racconti

Una famiglia (premio Intimità 2011)

<<Ciao Ale, com’è andata a scuola?>>

Alessandro si toglie un auricolare dall’orecchio e lo lascia cadere a penzoloni sul petto.

<<Normale.>>

Risponde, alzando le spalle e senza guardarla negli occhi.

Detesta questa domanda, pensa che sia davvero stupida. Continua a tenere nelle orecchie l’altra cuffia del suo Ipod: la musica è così alta che anche sua madre può sentirla perfettamente.

<<Ma non ti rovinerà i timpani quel coso?>> Alessandro sbuffa, si toglie le scarpe, senza slacciarle, e non usa le mani, ma se le sfila con le punte dei piedi. Le abbandona lì, in mezzo alla sala da pranzo, e si trascina in bagno.

Laura sente la porta sbattere e dopo qualche secondo il rumore dello scarico del WC.

<<Cosa c’è da mangiare?>>

<<Pasta al sugo, ti va bene?>>

Alza di nuovo le spalle.

Quando gli viene servito, inizia a mangiare il suo piatto di pasta velocemente e intanto fa zapping con il telecomando, che tiene stretto nella mano destra. Si, perché Alessandro è mancino, proprio come suo padre. Gli occhi fissi allo schermo della TV.

<<Te lo ricordi vero che stasera viene papà a prenderti? Andate a cena insieme.>>

Laura pronuncia questa frase con soddisfazione, è felice che suo figlio possa trascorrere una serata insieme al padre.

<<Ah, è stasera?>>

<<Si, te l’ho detto no, che ha voluto anticipare? Ha chiesto se per noi sarebbe stato un problema, ma gli ho risposto di no.>>

<<Ma il mio compleanno è settimana prossima! O si è scordato anche questo?!>>

Laura sospira. In fondo al cuore sa che Alessandro ha ragione. Mauro, il suo ex marito, infatti, non è quello che si può definire un buon padre. Avevano organizzato questa cena da mesi: lui gli aveva promesso che per il suo sedicesimo compleanno avrebbero trascorso la serata insieme. Poi però, come al solito, ha ritrattato: ha telefonato a Laura qualche giorno fa per dirle che non sarebbe riuscito a mantenere la promessa, a causa di un improvviso impegno di lavoro. È stata lei ad insistere perché la cena fosse almeno anticipata: non avrebbe sopportato di vedere la delusione negli occhi del suo bambino, ancora una volta.

Dopo mangiato Alessandro si alza da tavola, senza dire una parola, va nella sua camera e si butta sul letto.

Sente il cervello vuoto. Non ha voglia di pensare a niente. Non ha più la forza di pensare a niente. Sa benissimo che suo padre, come al solito, si è rimangiato la parola.

Glie l’aveva promesso. Esattamente due mesi fa, l’ultima volta che si erano visti. Si, perché da quando lui e la mamma si erano separati, si faceva sentire pochissimo. E vedere ancora meno. Non ha mai rispettato i giorni di visita stabiliti dal giudice e, per quanto ne possa sapere lui, non ha mai dato a sua madre nemmeno i soldi per il mantenimento.

Gli aveva promesso che avrebbero cenato insieme:

<<Ma non dobbiamo andare per forza in un ristorante, se non ti va..>>

Gli aveva detto.

<<Possiamo andare.. che so, dal MC’Donald se preferisci! Eh? Possiamo fare qualsiasi cosa, tutto quello che vuoi tu. Ti va?>>

<<Certo che mi va!!>>

Lui gli aveva risposto entusiasta. Anche se non dimenticava le bugie, tutte le scuse e le volte che suo padre l’aveva fatto piangere, gli credeva sempre. Pensava sempre che quella fosse la volta buona, che fosse sincero. Sperava sempre che gli volesse almeno un po’ di bene. Adesso Alessandro chiude gli occhi, ma non come per dormire, come per trattenere la rabbia, come per mandare indietro le lacrime. Li stringe forte, chiude i pugni e li picchia sul letto.

Picchia ancora, ancora e poi ancora, fino a quando non ce la fa più, e allora scoppia a piangere.

Perché?! Perchè?! Perché mi fa questo? Perche si comporta sempre così?

Pensa, e non riesce a controllare le lacrime.

Alessandro è certo che suo padre non avrebbe nemmeno voluto anticipare la cena. Probabilmente si era inventato una scusa e la mamma aveva insistito perché si vedessero comunque.

<<Ma a me non va. Io non lo voglio vedere. Non così. Non posso farmi prendere in giro in questo modo!>>

Si asciuga gli occhi con il palmo della mano e si alza in piedi.

È stanco. È davvero tanto stanco.

Esce dalla sua stanza e torna in cucina. Sua madre è seduta, la sedia leggermente spostata per guardare meglio la televisione: “Beautiful”, il suo appuntamento quotidiano.

<<Senti ma’…>>

Laura si gira verso di lui.

<<Io ci ho pensato e.. non mi và. Cioè non mi và di cenare con papà questa sera. Insomma è chiaro che anche stavolta non ha mantenuto la parola, e vederci così, tanto per fare.. non ha senso.>>

<<Ma Ale, è sempre tuo padre..>>

<<Non ho detto che non è più mio padre, solo che questa sera non lo voglio vedere.>>

Laura sospira.

<<Lo avvisi tu, per favore?>>

<<D’accordo..>>

Alessandro va a sedersi sul divano, in salotto, accende la TV, collega la sua X-BOX e la accende. PES: il suo videogioco preferito. Adora il calcio e gli piace giocare anche in modo virtuale.

Sta giocando da una mezz’ora, quando sente suonare il suo cellulare: un SMS. Preme “pause” e guarda il telefono: “Mi ha detto la mamma che stai poco bene e per stasera dobbiamo rimandare. Mi dispiace. Passo verso l’ora di cena per portarti un regalo.”

Sapeva che sua madre non avrebbe avuto il coraggio di dire al suo ex marito che loro figlio non aveva voglia di vederlo e passare del tempo con lui.

Esce dalla cartella “Messaggi Inviati”, blocca la tastiera e si infila di nuovo il cellulare nella tasca dei jeans.

Ricomincia a giocare. Gioca tutto il pomeriggio, ignorando i continui richiami di Laura che gli dice di spegnere e mettersi a fare i compiti.

<<Faccio l’ultima partita e poi vado!>>

<<Che sia davvero l’ultima però! Sono ore che ti sto chiamando! Ma non hai niente da studiare per domani?>>

<<Non lo so! Devo ancora guardare il diario.>>

In realtà Alessandro sa benissimo che domani ci sarà il compito in classe di matematica. Ma lui odia la matematica e oggi non ha proprio voglia di studiare. Lascerà tutto nella mani del destino, lascerà andare le cose come vanno. Forse qualche amica gli farà copiare, magari riuscirà a farsi un bigliettino . Molto più probabilmente tra un paio di settimane tornerà a casa con il solito quattro. Non gliene importa niente. Adesso vuole solo giocare.

La mente si svuota davanti allo schermo della TV, non esiste più suo padre, non esiste più la scuola, non esiste più lui.

Può essere ciò che vuole, con quel joistic tra le mani. Può diventare chi vuole. Può essere come uno dei suoi idoli calciatori, uno forte, uno in gamba. Uno con una vita migliore.

Alle 18.00 è ancora attaccato alla sua X-BOX, sua madre, stanca di continuare a chiamarlo senza alcun risultato, è andata a farsi una doccia. È così immerso nel gioco che non sente arrivare la macchina di Daniele, il compagno di sua madre.

Daniele scende dall’auto, apre il garage e parcheggia. Richiude il garage e sale le scale.

Alessandro si rende conto del suo arrivo soltanto quando sente girare le chiavi nella porta.

Si volta in tempo per vederlo entrare: Daniele è a casa.

<<E tu cosa ci fai ancora attaccato ai videogiochi?>>

<<Eh.. ho appena accesso. Ciao comunque.>>

<<Ciao un cavolo!>>

Daniele sbatte la porta. Appoggia per terra la sua cartelletta d’ufficio, si slaccia le scarpe e va a metterle nella scarpiera, al loro posto. Torna in ciabatte.

<<Saranno come minimo tre o quattro ore che sei lì attaccato come un ebete!>>

Alessandro non risponde. In effetti i tre sacchetti di patatine e la brioche ancora da finire, che ha abbandonato sul divano durante il suo intenso pomeriggio di videogiochi, non lasciano alcun dubbio.

<<Non hai i compiti da fare?>>

<<Si.. cioè, no!>>

<<Ma fammi il piacere!>>

Daniele afferra Alessandro per un braccio e lo costringe ad alzarsi. Poi lo spinge verso il corridoio che porta nella zona notte.

<<Vai subito in camera tua e cerca di studiare qualcosa prima di cena! E non dimenticarti che tocca a te poi ripulire tutto lo schifo che hai lasciato in giro!>>

Gli urla, indicando il divano con tutte le briciole e le cartacce.

Alessandro, ancora una volta, non risponde, e va in camera sua.

Chissà perché sua madre non c’è mai quando capitano queste scene. Vorrebbe che lei intervenisse, per difenderlo.

Odia Daniele. Non lo può sopportare. Lo detesta. Ma cosa vuole da lui? Non è mica suo padre per dirgli quello che deve o non deve fare.

Non ce la fa più. E sa che sua madre non direbbe niente comunque. Se ne sta sempre lì muta, anche quando è presente e vede Daniele che lo rimprovera, lo insulta e lo tratta in questo modo. Non riesce a dire una parola. Cerca sempre di mediare, <<..Per non creare ulteriori tensioni..>>, dice lei. E così finisce che lo giustifica sempre. E lo stesso fa con suo padre.

Ma Alessandro sta male. Sta molo male per questo. Perché si sente solo. Si sente da solo in mezzo a tutto questo schifo. Con Daniele che lo odia e gli dà sempre contro, con suo padre che lo ignora e si dimentica di lui, con sua madre che non ha il coraggio di intervenire e non si schiera mai dalla sua parte.

Si siede alla scrivania e tira fuori il diario dallo zaino: decide di cominciare da italiano. È la meno peggio, tra le materie che deve preparare per il giorno dopo. E poi ha già deciso che non aprirà il libro di matematica.

Ha letto solo le prime righe del riassunto della vita e delle opere di Leopardi, quando suonano al citofono. Sente il motore di un’auto accesa proprio sotto la sua finestra. Si affaccia e riconosce la macchina di suo padre. Vede qualcuno sul sedile del passeggero, forse una donna. Si, è una ragazza, lo capisce dallo smalto alle unghie, infatti dalla sua postazione riesce a vederle soltanto la mano desta, appoggiata al finestrino abbassato.

Sta per uscire dalla stanza per andare ad avvisare sua madre, ma si blocca. Teme che potrebbe imbattersi di nuovo in Daniele, e non ne ha voglia. In effetti non ha nemmeno voglia di vedere suo padre.

Sente la voce di sua madre:

<<Daniele, lascia, vado io!>>

La porta si apre. I suoi genitori si parlano, ma lui non riesce a capire quello che stanno dicendo. Poi sua madre richiude la porta di casa e si dirige verso la sua stanza.

<<Che ti ha detto?>>

Domanda subito Alessandro.

<<Niente, è passato per darti questo.>>

Laura porge al figlio un piccolo pacchetto.

<<Ma non ti ha chiesto di me? Non voleva vedermi?>>

<<Si, ma gli ho detto che eri ancora steso a letto. Ho fatto male?>>

<<No, hai fatto benissimo. Tanto non ci sarei andato comunque a salutarlo.>>

<<Non lo apri?>>

<<Magari più tardi..>>

Appoggia il pacchetto sul letto e aggiunge:

<<Ora devo studiare, sai com’è..>>

E con un cenno del capo indica la porta, riferendosi chiaramente a Daniele, che si trova di là, in cucina probabilmente.

Laura se ne va senza dire altro.

Appena rimane solo, Alessandro si siede sul letto, tra le mani il suo regalo.

“Cosa ci sarà dentro?”

Pensa. È curioso. Vuole sapere cosa gli ha regalato suo padre. Comprandogli quel regalo ha pensato a lui, l’ha fatto per lui!

Strappa la carta senza preoccuparsi di romperla e apre la scatola. Una sveglia. Una sveglia con i colori del Milan.

<<Non ci posso cedere. Come ha potuto farlo?!>>

Alessandro è un interista sfegatato.

Lo è sempre stato, fin da piccolo.

Come ha potuto suo padre non ricordarsi questo?!

Scaraventa la sveglia per terra e picchia un pugno sulla scrivania, più forte che può.

<<Te lo dico io quali sono i suoi improvvisi impegni di lavoro!>>

Grida, pensando alle unghie rosse della ragazza che ha visto poco fa in auto. Poi scoppia di nuovo a piangere, prende a calci la sedia, il letto, i cuscini, tutto quello che gli capita sotto tiro, fino a quando la sua attenzione viene attirata da una fotografia. Si trova lì, sulla mensola, tra i modellini delle auto d’epoca e la sua vecchia collezione di fumetti di “Topolino”.

La prende e si sofferma a guardarla. I suoi genitori e lui, in mezzo a loro. Avrà avuto più o meno tre anni.

Se lo ricorda quel giorno. Avevano fatto un pic-nic sul prato, in riva al lago. Era stata una bella giornata, aveva giocato a pallone con suo padre e poi avevano mangiato insieme un gelato.

“Allora si che eravamo una famiglia.”

Pensa.

Ha sempre desiderato che la sua potesse essere ancora una famiglia unita. Già alle elementari i suoi genitori erano separati, e lui invidiava moltissimo i suoi compagni. Li invidiava quando veniva il loro papà a prenderli dopo la scuola o quando raccontavano delle splendide vacanze trascorse insieme ai genitori. Lui non aveva mai niente di così bello e divertente da raccontare.

Li invidiava fino ad odiarli.

E se la ricordava come fosse ieri la paura, ricordava il terrore che aveva provato i primi tempi quando i suoi genitori litigavano.

Li sentiva discutere dalla cucina, allora alzava il volume della TV, per coprire le loro voci.

Ma si spostavano in sala:

<<Mamma!!>>

Lui ci provava a chiamarli,

<<Papà!>>

a dirgli di smetterla, che non era necessario gridare così forte. Ma non c’era niente da fare, loro non lo ascoltavano.

<<Và in camera tua!>>

Gli urlavano.

E lui correva nella sua stanza e chiudeva la porta. Stava rannicchiato sul letto e spesso si tappava le orecchie con le mani.

Una volta erano entrati anche lì, nella sua cameretta. E allora lui si era messo a piangere, ma loro non lo sentivano. Urlavano e urlavano e papà sembrava davvero molto arrabbiato. Aveva dato un pugno all’armadio e lui quella volta si era spaventato per davvero. Era andato a nascondersi sotto al letto e si era tappato le orecchie per non sentire. Era rimasto lì per molto tempo, perché anche quando avevano smesso, aveva paura ad uscire.

Alessandro tiene stretta quella foto e si butta sul letto.

Pensa che i suoi genitori l’abbiano tradito.

Pensa che anche lui avrebbe avuto il diritto di avere una famiglia. Magari non proprio come quella del “Mulino Bianco”, ma almeno una famiglia.

Pensa che vorrebbe avere un padre. Un padre vero, che, anche non vivendo più sotto il suo stesso tetto, lo chiami per sapere come sta, lo inviti a pranzo da lui, lo porti a vedere la partita. Un padre che sappia per lo meno a che squadra tiene.

Pensa che vorrebbe che sua madre fosse più forte, che non permettesse a Daniele di trattarlo in quel modo.

Pensa che forse, a sedici anni, non dovrebbe avere tutte queste cose a cui pensare.

E, tenendo stretta la sua foto, si addormenta.

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Ma questa volta non aspetterò tanto tempo..

Mi manchi. Mi manchi da morire. Mi manchi ogni secondo delle mie giornate, mi manchi in ogni respiro, mi manchi tanto che a volte sento il tuo profumo, rivedo i tuoi gesti nei miei. Mi affolli la mente e mi riempi l’anima.

Ti sento sempre, non c’è un secondo in cui non ti pensi: tutto mi ricorda te. E vorrei graffiarmi, vorrei farmi male, perché la tua assenza mi tormenta.

Certe volte vorrei abbandonarmi a questo dolore, a questa pazzia, certe volte sono stanca di combattere, di cercare una spiegazione, di cercare di gestire queste sensazioni, di sforzarmi per non pensarti, per non avere questo soffocante bisogno di te. Perché non ha senso respirare, se tu non ci sei.

Mi piace tutto di te. Mi piace come parli, mi piace come ti muovi, mi piace quando scrivi sull’agenda quello che devi fare per non dimenticarlo. Mi piace come apri il pacchetto delle fette biscottate per fare colazione, mi piace quando leggi e mi piace quando cerchi il soggetto giusto per scattare una fotografia. Mi piaci tu.

Mi piaci oltre ogni razionalità, oltre ogni regola.

Mi è rimasto sul polso il tuo elastico per i capelli, sai. E non sono più riuscita a toglierlo. Profuma ancora di te.

Credo che cercherò di non pensarti, e forse un po’ ci riuscirò, ma credo anche che continuerai a scorrere nelle mie vene finché avrò vita, continuerò a sentirmi addosso il tuo profumo e, la notte, graffierò il tuo silenzio.

Ti cercherò in un’altra vita e ti riconoscerò subito, ma questa volta non aspetterò tanto tempo prima di venirti a prendere e portarti via con me.

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Voglio essere per te un rimpianto

Voglio essere per te un rimpianto. Voglio essere il ricordo che non hai mai avuto il coraggio di vivere. Voglio essere quel vuoto che senti nel petto di notte, prima di addormentarti. Voglio essere un rimpianto. L’occasione che hai perso per sempre. Voglio farti piangere, e non sai perché. Che cerchi di scacciare il pensiero di me, ma non puoi e mi ritrovi nascosta dentro a un sogno. E poi voglio diventare un tormento, certe sere d’estate. Quando ti ritrovi da solo, seduto per terra a piedi nudi, che guardi le stelle, senti il vento sulla faccia e ti accendi l’ennesima sigaretta insonne. Voglio diventare il tormento delle mani tra i capelli, della voglia di scappare, dei perché senza risposta, che non ti fanno dormire. Voglio essere l’eterno non riuscire a dimenticare i brividi lungo la schiena, il mio collo che non hai mai baciato, le mani. Voglio essere questo per te. Voglio essere, sempre più consapevole, un rimpianto.

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È così che nasce un’amicizia ?

Camminava lentamente, nella luce nascente di una tiepida mattina d’autunno. Il suo chignon spettinato lasciava cadere qualche ciocca di capelli fucsia sul viso, un velo di trucco, le cuffie nelle orecchie. L’hip hop. Le scorreva nelle vene, i beat di quella musica arrivavano dritti al cuore. E non poteva fare a meno di molleggiare leggermente sulle gambe, dando alla propria andatura una cadenza ritmata e insolita. Per questo tutti la guardavano. Ma non come si guardano quelle fighe, in tacchi e minigonna, quelle che, entrando in un locale, catalizzano l’attenzione dei più, quelle che quando camminano per strada non puoi fare a meno di voltarti e seguirle con lo sguardo. Quelle come Emma, per intenderci. Emma la leader della quarta D, Emma che aveva già la macchina, che aveva le sue amiche fidate e popolari come lei a farle da cornice e i numeri di telefono dei ragazzi più fighi della scuola nella rubrica del cellulare. Emma, che la prendeva in giro. Per i suoi pantaloni larghi, con il cavallo basso. Le scarpe da ginnastica con le stringhe slacciate e le felpe extra larghe in cui poteva rannicchiarsi per nascondersi dal mondo. Per questo tutti la guardavano. Per il suo modo strano di vestire, per il suo essere fuori dagli schemi. Per questo lei li odiava. E se ne stava rannicchiata dentro la sua felpa, con le cuffie e l’hip-hop nelle vene.

Quella mattina, era sabato, era arrivata in anticipo alla fermata del pullman, e l’aveva vista lì, da sola come sempre, Irma. Era di terza, frequentava il liceo artistico, proprio di fronte alla sua scuola. L’aveva vista qualche volta, ma non si erano mai parlate. Gonna di pelle nera, calze a rete, anfibi con le fibie slacciate. Disegnava. China sul foglio, i capelli neri le nascondevano il volto.

Non era di molte parole, specie la mattina presto. Non amava socializzare, forse perché la maggior parte dei coetanei le era ostile, ma aveva deciso di sedersi accanto a lei. Era presto, il pullman che le avrebbe accompagnate a scuola sarebbe arrivato non prima di mezz’ora. Si era seduta distrattamente, si era appoggiata allo schienale per sembrare più a suo agio, e aveva alzato il volume della musica. Eminem le rappava la sua rabbia dentro ai timpani e lei si sentiva bene.

Di tanto in tanto sbirciava il foglio che Irma stava riempiendo con mano sicura. Quanto la affascinava quella strana ragazza, così assorbita dal suo disegno, così silenziosa, così ribelle. Dopo qualche minuto Irma si era finalmente sollevata dal foglio, si era legata i capelli in una coda: la tempia destra era rasata, si intravedeva un tatuaggio.

Mentre lei frugava freneticamente dentro al suo zaino, era riuscita a vedere meglio il disegno che stava facendo: una miriade di fiori dalle strane forme facevano da cornice ad una ragazza guerriera, dai lineamenti dolci, ma con una determinazione tangibile nello sguardo.

“Nausicaa!” Aveva esclamato, prima di potersene rendere conto.

Irma si era voltata di scatto, come se non si fosse ancora accorta di lei, quasi spaventata da quella improvvisa presenza.

“Cosa?” Aveva risposto, con voce tremolante e un velo di stupore.

“Nausicaa nella valle del vento, giusto?” Si era tolta le cuffie e le aveva appoggiate al collo, i bassi della musica sembravano scandire le sue parole, aveva accennato a un sorriso.

“Si! Wow, la conosci?”

“Certo, adoro i film di Miyazaki!”

“Anche io!”

“Disegni da paura… comunque piacere, Arianna.”

Le porgeva la mano, aspettando la sua:

“Io sono Irma.”

Quella era la prima mattina che Irma e Arianna non si erano sedute da sole, in pullman, per andare a scuola.

Quella era la prima mattina in cui Arianna aveva spento la musica.

Quella era la prima mattina in cui Irma aveva completato il suo disegno utilizzando i colori, l’aveva arricchito con sfumature di giallo e verde, aveva dato vita al volto di Nausicaa, con i suoi rapidi tratti e la magia del colore. Il suo primo disegno a colori. Il primo che aveva avuto voglia di completare.

“La prossima settimana ho il saggio di danza, ballo hip hop, ti va di venire a vederlo?”

Aveva azzardato Arianna, appena prima di salutarla per entrare in classe. La campanella stava suonando. Senza aspettare risposta, si era fatta scivolare sulla spalla il suo eastpak nero, l’aveva lasciato cadere a terra e si era inginocchiata per estrarne la Smemo, in cui aveva messo i due biglietti che aveva acquistato per il suo saggio. Quelli che come ogni anno, pensava, non avrebbe regalato a nessuno.

“Ecco, tieni!”

Aveva detto, porgendone uno a Irma, con lo sguardo basso, fisso sulle punte smangiate delle sue Vans grigie.

“Certo che ci vengo!” Aveva esclamato lei, afferrandolo.

“Tieni.”

Le aveva detto poi, allungandole il disegno che aveva terminato durante il tragitto.

L’aveva guardato, Arianna, una volta in classe. Si era persa dentro ai colori dei fiori che Nausicaa, con coraggio e determinazione, era riuscita a far rinascere nel suo laboratorio segreto. Poi, piegandolo per infilarlo dentro alla Smemo, aveva visto una frase, scritta a matita, sul retro:

“È così che nasce un’amicizia?”

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Isa

Non era bella, o meglio, non rispecchiava i tradizionali canoni di bellezza approvati dai più, però era speciale. Aveva qualcosa, non so. Gli occhi cioccolato, scuri e profondi, sempre schivi. Silenziosa, tanto da sembrare sicura, ma abbastanza da farne intuire l’imbarazzo. Giovane. Così giovane e acerba. Ancora impacciata, indefinita, in costruzione. Eppure convinta. Tanto convinta delle sue idee da gridarle al mondo attraverso i suoi piercing, i dread raccolti in un confuso chignon sulla nuca, il suo abbigliamento colorato e inusuale. E quel sorriso. A metà. Accennato appena per poi sparire nello sguardo serio che si difende dal mondo. Il mondo, che forse conosce più di me. Me ne accorgo dal modo in cui mi prende per mano. Un imbarazzo palpabile, trema. Ma non mi lascia. Quasi scocciata mi trascina dietro di lei per mostrarmi la strada da percorrere. Non so come ci sono finita, su questo stretto sentiero di montagna, rasente lo strapiombo, da percorrere nel minor tempo possibile per aggiudicarci la vittoria. Non so come mi sono ritrovata iscritta al torneo, organizzato dal villaggio vacanze, non so come mi sono ritrovata a trascorrere la mia unica settimana di ferie estive in montagna. Io, che la montagna la odio. Ma eccomi qui. In coppia con Isa. La più giovane tra le animatrici. La più silenziosa delle animatrici. E io, sicura del mio essere ormai una donna adulta, mi sento una bambina sperduta, con la mano nella sua. Non mi era sembrato così però, due giorni fa, quando ci siamo ritrovate nello spogliatoio dopo la partita di tennis. Era il suo giorno libero, ma aveva voluto partecipare comunque al torneo. Una fatica assurda, un caldo insopportabile e una confusione inimmaginabile nella mia testa: non ci ho mai capito molto di tennis. A partita conclusa, dopo aver contribuito alla sconfitta della mia squadra, non vedevo l’ora di farmi una doccia. Lo spogliatoio sembrava vuoto, ho riconosciuto poi le sue scarpe da ginnastica, abbandonate sotto la sacca da palestra. Ho preso posto nella doccia accanto alla sua, senza farmi notare. L’acqua calda mi scorreva lungo la schiena, tra i capelli, sul viso. E improvvisamente un profumo intenso di vaniglia mi ha riempito le narici ed è arrivato fino in gola. Seguito da una sensazione di dolcezza immensa. Ho sentito questa ragazzina così vicina. Così piccola e ingenua. Pulita. Così bella, avvolta nel profumo bambino del suo bagnoschiuma alla vaniglia. Così vicina da sfiorarla. Così curiosa da restare a guardarla, a sbirciarne i gesti impacciati mentre si rivestiva, senza parlare. Così vicina perché forse mi ha ricordato me. La me ragazzina. La me impacciata nei gesti confusi. La me che non c’è più. Io che sono donna. Che mi rivesto con sicurezza, che resto nuda senza imbarazzo, che indosso l’intimo abbinato e ho nella sacca anche il phon per i capelli. Non esco più con i capelli bagnati, come facevo da ragazzina, come fa lei. Non esco più perché non va bene, sembro una pazza e poi mi viene il mal di testa.

Non mi era sembrato così, due giorni fa, in quello spogliatoio, dopo la partita di tennis, quando si è voltata e mi ha offerto la sua bottiglia di acqua da bere, sorridendo a metà.

Mi ero sentita forte, grande, sicura, definita, donna, adulta, sexy.

Proprio l’opposto di come mi sento adesso. Fuori luogo, in imbarazzo, spaesata, sporca e di troppo.

La strattono per farla fermare. Si volta, mi guarda con aria interrogativa.

“Senti, io.. mi dispiace, che tu sia capitata in squadra con me. Non so nemmeno perché mi sono iscritta. Io non sono capace, non mi piace, fare queste cose. Non mi piace…”

“Tranquilla, è apposto.” Sorride a metà.

Fa per riprendere a camminare con il suo passo spedito, ma la blocco di nuovo:

“Non lasciarmi, ok?”

Le stringo la mano.

Sorride a metà.

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Il mio divano

“Io ho un divano. Ce l’hanno tutti, lo so. Fatto sta che sono 5 anni che il mio divano se ne sta lì, in sala. E io mi ci siedo pochissimo. 5/10 minuti la sera, per salutare Christian prima di andare a dormire. Basta. Se sto male, forse. Per me potrebbe non esserci, perché non ho tempo. Non ho tempo per avere un divano. Non ho tempo per niente. Io ho un divano e non ho tempo per sedermici sopra a guardare un film. Mi piacevano tanto, i film. Ne guardavo un sacco prima. La sera, il pomeriggio. Mi ci perdevo dentro. Mi piaceva sopratutto Meg Ryan. I suoi li ho visti tutti. Mi ci mangiavo i pop corn caldi al butto, fatti al microonde con Marta. Ci dormivo, sul divano. Nella pausa tra una lezione di fitness e l’altra, con la voce di Vasco in cuffia. Ci mangerei, sul divano. Adesso che ho casa mia. Ci mangerei, ci guarderei la televisione, ci dormirei, ci farei l’amore sul divano. Se avessi tempo. E invece non ho tempo per fare niente. Perché sono sempre al lavoro. Non ho tempo per ascoltare le storie meravigliose che Vera racconta e i disegni che mi mostra, perché devo fare cose, oppure sono troppo stanca per collegare il cervello e darle retta dopo una giornata pesante. Non ho tempo per giocare con Zoe, non ho tempo per portare Panico a fare “il giro della casa”. Non ho tempo per andare a bere il caffè da mia nonna, che lei lo fa buonissimo e quando lo versa mi dice:”Dimmi stop.” E poi quando dico stop va avanti lo stesso e riempie la razza fino all’orlo e dopo ride… ride con quella sua voce squillante che se ci penso mi risuona allegra nella mente. Perché si vive, per non avere tempo? Perché i pochi attimi liberi sono pieni di tutte le cose da fare che non riesci a fare quando non sei libera perché hai altro da fare? Perché il lavoro si prende il meglio di me e lascia le briciole alla mia famiglia, alla mia vita?”

Pensavo questo, poco fa. Mentre sfoderavo il divano urlando di rabbia, piangendo di disperazione, lacerata dalla stanchezza. Pensavo che è la seconda volta che lo sfodero e lo lavo, da sabato a oggi. Prima Panico, poi Zoe, ci hanno fatto la pipì sopra. Nessuno ha fatto apposta. Fatto sta. Che pensavo. Che sono di più le volte in cui l’ho lavato, di quelle in cui mi ci sono seduta sopra.

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Matilde

Ph by Paola Calzi

Apro gli occhi e li richiudo subito: la luce riflessa dalle pareti bianche della stanza mi dà fastidio.
Aspetto qualche secondo e li riapro. L’orologio grigio appeso alla parete di fronte segna le 10.00: non so se è sera oppure giorno. Sono sdraiata in un letto che non è il mio. Provo ad alzarmi, ma la testa comincia a girare e sono costretta a lasciarmi cadere di nuovo sul cuscino. Bianco. Anche le lenzuola sono bianche, con una coperta leggera e ruvida. Qui è tutto troppo bianco.

<<Dove mi trovo?>>

Penso.

Sono confusa, e non ricordo.

Una donna con un camice, bianco, si avvicina al mio letto. È giovane, sulle labbra un rossetto rosso, i capelli ricci, biondi, un taglio troppo corto per dei capelli così crespi. Il suo viso è dolce e sembra gentile. Con voce pacata mi dice:

<<Ciao, Matilde.>>

Non rispondo.

<<Come fa a sapere il mio nome?>>

<<Come ti senti?>>

<<Bene. Credo.. dove mi trovo?>>

<<Sei in ospedale.>>

<<O mio Dio, tesoro, ti sei svegliata!>>

La voce squillante di mia madre copre quella pacata e dolce della donna, che presumo essere un’infermiera. Mi volto: sta correndo verso il mio letto, mi afferra la mano.

<<Ahi!>>

Sento pungere nel braccio. Solo adesso mi accorgo di avere una flebo.

<<O Signore! Scusami, non me ne ero accorta! Come stai?>>

<<Un po’ stordita. Che è successo?>>

L’infermiera è ancora accanto al mio letto, di fronte a mia madre, ci guarda.

<<Sei svenuta. Mi hanno chiamato dalla scuola. Poi è arrivata l’ambulanza che ti ha portata qui. Mi hanno detto che tremavi, sbattevi per terra. Ci siamo presi un bello spavento, sai?!>>

<<La spalliera. È l’ultima cosa che ho visto. Poi buio. Eravamo nell’ora di ginnastica, la prima ora.>>

<<Ma tu sei troppo pallida.>>

Aggiunge. E Poi:

<<Scusi, signorina, è sicura che mia figlia stia bene? Mi sembra così pallida..>>

Mia madre è molto apprensiva. Troppo apprensiva.

<<Controlliamo subito.>>

Dice l’infermiera. Va a prendere uno di quegli aggeggi per misurare la pressione e me lo lega al braccio. Lo sento stringersi sempre di più, poi si sgonfia:

<<60-90, un po’ bassa direi.>>

<<E quindi?>>

Chiede subito mia madre.

L’infermiera si rivolge a me:

<<Per ora pensa a stare sdraiata e riposare. Terrai la flebo. Passo più tardi per il controllo e oggi pomeriggio verrà lo psicologo.>>

Sorride e si allontana.

<<Lo psicologo? Perché? Non mi serve uno psicologo, chiaro?!>>

Le grido. Non risponde.

La testa ricomincia a girare.

Intanto mia madre si è seduta su una sedia, accanto al mio letto.

<<Cosa mi succede, mamma?>>

Le domando.

L’espressione sul suo viso, da angosciata, diventa triste:

<<Non lo so, tesoro mio. Io non lo so. Te l’avevo detto che dovevi mangiare. Mangi troppo poco, non hai più energia.>>

Mi dà fastidio. Quando mi parla con questo tono non la sopporto. Ne tanto meno sopporto quello sguardo. Odio parlare di questo argomento, odio parlare del cibo.

Senza dire più niente, mi giro su un fianco e le do le spalle.

Era stata la professoressa di Scienze a darmi l’idea: si era messa in testa di dedicare una parte del programma all’alimentazione, l’anno scorso.

Ci aveva distribuito delle fotocopie con rappresentata una tabella, grazie alla quale avremmo potuto calcolare il nostro peso forma.

Io sono alta un metro e sessantacinque. Allora pesavo cinquantacinque chili: perfetta, nella media.

Secondo quella tabella la fascia “nella norma” che corrispondeva alla mia altezza poteva andare dai cinquanta ai sessanta chili.

<<.E se, pur rimanendo nella norma, scendessi al limite inferiore?>>

Era una sfida. Era un gioco che avevo deciso di fare con me stessa.

Sono sempre stata molto determinata. Precisa, costante, testarda.

Ho cominciato a ridurre la quantità di cibo che mangiavo e ho eliminato patatine, merende, brioches, crackers fuori pasto; niente focacce, pizze, cioccolato, niente gelato.

Il gelato. Era al primo posto tra le cose che preferivo, una volta.

Ho cominciato subito a perdere peso. All’inizio mi pesavo tutti i giorni: che soddisfazione quando ho perso il mio primo chilo. Ero felice, orgogliosa: ce l’avevo fatta, ci stavo riuscendo. Ero ancora più determinata ad andare avanti.

Poi ho iniziato a perdere il controllo. Sedermi a tavola è diventato angosciante. Se mia madre mi prepara una porzione più grande di quella che ho deciso di mangiare mi innervosisco. Divido in due quello che ho nel piatto, tracciando una linea immaginaria con la forchetta, e ne mangio metà. Non ascolto la mia fame, non ascolto il mio corpo, ascolto soltanto la mia testa: metà.

All’inizio soffrivo la fame. È brutto avere fame, perché riesci a sentire solo i morsi che ti attanagliano lo stomaco, e non puoi pensare ad altro. Faticavo a concentrarmi, a studiare. Per distrarmi mettevo in bocca una gomma da masticare o una caramella, non più di una al giorno, perciò la dividevo e la mangiavo a rate.

Adesso non la sento neanche più, la fame.

Ho cominciato a pesarmi due, tre, quattro, più volte al giorno. Se l’ago della bilancia segna dove dico io allora è una bella giornata, e sorrido. Altrimenti, mi innervosisco e non ho voglia di vedere nessuno.

Devo muovermi, fare attività fisica, per bruciare i grassi. Vado a correre tutti i giorni, almeno dieci chilometri. Se non riesco a correre fuori, faccio la cyclette in casa, oppure vado in piscina a fare le vasche.

Odio mangiare in compagnia, perché tutti mi guardano. E se mi sento osservata, non riesco a dividere tutto precisamente a metà, e rischio di mangiare troppo. Continuo a ripercorrere nella testa quello che ho mangiato, per essere sicura di non aver esagerato, e poi mi innervosisco, e devo muovermi. Se non mi muovo subito ingrasso. Meglio mangiare a casa. Meglio mangiare da sola, perché non sopporto nemmeno lo sguardo dei miei genitori e di mio fratello, quando siamo a tavola: mi pesa addosso.

È passato un anno da quando ho iniziato la mia sfida, adesso peso quarantacinque chili.

Non lo so se ho vinto, ma credo di no. E ho la testa piena di regole che devo seguire, di limiti che mi sono imposta, di paranoie da cui non posso liberarmi.

Tutte le volte che passo davanti a uno specchio mi guardo la pancia. A volte sollevo la maglietta e controllo che, piegandomi, non si formino le pieghe di grasso. E odio le mie maniglie dell’amore, perché quando metto i jeans stretti si vede il grasso in eccesso sui fianchi.

Tutte le sere, prima di dormire, dopo essermi pesata, controllo che si vedano le clavicole e le costole: allora sono magra abbastanza.

<<È qui Matilde?>>

Una voce familiare mi distoglie da questi pensieri:

<<Zia!>>

<<Ciao, piccolina.>>

Mi abbraccia.

<<Ti ho portato un regalo.>>

Si, perché oggi è il mio compleanno: oggi compio diciotto anni.

Mi porge un pacchetto, non tanto grande, blu, con un fiocco verde, e una busta. Dentro c’è una cartolina con stampata una poesia di Madre Teresa:

Vivi la vita

La vita è un’opportunità, coglila.

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, godine.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un’avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila.

Non lo so se ho vinto, ma credo di no.

E non è vero che sono felice, non è vero che mi piaccio. Non sto bene con me stessa, perché non sto bene nella testa. Non vivo. Io non vivo, me ne dimentico, perché sono troppo impegnata a controllare quello che mangio.

E non ricordo nemmeno che sapore ha il gelato.

Alzo lo sguardo. Quando l’infermiera passa in corridoio, la chiamo. Si avvicina.

<<Si ricorda quello che le ho detto prima, riguardo allo psicologo?>>

Annuisce.

<< Ecco, ho cambiato idea.>>

Abbasso lo sguardo e continuo:

<<Credo di averne bisogno..>>

Alzo di nuovo gli occhi.

Il suo sguardo dolce mi rassicura, sorride.

racconti

La cosa giusta 

<<Buongiorno!>> <<Ciao, cosa ti porto? Il solito?>>

Lo vede tutte le mattine. Arriva al bar con la figlia, sempre alla stessa ora, e fanno colazione.

<<Si, grazie.>>

Risponde la vocina della piccola Silvia.

Sandie le fa un sorriso e si allontana verso il bancone.

Lavora qui da quasi due anni. Un lavoro stancante: la mattina fa sempre il primo turno e deve aprire il bar alle sei. Però le piace. Le piace parlare con la gente, le piace l’idea di entrare per un attimo nella giornata delle persone che passano di lì: hanno sempre qualcosa da raccontare. Con la maggior parte chiacchiera del più e del meno. Qualcuno, che è entrato in confidenza, le chiede opinioni e consigli. C’è chi si confida, facendole qualche confessione, e c’è anche chi fa il brillante per provarci con lei. Alla fine è un lavoro divertente.

<<Ecco qui, un caffè macchiato caldo e il succo alla pera, per Silvia.>>

Dice Sandie, appoggiando la tazzina e il bicchiere sul tavolo.

E poi:

<<Manca qualcosa?>>

Chiede rivolta alla bambina, alzando di proposito il tono di voce.

<<Si! La mia brioche!>>

Risponde la piccola.

<<Oh, oh! Ma..eccola qui! Si era nascosta sotto al vassoio, quella monella!>>

Silvia ride, afferra il suo cornetto alla marmellata e lo morde con gusto.

Mirko, il papà di Silva, sorride. Guarda Sandie e la ringrazia, quasi sottovoce.

Le piace quell’uomo. Non sa spiegarsi il perché, ma le piace un sacco. Non è particolarmente bello, ma la affascina. Porta i capelli rasati, magro, non tanto alto. E i suoi occhi. Azzurri, chiarissimi, di ghiaccio.

All’inizio la sua era soltanto curiosità: era rimasta colpita da lui e lo osservava con interesse. Niente di più.

Adesso invece è diverso.

Sente un timido brivido nello stomaco quando incrocia il suo sguardo. Quando gli parla è come a disagio, imbarazzata, i suoi gesti diventano goffi e impacciati.

Pensa spesso a Mirko, anche quando non è al lavoro. Certe volte, durante la giornata, le viene in mente il suo viso, o una frase che le ha detto al bar, e allora si ritrova a sorridere.

Non ha mai visto sua moglie, ma sa che è sposato, perché una mattina ha notato la fede al dito. E ad essere sincera, un po’ le è dispiaciuto.

<<Sandie, scusa?>>

Sta sciacquando le tazze e i bicchieri per metterli nella lavastoviglie e la voce di Mirko la interrompe. Si gira e lo vede dall’altra parte del bancone.

<<Dimmi.>>

D’istinto, abbassa lo sguardo.

<<Mi daresti un’altra brioche?>>

<<Certo, come la vuoi?>>

<<Vuota, grazie.>>

<<Ecco qui.>>

<<Me la metteresti in un sacchetto per favore? La porto via.>>

<<Certo!>>

Sandie prende il sacchetto, vi infila la brioche con qualche tovagliolino di carta e la porge a Mirko da sopra il bancone.>>

Le loro mani si toccano appena e lei prova un leggero imbarazzo. Questo gesto dura poco più di un istante e Sandie si rende conto che Mirko le ha passato qualcosa: le ha lasciato in mano un piccolo pezzo di carta, piegato.

Quando se ne rende conto abbassa di nuovo lo sguardo. È sicura di essere diventata rossa perché sente le guance caldissime.

<<Grazie Sandie. Ci vediamo domani.>>

Mirko sorride, come se niente fosse. Sembra tranquillo, sicuro di sé.

<<Va bene, ciao.>>

Risponde lei sottovoce, senza riuscire a guardarlo negli occhi.

Quando è certa che Mirko e Silvia se ne siano andati, chiede a Luciano, il proprietario del bar, di poter fare una pausa.

Esce a prendere una boccata d’aria e si accende una sigaretta.

Ha messo il biglietto che le ha passato Mirko nella tasca dei jeans. È nervosa. Ma è anche molto curiosa. Lo prende e lo apre:

340-5974321

Un numero di cellulare. Nient’altro.

A questo punto Sandie non sa che cosa fare.

“Cosa significa questo numero?”

Pensa.

“Vuol dire che lo devo chiamare? È il suo numero di cellulare? E perché non ha scritto nient’altro?”

Se ha osato darle questo biglietto, avrebbe almeno potuto scriverle qualcosa, un messaggio.

Ripiega il foglio e lo rimette in tasca. Finisce la sua sigaretta e butta per terra il mozzicone, per spegnerlo con la punta del piede.

Riprende a lavorare, ma è distratta. Continua a pensare a Mirko, al suo biglietto.

Il suo numero di cellulare, quante volte avrebbe desiderato averlo. Quante volte ha fantasticato che lui la chiamasse per darle un appuntamento.

Ma poi? È un uomo sposato, ha una figlia. Cosa crede di fare? È una faccenda troppo complicata:

“Meglio lasciar perdere.”

Pensa. E questa volta ne è davvero convinta.

Quella sera Sandie non riesce a prendere sonno. Si rigira nel letto, è irrequieta.

Infondo lei ha venticinque anni, Mirko ne avrà almeno una decina in più. E soprattutto è sposato. Ha una moglie, e anche una figlia. Ha una vita, una famiglia.

“E chi sono io per rischiare di rovinare tutto questo? Se gli scrivessi, anche solo un sms, potrei causare chissà quale disastro.”

È convinta di questo, ma non riesce a fare a meno di pensare che alla fine è stato lui a farle avere quel numero. E lei adesso ce l’ha. E vorrebbe tanto potergli mandare un messaggio. Forse questo è stato un segno, non l’ha cercato lei. È stato lui a darle il suo numero. Forse questa è un’occasione. La sua occasione. Come succede nei film. E lei non può permettersi di lasciarla sfuggire.

Ciao, sono Sandie..

Ha preso il cellulare e ha scritto di getto. Senza pensare. Ha copiato il numero dal foglietto nello spazio del destinatario e ha premuto invio.

Ha fatto tutto in fretta. Non si è lasciata il tempo di riflettere.

La risposta arriva dopo pochi secondi. Sandie sta camminando nervosamente in tondo nella sua stanza con il cellulare nella mano destra. Lo sguardo nel vuoto.

Che piacere ricevere il tuo sms! Avevo paura che non mi avresti più scritto..

<<Non ci poso credere! Non ci posso credere! Non posso credere che mi stia succedendo!>>

Urla.

È elettrizzata. È felice. Anche se sa che non dovrebbe esserlo.

Ero un po’ indecisa.. ma perché mi hai lasciato il tuo numero?

Scrive con sicurezza, senza inibizione. Attraverso lo schermo del cellulare è tutto molto semplice. Si sente protetta, al sicuro, nascosta dietro al display illuminato del suo Nokia 62100.

Ti va se ci vediamo domani? Magari nel pomeriggio?

 “È arrivato subito al dunque..” pensa. Ma alla fine il suo invito le fa piacere.

Ha ancora un attimo di esitazione: forse sarebbe meglio finirla qui, non rispondergli più. Sarebbe sicuramente meglio così, sarebbe la cosa giusta.

Ma questa volta Sandie non ha voglia di fare la cosa giusta. Vuole soltanto ascoltare il suo cuore.

Può andare. A che ora? Dove?

Ti aspetto davanti all’edicola, quella subito dopo il bar. Alle due?

Ok.

Si ferma a guardarlo da lontano. La sta aspettando, proprio davanti all’edicola, come d’accordo. Guarda l’orologio, sembra nervoso. Effettivamente sono già le due e un quarto e lei non si è ancora fatta vedere.

Forse non ne ha il coraggio.

Ieri era diverso, era più decisa, più sicura, non si sentiva così..piccola.

Ecco, è proprio così che si sente ora Sandie: piccola, una bambina.

E ha paura, paura di stare facendo la cosa sbagliata, paura di non essere abbastanza carina, di non sapere cosa dire. La timidezza e l’imbarazzo prendono il sopravvento ed è quasi decisa ad andarsene.

Continua a osservare Mirko dalla sua postazione, su una panchina nascosta dietro gli alberi del parco, dalla parte opposta della strada.

Due e mezza. Mirko adesso sembra spazientito. Cammina avanti e indietro sul marciapiede guardando di tanto in tanto il suo cellulare.

“Chissà a cosa sta pensando. Magari è preoccupato perché teme sia successo qualcosa. Forse invece è soltanto scocciato e pensa che non avrebbe dovuto perdere tempo con me. Sto perdendo la mia occasione.”

Sandie è combattuta, non sa cosa fare, si sente impotente. Oggi non ha il coraggio di ieri sera. Oggi non può fare altro che starsene lì, impalata su quella maledettissima panchina.

Alle tre meno un quarto Mirko la sta chiamando sul suo cellulare. Lo vede dall’altra parte della strada che si mordicchia il pollice mentre telefona.

Non risponde.

Non riesce a rispondere.

Allora Mirko riaggancia. Prova a richiamarla ancora un paio di volte, senza risultato. Così si infila di nuovo il telefono nella tasca dei jeans e se ne va.

Sandie lo guarda allontanarsi, a testa bassa, le mani in tasca. Ogni tanto dà un calcio a qualche sassolino sul marciapiede, finché svolta l’angolo e lei non riesce più a vederlo.

A questo punto Sandie scoppia a piangere. Piange come una bambina. Rannicchia le gambe sulla panchina e le stringe forte tra le sue braccia. Appoggia le testa sulle ginocchia e piange. Poi i singhiozzi diventano più forti, il mascara cola lungo le guance rigandole di nero, ma non gliene importa niente. Non riesce a smettere di piangere e pensa che è stata una stupida.

Resta lì per molto tempo, fino a quando, stremata, si sdraia sulla panchina, appoggia la testa sull’avambraccio e si addormenta.

Quando si sveglia è già il tramonto. Si sveglia di soprassalto, perché sente la mano di qualcuno accarezzarle i capelli.

Ancora prima di aprire gli occhi, scatta in piedi cacciando un urlo spaventoso.

Poi lo vede. Mirko è lì, davanti a lei, seduto sulla panchina.

Si sente ancora più stupida.

Si siede accanto a lui, ma mantenendo una certa di stanza. Guarda in baso, le sue dita, che con le unghie stanno torturando le pellicine. Con la coda dell’occhio riesce a vedere in parte le gambe di Mirko e le sue scarpe.

Poi finalmente si decide, fa un respiro profondo, e alza lo sguardo:

<<Scusami, mi dispiace tanto. Ero qui, cioè sono sempre stata qui. Non è che non volevo venire all’appuntamento, ma io..non lo so, ho avuto paura, e poi..>>

Mirko non le lascia finire la frase. Prende il suo viso tra le mani e con il pollice le asciuga dolcemente una lacrima.

<<Vieni qui, bambina..>>

Le mani tra i suoi capelli, e la bacia.

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La storia di Francesca_terza parte.

L’aveva vista ballare. Era rimasta a lungo a guardarla ballare. Ma non era come al solito, non era come le volte in cui lei e Catia, andavano in discoteca e si mettevano a fissare una ragazza che ballava strano, solo per il gusto di criticarla, prenderla un po’ in giro, magari imitarla e passare la serata ridendo. Quella volta era diverso, Catia non l’aveva nemmeno notata quella ragazza: era concentrata a riempirsi il piatto di stuzzichini sfiziosi per l’aperitivo di quella domenica sera insolita. Ballava, quella ragazza, dentro alla musica. Ballava con gli occhi chiusi, i capelli biondi cadevano ricci, spettinati sulle spalle e coprivano una buona parte di viso, rivelando i lineamenti dolci da bambina. Era bella, fisico perfetto, sedere mozzafiato, non per niente era circondata da ragazzi di tutte le età, dalle chiare intenzioni comuni, che però lei non degnava di uno sguardo. Era bella cavolo, e si muoveva davvero bene. Un pizzico di invida le punzecchiava lo stomaco.”Ehi, che fai?”

“Ciao Caty, che hai preso di buono?”

“Mmh, prova questi! Sono squisiti: voulavant al ripieno di polpa di granchio”

“Ok. Senti, ma.. L’hai vista quella?”

“Chi, miss maglietta bagnata? Se la tira di brutto, mi sta antipatica solo a guardarla!”

“Mah. A me piace… Buoni comunque i voulavant! Vado a prendere da bere, vieni?”

“Certo, però prima facciamo ancora un giro al buffet!”
In coda per un cocktail al bancone, le loro chiacchiere erano state distratte da una voce troppo alta e scocciata di una donna: “Ho detto di no, grazie!”

Era la ragazza di prima. Un tipo evidentemente ubriaco ci stava provando con troppa insistenza e sembrava non accettare il suo rifiuto. Francesca osservava la scena senza dire nulla. Nemmeno Catia aveva voglia di parlare, in quel momento. Nessuno nel locale sembrava accorgersi di quello che stava accadendo, nessuno gli dava peso, ma Francesca aveva una brutta sensazione.

“Ehi, piccola, non ti arrabbiare. Voglio solo offrirti da bere e chiacchierare un po’.”

Il ragazzo ubriaco si era avvicinato e le toccava i capelli. Lei sembrava sempre più nervosa, e aveva iniziato a frugare confusamente nella borsa.

Lui le stava addosso.

“Caty, io vado.”

“Tu che?”

Senza dare all’amica il tempo di risponderle, Francesca si era diretta verso quella ragazza sconosciuta, con una sicurezza che non pensava le potesse appartenere.

“Eccoti, finalmente! Ma dov’eri finita?”

L’ aveva presa sotto braccio. Lei, zitta, la fissava.

“E poi, scusa, perché non rispondi al telefono? Sono due ore che ti chiamo! Mi ha telefonato Marco, perché non riusciva a rintraccianti. È già fuori che ci aspetta, vieni, dobbiamo andare.” “Ciao caro!” Aveva aggiunto, rivolta al ragazzo ubriaco, rimasto senza più niente da dire. E l’aveva trascinata via. In fretta, con sicurezza e disinvoltura, la teneva stretta sotto braccio e si erano dirette al guardaroba. Di tanto in tanto si voltava per guardare che fine avesse fatto il ragazzo, poi non l’aveva visto più.

“Ecco fatto, salve. Io sono Francesca, piacere! Tu?”

Aveva detto, porgendo la mano alla ragazza sconosciuta: “Ilaria. E grazie. Grazie davvero, come ti è venuta in mente una sceneggiata simile? Mi hai tolta dai casini! Ti devo un cocktail!”

“Minimo! Ma non qui, per stasera ne abbiamo avuto abbastanza, direi.”

“Giusto!”

“C’è un’amica con me, Catia. Vado a chiamarla e ce ne andiamo!”
È stato così che ha conosciuto Ilaria. Più grande di lei, lavora in un centro estetico a milano, in zona navigli. Francesca e Ilaria. Una forza della natura. Una combinazione esplosiva, senza spiegazioni, da togliere il fiato. Una sintonia innata, tale da suscitare la gelosia di Catia. E un po’ anche quella di Daniele. Il vero spettacolo era vederle ballare: sembravano fatte apposta per combaciare, una finiva quello che aveva iniziato l’altra, come se tutto fosse studiato, quando invece veniva assolutamente spontaneo e naturale. Si leggevano dentro. Si sentivano a pelle. e in un batter d’occhio si ritrovano circondate di ragazzi e vittime degli sguardi assassini di tutte le donne del locale. Come si divertivano! Riuscivano sempre a scroccare da bere. Ogni tanto Ilaria si faceva accompagnare a casa da qualcuno. Francesca no, lei era fedele. Lei amava Daniel, così si divertiva e basta.
“Allora? Hai pensato?”

“Pensato cosa?”

Domanda Ilaria, addentando un boccone di mozzarella.

“Al mio racconto!”

“Buona questa caprese! Bella l’idea di cenare in terrazza! Da dove ti è venuta?!”

“Daniel.”

“Ah, come sta? L’hai sentito?”

“Si, mi ha telefonato ieri quando è arrivato. Era contento di essere a casa.”

“E quando torna?”

“Resta per il weekend, poi deve tornare. Sai, gli esami, il nuovo lavoro al pub, io… ”

“Eh già, tu! E quest’estate cosa avete in mente di fare?”

“Non so, mare. Sicuramente mare! Tu?”

“Hai voglia se ci facciamo qualche giorno da me in Sardegna? La casa dovrebbe essere libera!”

“Sarebbe bellissimo! Esami permettendo….”

“Ma si, dai! Al massimo ti porti da studiare!”

“Si certo. Studiare. Io. Con te! Non se ne parla proprio! Me lo

renderesti impossibile! Comunque ok, ci sto!”

Non ha risposto alla sua domanda, non le ha detto se ha in programma qualcosa per l’estate. Non ha risposto, e questo significa che con Claudio sta andando male. Francesca lo sa. A Ilaria non piace parlare di sè. Ne parla solo se non le si chiede nulla e solo quando è lei a deciderlo. Quindi Francesca non domanda, ma ha capito.

“Balliamo sul mondooooooo, possiamo qualsiasi musica!”

Ilaria sta cantando a squarciagola sul piccolo balcone della sala da pranzo. Francesca la guarda, mentre finisce di sparecchiare. Ha le cuffie dell’iPod nelle orecchie, per non dare fastidio ai vicini, vista l’ora, e canta a perdifiato Ligabue, ballando a piedi nudi. Una luna piena, luminosa, grande, e il buio della notte, a farle da sfondo. Sorride Francesca, guardandola ballare. Si ricorda il loro primo incontro.

“Non cambierai mai!”

“Cosa?”

Domanda Ilaria, togliendosi una cuffia.

“Urli come una matta, ti sei accorta?”

Sorride.

“Vuoi un tiro?”

“No, grazie.” E rimette la cuffia.

Restano così, una in silenzio appoggiata alla ringhiera del balcone, che fuma piano la sua sigaretta, nel silenzio della notte, l’altra che balla a piedi nudi con le cuffie nelle orecchie.
“Mi ha fatto piangere.” Parla piano, Ilaria, spostando le una ciocca di capelli dal viso.

“Chi?”

“Il tuo racconto.”

“Davvero?”

“Si. Quindi è bello. È toccante, triste, bello. Sembra vero, coinvolge, ti entra dentro. È così che deve essere. Brava. E fammi sapere se il tipo simpatico e ti contatta.”

“Chi, Tini? Bah!”

Le dà un bacio sulla guancia:”Ciao Franci, ci sentiamo.”

“Sicura che non resti a dormire? Fammi compagnia dai, che senza Daniele ho paura!”

“No, è ora che diventi grande.”

“Uffa!”

“Se hai paura scrivimi. Buonanotte.”

Esce, lasciando la porta aperta, scendendo le scale si infila il casco, chiavi del motorino in mano, shorts di jeans e all star rosse, corre lungo le scale, sbatte la porta d’ingresso. Francesca, dal balcone, fa scattare con il telecomando il cancello elettrico, e Ilaria mette in moto il suo vecchio Booster grigio metallizzato. Il rumore del motore si perde nella notte. Francesca si lascia cadere sul divano, si rannicchia nelle ginocchia e pensa. Pensa che quando va via Ilaria, è sempre come se mancasse qualcosa. Come se ci fosse ancora una cosa che dovevano dirsi, una cosa da fare insieme, che non hanno fatto. E così resta qualcosa in sospeso. E lei aspetta il loro prossimo incontro.

Ho paura.

Le scrive un sms.

Chiudi gli occhi. Respira. Guarda il mare. Il sole che brilla sulle onde, il suo calore sulla pelle, il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, le risate dei bambini che giocano nell’acqua, il profumo della sabbia e della crema solare, lontana, la voce di un uomo che grida”Cocco! Cocco bello!”. Hai ancora paura?

No.

Si tocca i capelli. I capelli che Ilaria le sposta sempre, con quel gesto così affettuoso, così materno. Le piace. La fa sentire coccolata e protetta. Le fa sentire che c’è, con quel gesto. E poi pensa che Daniel le manca sul serio. Sospira, appoggia la testa sul cuscino, lo

abbraccia, e si addormenta.
Sono intorno a una piscina, di notte, a una festa. È estate e ci sono le sdraio. La ragazza è alta più o meno quanto lei, magra, capelli corti neri. Silenziosa, resta sempre un po’ in disparte. Francesca è incuriosita da quella che non sembra una ragazza socievole, anzi un po’ antipatica.

Poi una sfida. Vede la scena da fuori, come se non fosse lei, Francesca, in mezzo alle sdraio e agli ombrelloni, a discutere con quella ragazza, che non ha mai visto, ma sa di qualcuno che già conosce. Hanno avuto da ridire su qualcosa forse, non saprebbe dirlo con certezza. E la ragazza sembra arrabbiata, sembra voglia continuare a litigare, sembra voglia dimostrare qualcosa. La spinge e cade in piscina. La segue e le tiene i polsi stretti con le mani. Poi la guarda negli occhi e dice: “Questo lo so fare solo io” .

E poi strana, totalmente inaspettata, la sua bocca, la sua lingua, lì, sott’acqua, lí, senza nemmeno lasciarle il tempo di capire cosa sta succedendo, senza permetterle di pensare che non la conosce, è totalmente sconosciuta e non sa cosa le sta facendo e se le piace e se lo vuole e che cosa significa e che cosa succederà. Le piace. E stringe forte le sue mani e lei risponde stringendo di più. E c’é. Stringe per dirle che c’è. Che lo sa, lei lo sa quello che Francesca sta sentendo e lo sta facendo apposta e c’è. È li con lei, anche se non sa chi sia. All’ improvviso le viene forte la paura che sia soffocata, sott’acqua per tutto quel tempo. E poi subito pensa quanto sia assurdo che le importi così di quella ragazza che non aveva mai visto prima, che non conosce e che sente inaspettatamente così vicina. Allora apre gli occhi e la guarda. Nel culmine della sua perdizione, la guarda e lascia incompiute tutte quelle sensazioni così intense che l’ hanno travolta in un instante.

“Stai bene?”le chiede.

“Questo non è da ripetere mai più.” Risponde lei con un un sorriso.

Poi esce dall’acqua con i vestiti, tutti di colore nero, fradici, lo sguardo basso, e si allontana.

Rimane così, Fancesca, sconvolta. A pensare quanto dolce, tenera e inaspettata sia quella ragazza che sembra scontrosa, dura e solitaria. Rimane lì, a pensare quanto mondo ha voglia di scoprire ancora di lei.

Poi si sveglia, piano, avvolta nella nuvola di questo strano incontro onirico, e non appena prende coscienza e si stacca dal sogno, Ilaria. La invade un’intesa, ingombrante, chiara sensazione di Ilaria.