Senza categoria

Alice

Silenzio.

Quanto costa? Quanto costa il silenzio, Alice?

Una lacrima. Forse costa una lacrima. Va bene pago. Una, dieci, cento lacrime.

Però datemi il silenzio.

La notte. La notte vorrei dormire.

Ma anche stare sveglia, per sentire il silenzio.

Mi manca.

Vorrei la notte lunga, lunghissima. La luna e me.

Mi vorrei moltissimo, dove sono?

Alice, dimmi dove sono, per favore?

Mi hai nascosta. Troppo piccola.

Sono diventata troppo piccola per colpa di quel fungo maledetto. E adesso non mi vedo più.

E non so più chi sono.

Perché sono qui?

Che cosa voglio?

Posso?

Posso volere qualcosa?

Dire, fare, baciare, lettera

Testamento.

Alice sei una stronza perché sei andata via.

Mi hai lasciata da sola in una stanza fatta di specchi.

Pazzi.

Non fanno che riflettere. Riflettermi. Riflettere. Parlare. Parole che diventano ronzio incessante dentro la testa.

Nessuna pace. Nessuna pietà.

Smettetela di riflettermi il mio dentro.

Mi si ribalta la mente, altrimenti.

Gira, gira, gira e si confonde.

Mi viene il vomito, così appesa al contrario.

Perdo il filo dei pensieri.

Li perdo, sono usciti.

Se ne sono andati via e di ciascuno me ne rimane metà.

Da sola nella stanza degli specchi con un mucchio di metà.

Metà me.

Metà paura.

Metà odio.

Metà amore.

Metà ansia.

Metà rabbia.

Metà saggezza.

Metà verità.

Metà idee.

Metà sapori.

Metà odori.

Metà carezze.

Metà brividi.

Ho anche metà stomaco.

Metà me.

Alice mi viene il vomito cazzo.

Sta girando tutto quanto e nessuno è capace di fermarlo.

Mamma mamma mamma mamma

Rimbalza sulle pareti della stanza degli specchi.

Dita. Pugnali. Frecce.

Tutti che attaccano e nessuno colpisce.

Non riesco a schivare tutto.

Perché nessuno colpisce, Alice?

Colpisci, così mi addormento.

E magari la stanza smette di girare.

E magari i pensieri ritornano.

Volevo soltanto bere una tazza di tè.

Con il cappellaio matto.

Almeno lui mi capisce.

O forse no.

Forse non lo volevo.

Se mi ridai la chiave, Alice, che l’avevo già trovata una volta cazzo, almeno posso aprire.

Aprire questa cazzo di gabbia, attaccarmi a un palloncino, e volare via.

Che sono così piccola.

Dovrebbe riuscirmi bene.

Senza categoria

Stanchezza

Una stanchezza viscerale. Che entra nelle ossa. Che diventa me, e io sei la stanchezza. Che non riesco nemmeno a far combaciare due pensieri in modo che significhino qualcosa. Nella testa galleggiano, come in un fiume inceppato che scorre al contrario, pensieri, parole, sedie, bambini, tavoli, briciole, grida, lacrime, discorsi, abbracci, risate, compiti da portare a termine. E cammino come lo zombie di me stessa. Dico si. Si con la testa a tutto. Mamma come è andata oggi? Si. Ho preso 10 e lode nella verifica di matematica! Si. Sei bellissima mamma! Si. Lo mangi il secondo? Si. E in questo fluttuare di corpi e di voci che mi circonda, cosa penso bene di fare? Appoggiare sul letto, insieme alla borsa, il termos del latte, che, il perché chiedetelo al Cielo, o al Karma, o all’Energia Creatrice, o a Zeus o a Frate Indovino, mi scarrozzo in giro da stamattina. Ed ecco che, due ore dopo, mi rendo conto che il suddetto latte è uscito dal termos ed ha bagnato, in successione: copri piumone, piumone, lenzuolo, traversa, copri materasso, materasso. Ho tentato di togliere la chiazza e l’odore con il cif, la candeggina e lo smacchiatore Grey. Ma è stato inutile. Così sto rilavando tutto quando da capo. Tutto quello che con immensa fatica avevo lavato sabato, che ho fatto il cambio armadi e il cambio letti. E adesso niente, vado a vomitare, perché le lacrime le ho finite.

Senza categoria

Persa

Mi trovo in mezzo a un bosco di alberi tutti uguali e non so da che parte andare. Non so bene quanto dista il primo villaggio abitato dal punto in cui mi trovo. Credevo di stare seguendo una strada e invece non era così. Devo rifare la strada da capo, e non so se ne ho l’energia. Forse sono stata io. A scriverla. Questa storia. Ma certo, la sto scrivendo da anni. Parola per parola, lettera per lettera. L’ho scritta così tanto che alla fine si è avverata. Solo che non vedo il finale. E nemmeno la strada per arrivare al villaggio. Ho la luce di una piccola fiaccola per illuminare il cammino. Però se si riflette dentro allo specchio, la luce raddoppia. E in più c’è la luna. Perché nelle mie storie è sempre notte, si sa. Anche se lo specchio è rotto. E dentro qualcuno si graffia, per non guarire i segni. Labbra morbide mi sfiorano, oppure no. Non mi sfiorano, sono a un millimetro. Fa freddo, però ci sono le lucciole. E mani forti che mi cingono i fianchi. E la mia penna è magica, posso scrivere quello che voglio. Anche se la magia ha sempre un prezzo. E anche se io non sono perfetta. E non so niente. Credevo di sapere tutto e invece sono stata tirata fuori da me e rimessa dentro al contrario. E il mondo a testa in giù è buffo, bello, divertente, angosciante, spaventoso e sconosciuto. E ancora una volta io mi godo lo spettacolo.

Senza categoria

Mi hanno detto..

Mi hanno detto che non li posso provare, i brividi. Mi hanno insegnato che qualcosa è giusto, e qualcos’altro invece no. Mi hanno insegnato che ci si comporta in un certo modo, ci si veste in un certo modo e non ci si fanno i tatuaggi. Gli altri dicono che non posso pensare queste cose, non le posso provare. Non vanno bene. Una povera bambina disadattata. Che ha avuto qualche difficoltà con sua madre forse. Una povera bambina egoista e disadattata. Che fa i capricci. Mi hanno detto che non posso farli, i capricci. Che oramai sono grande. Mi hanno detto anche di non dire le parolacce. Di non urlare. Non alzare la voce e anzi, già che ci sei, non ti arrabbiare neanche. La rabbia è per i deboli. Lasciala andare. Anzi no, non farla arrivare nemmeno la cazzo di rabbia. Mi hanno detto che se decidi una cosa, poi non puoi cambiare idea. Hai deciso che scuola fare? Che lavoro fare? Che vita fare? Hai voluto la bicicletta? Hai deciso chi amare? Chi vuoi essere? Non lo sai? Certo che lo sai, non vedi? Sei già decisa. L’hai già deciso tu. Mi hanno detto che se prometti prometti, e le promesse non si infrangono. Mi hanno anche insegnato che si sta divisi in due. Ci sono due fazioni, sempre. Buono e cattivo. Giusto e sbagliato. Maschile e femminile. Dio e satana. Si sta sempre divisi in due. Poi mi hanno detto che è colpa mia. Devo avere qualcosa che non va. Sicuramente ce l’ho. Perché non mi pettino. Mi trucco male. Mi vesto a caso. Non so niente. Ho studiato e poi non ho studiato più. Ho scritto, ma il mio libro non è ancora arrivato cazzo, scrivo, ma a chi cazzo gliene frega di leggere? E perché scrivo? E perché me ne frega che qualcuno legga? Mi hanno detto che devo piacere. Mi hanno detto che le mie emozioni sono sbagliate. Non le devo chiamare. Non le devo vedere. Non le devo sentire. Le mie emozioni. Io. Io che sono ricca solo delle mie emozioni. Che mi bruciano anche le ferite che non mi sono state inflitte. Che mi ardono gli amori dentro allo stomaco. Io non devo sentire. Ahahahahahahaha. Ma come? Le persone normali non sentono così, non pensano così. Mi hanno detto che non devo volere. Non devo rompermi. Non devo piangere. Non devo avere l’ansia. Non devo avere paura. Non devo essere. Mi hanno detto che devo dormire. Non devo pensare. Devo liberare la mente. Da un garbuglio. Di fili intrecciati dai pensieri. Mi hanno detto che non devo aspettare la risposta a un messaggio, che non deve importarmi. Non devo piangere davanti alle cose belle. Devo essere forte. Non devo voler essere come qualcun altro, non deve piacermi un telefilm. Ma chi me l’ha detto? Io? Me lo sono detta da sola? Le persone normali non scrivono queste cose. Però questa sera ho capito una cosa importante. I pazzi si. I matti. Loro possono. Loro possono fare tutto. Dire tutto, pensare tutto, scrivere. Urlare. Arrabbiarsi e gridare. Piangere. Essere tormentati e innamorati. Possono perfino essere Rossella O’hara. Possono tatuarsi e farsi i piercing, e colorasi i capelli di viola. I matti possono essere maschi e femmine, Dio e satana, bianchi e neri, giusti e sbagliati, e tutte le sfumature in mezzo. Possono contraddirsi. Infrangere promesse. Cambiare idea. Provare tutti i colori delle emozioni. E allora voglio essere matta. Come ho fatto a non capirlo prima. Ciao, io sono Robi e sono pazza. Contengo moltitudini, come Whitman. Voglio studiare, non dormo di notte così poi mi viene l’emicrania. E faccio i capricci. E sono gelosa. Sono gelosissima. Sono irrazionale e folle. E dico le parolacce. Ecco. I matti possono fare quello che gli piace. Come ballare e cantare o disegnare. Per ore. Solo perché gli piace. Possono essere dannatamente grati. Possono baciare. Possono essere. Possono rompersi. Perché alla fine i folli sono liberi.

Ci sentiamo, Casomai.

Ci sentiamo, Casomai.

Mi trovo davanti al pdf del mio romanzo, editato e impaginato. Fisso lo schermo prima dell’ultima rilettura. Quella prima della stampa. Fisso lo schermo e non ci credo. Che ho scritto un libro. Non ci credo davvero, che posso vivere un sogno.

Grazie a tutti voi che mi avete sostenuta e che mi state aspettando.

Dannatamente grata.

Il romanzo è ancora pre-ordinabile a questo link:

https://bookabook.it/libri/ci-sentiamo-casomai/

A Dicembre arriverà a 🏡, in primavera sarà in 📚 libreria!

Senza categoria

Le parole che scegliamo di non dire

Dove vanno?

Chissà dove vanno a finire

tutte le parole che scegliamo di non dire.

Forse fluttuano nei pensieri per un po’,

prima di essere dimenticate.

Perché ci si dimentica.

Sempre.

Prima o poi.

Di tutto.

Delle sensazioni, soprattutto.

Magari non vogliono morire, le parole che scegliamo di non dire.

E allora s’ingegnano per uscire,

di nascosto

da noi

e volare via.

Per posarsi sulle labbra

di chi è sicuramente

più coraggioso.

Senza categoria

Respiro

Assaggio a piccoli morsi una galletta di riso spalmata di nutella, a testa in giù. E osservo, in silenzio, piccola e arrabbiata.

Un dito sulle labbra.

Piccola e arrabbiata.

Intorno il sole, l’acqua, le risate, il calore, i pensieri fluttuanti.

Osservami. Mantieni gli occhi dentro ai miei, per favore.

Piccola e arrabbiata, osservo.

Cammino verso casa senza guardare indietro e aspetto.

E mentre aspetto, all’improvviso, pugni. Pugni fortissimi. Pugni.

Denti stretti, la testa che scoppia.

Lacrime sdraiate per terra, tra le dita intrecciate e gli occhi bambini.

Pelle di zucchero filato.

Viscerali ondate di morsi pungenti.

Labbra.

Lingua.

Capelli.

Una mano sul viso.

Un nascondiglio di corpi.

Respiro.

Senza categoria

Imprinting

Mi vieni in mente. Sempre. Quando faccio l’amore, mi vieni in mente. Ma non durante, quando l’eccitazione cresce e sto bene, mi vieni in mente un secondo dopo che l’esplosione del piacere mi pervada il corpo. E c’ho provato eh, a mandarti via. Scacciare via il tuo pensiero. Ma niente. È difficile perché lui spinge. Io lo spingo in fondo perché lo vorrei annegare, ma lui galleggia, torna su. Facciamo a pugni per un po’, poi finisce sempre che mi arrendo. Mi arrendo quando mi sento fragile. Perché dopo che le vibrazioni del piacere estremo dilagano, io divento piccola. Bambina. Indifesa e fragile. Mi sono messa a nudo, ho abbassato le difese, mi sono lasciata andare. Il mio corpo non è più soltanto mio. E sono in un’altra dimensione, un soffio fuori da me stessa. Ed è lì. Che ci sei tu. Lì che ti ho incontrato. Quando ero fragile, bambina, indifesa. Quando dovevo ancora imparare tutto. C’eri tu. Il mio imprinting. E come si cancella? Mai. Credo non si cancellerà mai. E forse nemmeno lo voglio cancellare, perché questo è rimasto l’unico momento in cui ti posso incontrare. Mi lascio cullare dalla nostalgia. E piango. Mi manchi. Io cerco con la razionalità di riportarmi alla memoria tutti i perché, tutti i fatti, gli episodi, che mi hanno portata alla conclusione che non sei quello che credevo, che mi hai ingannata. Ma l’emozione che mi sale dallo stomaco è più forte, e vince lei. Vince l’amore. Quel disarmante amore estremo. Io non posso che arrendermi a un amore così. Che non se ne andrà mai. L’amore è eterno cazzo. Una maledizione. Ti amo anche quando ti odio. E questo è assurdo. Ti amo anche se tu non mi hai amata mai. Perché sei il mio amore più grande? Sei così stronzo, testardo, antipatico, odioso, non so nemmeno più chi sei. Che cosa sei. Eppure ti voglio un bene viscerale, ancestrale. Ti sei infilato dentro la mia anima. Quella che si fa sentire nel momento del piacere. Quando depongo le armi e mi ritaglio una parentesi nel tempo. E mi concedo di sentire la tua mancanza. Dio quanto mi manchi. Quanto bisogno ho di abbracciarti. Me lo sogno di notte, che ti abbraccio. Ti voglio un bene molto pericoloso per me. Perché è quel bene che perdona Tutto. E dimentica. Un bene che mi fa così paura, da scappare via. Per non parlare dell’angoscia che mi assale, quando cullata da queste sensazioni, mi rendo conto che da qui all’infinito, non smetterai mai. Di mancarmi. Non smetterai mai, perché non ci sei e non ci sarai più. Ma io continuerò per sempre a volerti così bene. Anche se tu non me ne vuoi. Anche se non ci capiamo mai.

Ci sentiamo, Casomai.

Come ordinare il mio romanzo!!

Accedi al seguente link:

https://bookabook.it/libri/ci-sentiamo-casomai/

Ti apparirà questa schermata:

Seleziona il tipo di formato che desideri (e-book o cartaceo) e premi “pre-ordina il libro”

Ti apparirà la seguente schermata.

Se hai già effettuato la registrazione, accedi con indirizzo mail e la password che hai creato. Diversamente può scegliere se accedere con Facebook oppure creare un account inserendo la tua mail e scegliendo una password!

Ti verrà poi chiesto di completare l’ordine inserendo i tuoi dati e l’indirizzo di consegna (solo per il cartaceo).

Da ultimo dovrai inserire il numero della carta PREPAGATA o DI CREDITO, e i relativi dati(codice e scadenza). Serve quindi essere in possesso di una carta e che questa sia carica. I pagamenti su Bookabook.it sono assolutamente sicuri, la casa editrice opera dal 2014 nel campo, avvalendosi dell’esperienza di grandi professionisti!

Senza categoria

Silenzio.

Tanti piccoli baci sul collo. Da dietro. Le mani intorno ai fianchi, la barba che solletica un po’. Tanti piccoli baci dall’orecchio in giù.

La sigaretta stretta tra due dita della mano destra, il cellulare appoggiato tra l’orecchio sinistro e la spalla, è al telefono. L’odore del fumo riempie l’abitacolo e io lo respiro forte. Abbassa leggermente il finestrino, perché è inverno, e fa freddo. E alza il riscaldamento. La ventola è rotta e funziona solo quando è al massimo. L’aria calda esce con forza e il rumore mi dà fastidio, allora la spengo e m stringo nel giubbetto per proteggermi dal freddo. La ascolto parlare al telefono e ridere. Cellulare, sigaretta e qualcos’altro. Ha tutte e due le mani occupate e deve cambiare marcia. La macchina sbanda un po’, ma ci riesce. E ride di nuovo.

Le mani. Le mani che si stringono forte, e si sfiorano appena. Le mani di nascosto. Braccialetti. Le mani che può cadere il mondo ma io ti tengo la mano.

I ghirigori sfiorati sulla pancia, che i brividi e il solletico ti trattengono il respiro e un po’ cerchi di non ridere, un po’ ti piace da impazzire.

Silenzio. Il silenzio quello vero, quello che fa paura. Che senti un pochino di imbarazzo, ma non è abbastanza forte da rompere il silenzio. E allora te ne resti lì zitta. Seduta sul gradino del marciapiede, di fronte allo spicchio di luce sulle mattonelle del cortile. La porta aperta, dentro, la scrivania. Telefono, agenda, fogli, voci. E guardi il disegno della luce sul pavimento, la sera, gli occhi. E senti nello stomaco tutte le parole di quel silenzio.