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Quanto vorrei saper disegnare.

Quanto vorrei saper disegnare. A volte vorrei esserne capace. Davvero. Disegnerei un filo rosso, aggrovigliato. Un filo rosso aggrovigliato dal mio cuore ai tuoi occhi. Disegnerei la follia. Si può? Disegnare la follia? Disegnerei la meraviglia. Che colore ha la meraviglia? Disegnerei con la matita i tuoi lineamenti. Disegnerei la luna, che questa sera era bellissima. E grande, immensa. Non aveva paura, e ha spaventato me, che l’ho sorpresa a splendere, cerchio perfetto, la regina del cielo. Decide tutto, la luna. Comanda energie, detta cicli. Disegnerei le mani. Disegnerei il caos. Un dolcissimo caos senza fine. Disegnerei me. Alice, la chiave. Che l’ho ritrovata e ce l’avevo in tasca. Disegnerei la non paura. Il coraggio. Una favola. Disegnerei una favola, fuori dal tempo. Disegnerei uno squarcio, che si apre in mezzo al cielo, un portale, una via di fuga dal mondo reale. Disegnerei le dita che si intrecciano. Il filo del destino è rosso, chissà perché? Come l’amore, chissà perché? I fili del destino si intrecciano e qualche volta bisogna strapparsi il cuore, per sopravvivere. Qualche volta bisogna fare finta di niente e sorridere. Qualche volta invece si può piangere. Come adesso, di fronte alla luna. Come davanti al foglio di carta, che sa mantenere i segreti. Sia che li scrivi, sia che li disegni.

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Gente.

Arriva. La gente. Arriva strafottente. Arrogante. Ambiziosa, con la presunzione di essere capace di coprirla, nella mia mente. Cancellarla. Lasciare andare e dimenticare. E sembra così, ma solo per un po’. Perché la verità è che nessuno mai potrà cancellare le tracce marchiate a fuoco che mi tengo sull’anima.

Arriva. La gente. Insegna. Si scopre. Regala. Spiega. Impara. Scambia. Emoziona. Arriva e sconvolge, la gente. Arrabbia, sorride, litiga, gioisce. Non fa mangiare, non fa dormire, fa essere felice. Arriva la gente e poi va via. Arriva, importante, e poi si dimentica. Arriva a coprire cicatrici, che continuano a vedersi controluce, sulla pelle, sotto, dentro, profonde. Sempre. Arriva e dice di tenerti. Ma sei da sola sempre.

Arriva e se ne va. La gente.

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Perché, chi fosse, o cosa.

Osservo la lama fredda e grigia di questo coltello che mi trapassa la carne. Posso sentire gli invisibili, sottili legami che tengono unite le mie cellule, saltare. Sfilacciarsi e lasciarsi andare al tocco affilato del mio coltello.

Bollente, l’acqua mi scorre sulla schiena, e mi da’ i brividi.

Sangue. Subito, al primo strappo, eccolo, il sangue. Inizia a sgorgare, dapprima timido, lentamente, poi sempre più veloce e in abbondanza. Vederlo mi rasserena. Sono viva. Sono viva e qui, in questo dolore, che finalmente posso sentire sulla pelle.

Perché l’acqua bollente mi da’ i brividi di ghiaccio?

Rosso, scarlatto, poi scuro. Lascia una chiazza sul pavimento. Cade a gocce dal mio avambraccio. Respiro e conto le gocce cadere a terra. Una, e sono viva. Due, e sono qui. Tre, e non mi posso più perdere dentro al mio stomaco, perché il dolore mi riporta qui. Mi vedo. Mi guardo. Ci sono.

Ho provato emozioni fortissime. Mi hanno travolta. Si sono insidiate in ogni parte di me e mi hanno spinto fuori dalle dita milioni di parole.

Un miscuglio indefinito di ansia e panico mi stava divorando il cuore. Il respiro in affanno. Non c’era più aria per me. Nè comprensione, nè amore, nè pace. Non ero al sicuro qui. Mi stavo perdendo nel buco nero che ansia e panico avevano generato intorno al mio cuore. E mi risucchiava. Dovevo fare qualcosa. Dovevo farlo smettere.

E allora ho scritto. Senza capire quello che stavo facendo, ho scritto di qualcuno. Ho scritto di qualcosa, ma non ho mai saputo chi fosse, o cosa.

La rabbia. È così tanta che mi sono dimenticata di averla. Non posso dirla, nè raccontarla. Non la posso vedere, nè gridare. Non la posso prendere a pugni, stringere nei denti, lanciare nel vento, questa fottuta rabbia. Non posso, perché è colpa mia. Mi hanno detto che è tutta colpa mia. Non posso essere arrabbiata, se quello che mi succede è solo tutta colpa mia.

Ho provato sulla pelle paure che non erano le mie. Ho combattuto battaglie, coltivato idee, innaffiato una forza che mi cresceva dentro. Ho cercato consapevolezza e ho trovato la chiave. Senza mai sapere perché. Chi fosse, o cosa.

Allora l’ho appallottolata. Ho ingoiato il nodo che mi stringeva la gola. Ho respirato e spinto giù. In fondo. Nello stomaco. Più in fondo. L’ho nascosta dentro alle viscere, questa rabbia clandestina che non posso far uscire, che non posso permettermi di provare.

Poi il tempo mi è scivolato tra le dita, è corso in avanti senza respiro e mi sono ritrovata qui. Adesso. E tutto, inspiegabilmente, ha cominciato ad avere un senso.

Così è successo di nuovo. La rabbia appallottolata in un punto dimenticato di me è diventata ansia. Ansia e panico, che mi stavano divorando il cuore. Dovevo fare qualcosa. Dovevo farli smettere. La lama, il coltello, il sangue. Solo così sono riuscita a farli smettere.

E ho capito perché. Chi fosse, o cosa.

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Alice

Silenzio.

Quanto costa? Quanto costa il silenzio, Alice?

Una lacrima. Forse costa una lacrima. Va bene pago. Una, dieci, cento lacrime.

Però datemi il silenzio.

La notte. La notte vorrei dormire.

Ma anche stare sveglia, per sentire il silenzio.

Mi manca.

Vorrei la notte lunga, lunghissima. La luna e me.

Mi vorrei moltissimo, dove sono?

Alice, dimmi dove sono, per favore?

Mi hai nascosta. Troppo piccola.

Sono diventata troppo piccola per colpa di quel fungo maledetto. E adesso non mi vedo più.

E non so più chi sono.

Perché sono qui?

Che cosa voglio?

Posso?

Posso volere qualcosa?

Dire, fare, baciare, lettera

Testamento.

Alice sei una stronza perché sei andata via.

Mi hai lasciata da sola in una stanza fatta di specchi.

Pazzi.

Non fanno che riflettere. Riflettermi. Riflettere. Parlare. Parole che diventano ronzio incessante dentro la testa.

Nessuna pace. Nessuna pietà.

Smettetela di riflettermi il mio dentro.

Mi si ribalta la mente, altrimenti.

Gira, gira, gira e si confonde.

Mi viene il vomito, così appesa al contrario.

Perdo il filo dei pensieri.

Li perdo, sono usciti.

Se ne sono andati via e di ciascuno me ne rimane metà.

Da sola nella stanza degli specchi con un mucchio di metà.

Metà me.

Metà paura.

Metà odio.

Metà amore.

Metà ansia.

Metà rabbia.

Metà saggezza.

Metà verità.

Metà idee.

Metà sapori.

Metà odori.

Metà carezze.

Metà brividi.

Ho anche metà stomaco.

Metà me.

Alice mi viene il vomito cazzo.

Sta girando tutto quanto e nessuno è capace di fermarlo.

Mamma mamma mamma mamma

Rimbalza sulle pareti della stanza degli specchi.

Dita. Pugnali. Frecce.

Tutti che attaccano e nessuno colpisce.

Non riesco a schivare tutto.

Perché nessuno colpisce, Alice?

Colpisci, così mi addormento.

E magari la stanza smette di girare.

E magari i pensieri ritornano.

Volevo soltanto bere una tazza di tè.

Con il cappellaio matto.

Almeno lui mi capisce.

O forse no.

Forse non lo volevo.

Se mi ridai la chiave, Alice, che l’avevo già trovata una volta cazzo, almeno posso aprire.

Aprire questa cazzo di gabbia, attaccarmi a un palloncino, e volare via.

Che sono così piccola.

Dovrebbe riuscirmi bene.

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Sole e Luna

A sinistra il sole che sorge e inonda le nuvole con la sua luce rosa intenso. Non si fa vedere, ma c’è. Ci sono i suoi raggi che trafiggono sicuri le nuvole e dipingono il capolavoro del mattino. Dalla parte opposta la luna. Bellissima. Avvolta nel blu. Che non è più il blu scuro della notte, ma non è ancora quell’azzurro leggero del mattino. È un blu che sta a metà, ed è unico e bellissimo. Da ieri sera domina maestosa, la regina del cielo. In tutte le sue sfumature. Non ha paura a mostrarsi, perfetta, alta. Ci guarda, piccoli, dalla sua grandezza. È così bella che da rosso fuoco, è diventata argento. Sembra di perla. Con le sue macchie scure, cicatrici sulla pelle, che le donano quel fascino irresistibile. E io lascio che il sole e la luna regnino insieme nel mio cielo, stamattina, li sto a guardare, e mi godo lo spettacolo.

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Stanchezza

Una stanchezza viscerale. Che entra nelle ossa. Che diventa me, e io sei la stanchezza. Che non riesco nemmeno a far combaciare due pensieri in modo che significhino qualcosa. Nella testa galleggiano, come in un fiume inceppato che scorre al contrario, pensieri, parole, sedie, bambini, tavoli, briciole, grida, lacrime, discorsi, abbracci, risate, compiti da portare a termine. E cammino come lo zombie di me stessa. Dico si. Si con la testa a tutto. Mamma come è andata oggi? Si. Ho preso 10 e lode nella verifica di matematica! Si. Sei bellissima mamma! Si. Lo mangi il secondo? Si. E in questo fluttuare di corpi e di voci che mi circonda, cosa penso bene di fare? Appoggiare sul letto, insieme alla borsa, il termos del latte, che, il perché chiedetelo al Cielo, o al Karma, o all’Energia Creatrice, o a Zeus o a Frate Indovino, mi scarrozzo in giro da stamattina. Ed ecco che, due ore dopo, mi rendo conto che il suddetto latte è uscito dal termos ed ha bagnato, in successione: copri piumone, piumone, lenzuolo, traversa, copri materasso, materasso. Ho tentato di togliere la chiazza e l’odore con il cif, la candeggina e lo smacchiatore Grey. Ma è stato inutile. Così sto rilavando tutto quando da capo. Tutto quello che con immensa fatica avevo lavato sabato, che ho fatto il cambio armadi e il cambio letti. E adesso niente, vado a vomitare, perché le lacrime le ho finite.

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Persa

Mi trovo in mezzo a un bosco di alberi tutti uguali e non so da che parte andare. Non so bene quanto dista il primo villaggio abitato dal punto in cui mi trovo. Credevo di stare seguendo una strada e invece non era così. Devo rifare la strada da capo, e non so se ne ho l’energia. Forse sono stata io. A scriverla. Questa storia. Ma certo, la sto scrivendo da anni. Parola per parola, lettera per lettera. L’ho scritta così tanto che alla fine si è avverata. Solo che non vedo il finale. E nemmeno la strada per arrivare al villaggio. Ho la luce di una piccola fiaccola per illuminare il cammino. Però se si riflette dentro allo specchio, la luce raddoppia. E in più c’è la luna. Perché nelle mie storie è sempre notte, si sa. Anche se lo specchio è rotto. E dentro qualcuno si graffia, per non guarire i segni. Labbra morbide mi sfiorano, oppure no. Non mi sfiorano, sono a un millimetro. Fa freddo, però ci sono le lucciole. E mani forti che mi cingono i fianchi. E la mia penna è magica, posso scrivere quello che voglio. Anche se la magia ha sempre un prezzo. E anche se io non sono perfetta. E non so niente. Credevo di sapere tutto e invece sono stata tirata fuori da me e rimessa dentro al contrario. E il mondo a testa in giù è buffo, bello, divertente, angosciante, spaventoso e sconosciuto. E ancora una volta io mi godo lo spettacolo.

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City of Angels

La mia scena preferita di City of Angels dura un soffio. È una patatina fritta che cade per terra, mentre la scarpa da ginnastica distratta del cameriere le passa accanto e si dirige al tavolo del locale, dove Seth sta guardando il suo nuovo amico, ex angelo di cui non ricordo il nome, che si sta sfondando di cibo. È un dettaglio. Perché le scene principali le conosco a memoria. L’ho guardato così tante volte e con tale attenzione, ci sono entrata così dentro, che le scene principali, quelle che vedono tutti, non mi interessano più. Conoscere i dettagli. Come quando Maggie dà un morso ad una pera. Una cosa che è abituata a fare e fa da sempre. Però Seth le chiede com’è. Che sapore ha. “Come, non sai che sapore ha una pera?” Si stupisce lei. “Non so che sapore ha una pera per te.” Spiega lui. E allora lei si accorge per la prima volta di stare mangiando una pera. Ci fa caso. E scopre che la pera è “dolce, succosa, morbida sulla lingua. Granulosa come sabbia zuccherina che si scioglie in bocca.” Ascolta i dettagli. Perché sono loro che fanno la differenza.

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Una parentesi.

Una parentesi fuori dalla vita quotidiana, in cui essere una bambina. Una che fa i capricci e poi viene coccolata comunque. Una che può dire quello che le passa per la testa e va bene perché i bambini possono. Una che basta piangere, e qualcuno arriva ad amare. Una che non deve dare, può anche solo prendere. Una che non deve sempre prendersi cura di tutti e pensare alle cose, ma c’è chi lo fa per lei. Una che può giocare, e non ci sono conseguenze. Ecco cosa.

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Mi hanno detto..

Mi hanno detto che non li posso provare, i brividi. Mi hanno insegnato che qualcosa è giusto, e qualcos’altro invece no. Mi hanno insegnato che ci si comporta in un certo modo, ci si veste in un certo modo e non ci si fanno i tatuaggi. Gli altri dicono che non posso pensare queste cose, non le posso provare. Non vanno bene. Una povera bambina disadattata. Che ha avuto qualche difficoltà con sua madre forse. Una povera bambina egoista e disadattata. Che fa i capricci. Mi hanno detto che non posso farli, i capricci. Che oramai sono grande. Mi hanno detto anche di non dire le parolacce. Di non urlare. Non alzare la voce e anzi, già che ci sei, non ti arrabbiare neanche. La rabbia è per i deboli. Lasciala andare. Anzi no, non farla arrivare nemmeno la cazzo di rabbia. Mi hanno detto che se decidi una cosa, poi non puoi cambiare idea. Hai deciso che scuola fare? Che lavoro fare? Che vita fare? Hai voluto la bicicletta? Hai deciso chi amare? Chi vuoi essere? Non lo sai? Certo che lo sai, non vedi? Sei già decisa. L’hai già deciso tu. Mi hanno detto che se prometti prometti, e le promesse non si infrangono. Mi hanno anche insegnato che si sta divisi in due. Ci sono due fazioni, sempre. Buono e cattivo. Giusto e sbagliato. Maschile e femminile. Dio e satana. Si sta sempre divisi in due. Poi mi hanno detto che è colpa mia. Devo avere qualcosa che non va. Sicuramente ce l’ho. Perché non mi pettino. Mi trucco male. Mi vesto a caso. Non so niente. Ho studiato e poi non ho studiato più. Ho scritto, ma il mio libro non è ancora arrivato cazzo, scrivo, ma a chi cazzo gliene frega di leggere? E perché scrivo? E perché me ne frega che qualcuno legga? Mi hanno detto che devo piacere. Mi hanno detto che le mie emozioni sono sbagliate. Non le devo chiamare. Non le devo vedere. Non le devo sentire. Le mie emozioni. Io. Io che sono ricca solo delle mie emozioni. Che mi bruciano anche le ferite che non mi sono state inflitte. Che mi ardono gli amori dentro allo stomaco. Io non devo sentire. Ahahahahahahaha. Ma come? Le persone normali non sentono così, non pensano così. Mi hanno detto che non devo volere. Non devo rompermi. Non devo piangere. Non devo avere l’ansia. Non devo avere paura. Non devo essere. Mi hanno detto che devo dormire. Non devo pensare. Devo liberare la mente. Da un garbuglio. Di fili intrecciati dai pensieri. Mi hanno detto che non devo aspettare la risposta a un messaggio, che non deve importarmi. Non devo piangere davanti alle cose belle. Devo essere forte. Non devo voler essere come qualcun altro, non deve piacermi un telefilm. Ma chi me l’ha detto? Io? Me lo sono detta da sola? Le persone normali non scrivono queste cose. Però questa sera ho capito una cosa importante. I pazzi si. I matti. Loro possono. Loro possono fare tutto. Dire tutto, pensare tutto, scrivere. Urlare. Arrabbiarsi e gridare. Piangere. Essere tormentati e innamorati. Possono perfino essere Rossella O’hara. Possono tatuarsi e farsi i piercing, e colorasi i capelli di viola. I matti possono essere maschi e femmine, Dio e satana, bianchi e neri, giusti e sbagliati, e tutte le sfumature in mezzo. Possono contraddirsi. Infrangere promesse. Cambiare idea. Provare tutti i colori delle emozioni. E allora voglio essere matta. Come ho fatto a non capirlo prima. Ciao, io sono Robi e sono pazza. Contengo moltitudini, come Whitman. Voglio studiare, non dormo di notte così poi mi viene l’emicrania. E faccio i capricci. E sono gelosa. Sono gelosissima. Sono irrazionale e folle. E dico le parolacce. Ecco. I matti possono fare quello che gli piace. Come ballare e cantare o disegnare. Per ore. Solo perché gli piace. Possono essere dannatamente grati. Possono baciare. Possono essere. Possono rompersi. Perché alla fine i folli sono liberi.