abbraccio che riempie. Come gli occhi, che riempiono la testa e poi scorrono, dentro. Mille occhi, di mille vite, di mille paure, di mille storie, di mille insicurezze, di mille mancanze, di mille amori perduti, di mille coraggi ritrovati, di mille voglie di superarsi, di mille cuori.

L’energia è una sfera di fuoco dai palmi delle mani. Gli occhi calamite. Gli occhi piccoli, bambini. Gli occhi dolcissimi. Gli occhi di tutte le parole non dette. Gli occhi ritrovati nel tempo, che sono sempre stati lì, e non li avevo visti. Gli occhi da togliere il fiato. Che non ci capisci niente, di cosa stai facendo, di cosa stai vivendo. Che non ci pensi, non ci ragioni con la testa, lo senti e basta. E non sai neanche bene che cosa stai sentendo, ma c’è. È un’energia potente che attraverso gli occhi ti scorre nelle vene, nel sangue, nelle cellule, in ogni parte di te e ti si schiude un fiore in grembo. Bianco, come la neve, che se ne frega. Lei se ne frega sempre, copre tutto, e dimentica. Nasconde i suoni, ovatta il mondo, copre i pensieri, e lascia spazio. E rosso, come il sangue. Che è morte e vita insieme. E come l’amore. Che anche lui è morte e vita insieme. Troppo. Tutto troppo.

Emozioni che vibrano dagli occhi alla voce. Silenzio assoluto e fiati sospesi. Ciascuno da solo, unico eppure fuso con tutti gli altri, in un sentire condiviso da togliere il fiato. Emozioni che vibrano nelle parole, che sono finalmente diventate chiare, e raccontano storie. Raccontano speranze, raccontano mondi. Sogni infranti e sogni segreti. Rivelano, raccontano, riempiono. E come si fa poi, a non piangere? A non piangerle, tutte queste emozioni che arrivano dentro?

“Non so se questo fatto di non avere un paio d’ali sia un premio o un castigo.”

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La verità

Io credo che la verità sia breve. E concisa. Arriva tagliente, colpisce senza possibilità di fraintendimenti. La verità è fatta di due o tre parole e ce l’abbiamo dentro. Basta che ci fermiamo un secondo ad ascoltarci. Raccogli il coraggio e ascoltati. Non racconta storie infinite, con frasi arzigogolate. Non fa giri di parole, non conosce perifrasi. Non è da studiare o imparare a memoria. È semplice e immediata. E la sai. Tutti la sappiamo. Arriva dritta al cuore, la verità. Non insegna filosofia sui banchi di scuola. Grida con violenza le cose di cui abbiamo più paura. Perché generalmente sono quelle, le verità che (ci) nascondiamo.

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Gente.

Arriva. La gente. Arriva strafottente. Arrogante. Ambiziosa, con la presunzione di essere capace di coprirla, nella mia mente. Cancellarla. Lasciare andare e dimenticare. E sembra così, ma solo per un po’. Perché la verità è che nessuno mai potrà cancellare le tracce marchiate a fuoco che mi tengo sull’anima.

Arriva. La gente. Insegna. Si scopre. Regala. Spiega. Impara. Scambia. Emoziona. Arriva e sconvolge, la gente. Arrabbia, sorride, litiga, gioisce. Non fa mangiare, non fa dormire, fa essere felice. Arriva la gente e poi va via. Arriva, importante, e poi si dimentica. Arriva a coprire cicatrici, che continuano a vedersi controluce, sulla pelle, sotto, dentro, profonde. Sempre. Arriva e dice di tenerti. Ma sei da sola sempre.

Arriva e se ne va. La gente.

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Perché, chi fosse, o cosa.

Osservo la lama fredda e grigia di questo coltello che mi trapassa la carne. Posso sentire gli invisibili, sottili legami che tengono unite le mie cellule, saltare. Sfilacciarsi e lasciarsi andare al tocco affilato del mio coltello.

Bollente, l’acqua mi scorre sulla schiena, e mi da’ i brividi.

Sangue. Subito, al primo strappo, eccolo, il sangue. Inizia a sgorgare, dapprima timido, lentamente, poi sempre più veloce e in abbondanza. Vederlo mi rasserena. Sono viva. Sono viva e qui, in questo dolore, che finalmente posso sentire sulla pelle.

Perché l’acqua bollente mi da’ i brividi di ghiaccio?

Rosso, scarlatto, poi scuro. Lascia una chiazza sul pavimento. Cade a gocce dal mio avambraccio. Respiro e conto le gocce cadere a terra. Una, e sono viva. Due, e sono qui. Tre, e non mi posso più perdere dentro al mio stomaco, perché il dolore mi riporta qui. Mi vedo. Mi guardo. Ci sono.

Ho provato emozioni fortissime. Mi hanno travolta. Si sono insidiate in ogni parte di me e mi hanno spinto fuori dalle dita milioni di parole.

Un miscuglio indefinito di ansia e panico mi stava divorando il cuore. Il respiro in affanno. Non c’era più aria per me. Nè comprensione, nè amore, nè pace. Non ero al sicuro qui. Mi stavo perdendo nel buco nero che ansia e panico avevano generato intorno al mio cuore. E mi risucchiava. Dovevo fare qualcosa. Dovevo farlo smettere.

E allora ho scritto. Senza capire quello che stavo facendo, ho scritto di qualcuno. Ho scritto di qualcosa, ma non ho mai saputo chi fosse, o cosa.

La rabbia. È così tanta che mi sono dimenticata di averla. Non posso dirla, nè raccontarla. Non la posso vedere, nè gridare. Non la posso prendere a pugni, stringere nei denti, lanciare nel vento, questa fottuta rabbia. Non posso, perché è colpa mia. Mi hanno detto che è tutta colpa mia. Non posso essere arrabbiata, se quello che mi succede è solo tutta colpa mia.

Ho provato sulla pelle paure che non erano le mie. Ho combattuto battaglie, coltivato idee, innaffiato una forza che mi cresceva dentro. Ho cercato consapevolezza e ho trovato la chiave. Senza mai sapere perché. Chi fosse, o cosa.

Allora l’ho appallottolata. Ho ingoiato il nodo che mi stringeva la gola. Ho respirato e spinto giù. In fondo. Nello stomaco. Più in fondo. L’ho nascosta dentro alle viscere, questa rabbia clandestina che non posso far uscire, che non posso permettermi di provare.

Poi il tempo mi è scivolato tra le dita, è corso in avanti senza respiro e mi sono ritrovata qui. Adesso. E tutto, inspiegabilmente, ha cominciato ad avere un senso.

Così è successo di nuovo. La rabbia appallottolata in un punto dimenticato di me è diventata ansia. Ansia e panico, che mi stavano divorando il cuore. Dovevo fare qualcosa. Dovevo farli smettere. La lama, il coltello, il sangue. Solo così sono riuscita a farli smettere.

E ho capito perché. Chi fosse, o cosa.

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L’armadietto di mia figlia.

Avevo promesso a mia figlia che sarei andata a prenderla io all’asilo questa settimana. Non ho potuto fare l’inserimento, non sono potuta andare a prenderla la prima settimana perché usciva alla una, però questa settimana toccava a me. Alle 15.45 sarei dovuta essere là, ad aspettarla e abbracciarla e ascoltarla raccontare come è andata la sua giornata. A vedere il suo armadietto. Ci tiene tanto a mostrarmelo, me lo ripete in continuazione. E invece no. Non ci sono andata questa settimana. E lei mica lo capisce che mi sono cambiati gli orari e sono dovuta venire meno alla mia promessa. Non lo capisce che non è stata una mia scelta. Che non è colpa mia. E così è arrabbiata. E quando mi vede la prima cosa che fa è dirmi di andare via. “Allontanati un po’ da me. Non ti voglio. Vai via. Io qua non ci voglio stare.” Oggi, per esempio, ha pianto dalle 18 alle 21 perché voleva andare dai nonni. Le mancano, ovvio. Non li vede più, per motivi organizzativi. È passata dal trascorrere con loro 11 ore al giorno al vederli un’ora a settimana. Le manca anche la sua cuginetta, con cui litigava sempre. Al cambiamento enorme che l’inizio della scuola dell’infanzia ha comportato, si è aggiunta la nostalgia dei nonni e la delusione che le ho dato io, venendo meno alla mia promessa. Ma il rumore del mio cuore che si spezza mentre lei mi dice di allontanarmi un po’ e andare via, lo riesco a coprire bene. Con la rabbia. Che mi è esplosa questa sera senza controllarla. E non basta dare i pugni al sacco, questa volta. Perché il sacco inghiotte l’ira e scioglie i nervi, ma non fa giustizia. Non cancella l’egoismo e l’arroganza. Non restituisce il tempo. Perché questa volta non sono solamente arrabbiata e stanca. Questa volta c’è di più. Ci sono gli occhioni pieni di lacrime della mia bambina che mi dice: “Ma io sono una piccola..”. Una piccola grande guerriera, che non solo deve affrontare i suoi cambiamenti, ma deve anche fare i conti con la mia vita stronza. Che a prenderla all’asilo non riuscirò mai ad andarci, perché i nostri orari non combaciano.

Concluderei il pensiero con un bel VAFFANCULO, ma risulterebbe davvero troppo banale. E allora confido nel karma.

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Esiste davvero, la magia?

La strega dell’acqua camminava in silenzio, costeggiando il fiume. Si nutriva del rumore dell’acqua che scorre. Le piaceva immensamente. L’acqua che si divideva in onde che si rincorrevano, si tuffavano per diventare schiuma bianca e scivolavano, si accavallavano e si rincorrevano di nuovo per continuare la loro corsa senza fine. Le piaceva osservare i ciottoli sul fondo del fiume. L’acqua limpida e trasparente si mostrava al mondo senza maschere, senza timori, in tutta la sua bellezza, con tutto il suo potere. Esattamente come lei. Solitaria, passava il suo tempo ad ascoltare la vita dei boschi. Ne respirava il profumo, si riempiva gli occhi del verde fitto degli alberi, circondata dal silenzio. Pace. Cinguettio di uccelli e scricchiolio di foglie secche e rami calpestati. Controllava che tutto fosse al suo posto. Teneva in equilibrio le energie del mondo. Lei era quelle montagne, lo scorrere eterno di quelle acque. Lei era quel mondo e quel mondo era lei. Magia. Lei era magia. La magia ancestrale che vive nel cuore delle cose. La magia vitale, l’equilibrio del mondo, l’amore. Che muove tutto. L’amore viveva in fondo agli occhi di quella giovane strega. Nata dall’acqua e dell’acqua guardiana. Nessuno può dominare l’acqua. Nessuno la può controllare. Nessuno può imporle il corso da seguire, perché lei esplode, ed è più forte. Sempre. E nessuno poteva dominare lei. Solo l’amore sapeva guidare i suoi passi. La magia dell’amore brillava come una fiamma di fuoco rosso vivo, in fondo ai suoi occhi. Solo una persona la sapeva vedere. Risvegliare, vivere. Solo la strega del fuoco. La strega del fuoco ballava, di notte. Disegnava le sue danze magiche intorno a fiamme e lapilli che si stagliavano selvaggi verso il cielo di quel posto magico e perduto. La luce del suo fuoco era inferiore solo a quella della luna. Immensa. A dominare il cielo e tutte le sue stelle. Portava i segni, sulla pelle. La strega del fuoco non parlava mai. Scriveva la sua storia e quella del mondo tracciando segni indelebili con un inchiostro speciale. Era così che muoveva la vita, le storie del modo, era così che faceva esistere persone, animali, storie. Tracciando segni. Disegnando. Era così che l’aveva incontrata. Tracciando segni scuri sulla sua pelle bianca. La strega del fuoco e quella dell’acqua si scambiavano storie segrete, nel cuore di quel posto selvaggio, la notte. L’inchiostro di linfa gocciolava deciso dal pennello che Trecy impugnava con coinvolgimento estremo. Per ogni goccia sulla sua pelle, un brivido attraversava il corpo di Sally, scavava nella carne, nelle ossa, ed arrivava lì. Nel punto più profondo di lei a risvegliare onde di brividi nuovi, che sorgevano, si ricorrevano, si tuffavano in schiuma bianca, proprio come la sua acqua. Era così che la magia si nutriva di se stessa, l’energia le attraversava a vortice e l’acqua faceva l’amore con il fuoco. Aveva graffiato la terra umida con forza, Sally, le era rimasta incastrata sotto le unghie. Ne aveva sentito il sapore intenso. Era troppo. Quei brividi erano troppo per lei. Non avrebbe potuto reggerli oltre, la prima volta che li aveva provati. Doveva smettere. Doveva farla smettere subito. Aveva ragione la strega della Terra, non avrebbe dovuto incontrarla. Ma era così curiosa. Delle danze notturne della dea del fuoco, parlavano tutte le creature del bosco. Nessuna però aveva avuto mai il coraggio di assistervi. Lei invece non aveva saputo resistervi. L’aveva vista ballare da dietro il tronco spezzato di un pino, ed era stato come una calamita. Si era avvicinata quasi in uno stato di ipnosi. Doveva toccarla. Le aveva sfiorato con la mano la spalla. Lei l’aveva guardata con gli occhi scuri e di fiamma. Era entrata dentro ai suoi, limpidi e impavidi. E si erano mischiate subito. Sally voleva vivere sulla sua pelle il potere supremo della vita che si origina. Cosa sarebbe potuto succedere se Tracy avesse tracciato su di lei i suoi segni? Cosa sarebbe successo se la forza della vita che nasce si fosse mischiata con quella della vita che scorre, vera e inarrestabile, nell’equilibrio del mondo? Troppo. Era troppa quell’energia vitale. Cominciava a farle male. Doveva farla smettere. Si era voltata di colpo e leaveva afferrato il polso. Tracy l’aveva guardata negli occhi di nuovo e aveva capito. Senza dire una parola, l’aveva lasciata andare via. Ma da allora non erano più state in grado di smettere. Perché dall’unione delle loro forze era nato amore. E avevano bisogno l’una dell’altra. Avevano bisogno di quei brividi. Perché l’amore muove il modo. Perché l’amore è la magia più grande. Così Tracy aspettava Sally nelle notti di luna piena e, senza dire una parola, compivano il loro rito d’amore. E anche il loro mondo traeva nutrimento dall’energia vitale che insieme sapevano generare.

Ci sentiamo, Casomai.

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Ci sentiamo, Casomai.

Voci, volti, emozioni..

Quando scrivi hai in mente sempre un’immagine. Ti costruisci un personaggio nella testa. Definisci i tratti principali del carattere, i dettagli del viso. Decidi, per esempio, se i suoi capelli saranno lunghi o corti, crespi magari, o lisci come non li hai avuti mai. Io decido soprattutto gli occhi. Gli occhi da cui si vede l’anima, sono i miei preferiti. Il profumo, anche. Decido. Creo, come un avatar nella mia fantasia, il personaggio che farà, per un po’, quello che gli dirò di fare. È questa la magia. Dello scrivere. Per questo ci vuole una penna speciale. Una tosta, che scriva bene, deciso, incisivo. Con un grande potere. La mia è sempre incazzata, per esempio. Come malefica. Tradita e buttata via dal vero amore. Mi piace stare in quel mood lì, è quello da cui traggo l’ispirazione. Insomma, dicevo, che per un po’ il personaggio che creo fa come dico io, finché si arriva ad un punto in cui prende vita propria. E allora non lo so più, il perché delle sue azioni. Non so bene che cosa pensa, e nemmeno perché vorrebbe fare una cosa, ma alla fine ne fa un’altra. Inizia a decidere per sè, e io devo lasciarlo andare. Come un figlio, che diventa grande e autonomo, e se poi dimostra di sapersela cavare, saprò di aver fatto un buon lavoro. I miei personaggi sono decisamene andati. Giulia si è persa un po’ per strada, io volevo ucciderla, ma lei niente oh, ha tenuto duro fino alla fine e ha vinto. Siria non lo so dov’è. È stata più stronza di quello che volevo, ma sono sicura che poi se ne è pentita. Comunque, se anche i miei avatar hanno tagliato il cordone ombelicale che ci univa, spezzato il filo che dalle mie dita li muoveva, burattini, e dava loro voce e vita, per rivendicare autonomia e libertà, io li ho cercati. Le ho cercate, Giulia e Siria. Nella vita reale. E ce l’ho pure fatta. Ho trovato gli occhi che volevo, i lineamenti che volevo, la follia che volevo io. Questa energia che mi gira intorno da quando mi sono messa in testa di tirare fuori, anzi no, di lanciare fuori, dal cassetto il mio sogno a forma di romanzo, mi ha regalato PERSONE E AMORE. Persone così folli da assecondare me! Le porto tutte nel cuore. E nella mente. E scrivo forte il mio grazie sperando che arrivi deciso, incisivo e permanente. Sono in arrivo grandi novità per “Ci sentiamo, Casomai.” Sono in arrivo volti, voci, emozioni.