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L’unica

Non lasciarmi mai. Per favore non lasciarmi andare via. Non lasciarmi qui da sola. Perché io sono capace di stare da sola. Sono molto brava. A rialzarmi. A farmene una ragione. Sono brava a prendere colpi e andare avanti. A restare nel cuore della gente. Delle persone. Sono un ricordo piacevole. Sono un passato scomodo e un futuro pericoloso. Sono uno strambo momento intenso e senza alcuna spiegazione. Rimango, nelle persone in cui scelgo di rimanere. Perché sono brava a fare di tutto per essere l’unica. Davvero. Però io adesso voglio essere l’unica senza fare niente. E voglio essere l’unica senza dire niente. Voglio essere l’unica e basta e voglio esserlo per sempre.

Ci sentiamo, Casomai.

Ci sentiamo,casomai

Ho riscritto la storia di Giulia e Siria dieci, cento, mille volte. L’ho scritta per capire. L’ho scritta per sapere, l’ho scritta per imparare, l’ho scritta accecata dalla smania di volere spiegazioni e risposte. L’ho scritta con la presunzione bambina, arrogante, testarda e sfacciata di saper raccontare una storia. L’ho scritta e l’ho cancellata e poi l’ho riscritta di nuovo. Ho costruito personaggi mettendo in ognuno un pezzo di me: i miei occhi, il mio cuore, il mio pessimismo cosmico, la mia follia. Poi ho inseguito senza farmi domande un sogno. Ho scritto la storia di Giulia e Siria e ho pianto ogni volta che l’ho riletta, perché il finale fa schifo. L’ho cancellato e riscritto così tante volte che alla fine ho scelto la versione peggiore. Ho scritto una storia che è diventata di carta e raccontare emozioni che arrivano al cuore di qualcuno è stata la gioia più grande. Ho scritto una storia che mi ha portato amore. Amore dappertutto, sopra, sotto, intorno e dentro. Amore. Lasciare andare Giulia e Siria sulle loro ali fatte di carta e inchiostro, mi ha regalato amore.

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Gente.

Arriva. La gente. Arriva strafottente. Arrogante. Ambiziosa, con la presunzione di essere capace di coprirla, nella mia mente. Cancellarla. Lasciare andare e dimenticare. E sembra così, ma solo per un po’. Perché la verità è che nessuno mai potrà cancellare le tracce marchiate a fuoco che mi tengo sull’anima.

Arriva. La gente. Insegna. Si scopre. Regala. Spiega. Impara. Scambia. Emoziona. Arriva e sconvolge, la gente. Arrabbia, sorride, litiga, gioisce. Non fa mangiare, non fa dormire, fa essere felice. Arriva la gente e poi va via. Arriva, importante, e poi si dimentica. Arriva a coprire cicatrici, che continuano a vedersi controluce, sulla pelle, sotto, dentro, profonde. Sempre. Arriva e dice di tenerti. Ma sei da sola sempre.

Arriva e se ne va. La gente.

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Perché, chi fosse, o cosa.

Osservo la lama fredda e grigia di questo coltello che mi trapassa la carne. Posso sentire gli invisibili, sottili legami che tengono unite le mie cellule, saltare. Sfilacciarsi e lasciarsi andare al tocco affilato del mio coltello.

Bollente, l’acqua mi scorre sulla schiena, e mi da’ i brividi.

Sangue. Subito, al primo strappo, eccolo, il sangue. Inizia a sgorgare, dapprima timido, lentamente, poi sempre più veloce e in abbondanza. Vederlo mi rasserena. Sono viva. Sono viva e qui, in questo dolore, che finalmente posso sentire sulla pelle.

Perché l’acqua bollente mi da’ i brividi di ghiaccio?

Rosso, scarlatto, poi scuro. Lascia una chiazza sul pavimento. Cade a gocce dal mio avambraccio. Respiro e conto le gocce cadere a terra. Una, e sono viva. Due, e sono qui. Tre, e non mi posso più perdere dentro al mio stomaco, perché il dolore mi riporta qui. Mi vedo. Mi guardo. Ci sono.

Ho provato emozioni fortissime. Mi hanno travolta. Si sono insidiate in ogni parte di me e mi hanno spinto fuori dalle dita milioni di parole.

Un miscuglio indefinito di ansia e panico mi stava divorando il cuore. Il respiro in affanno. Non c’era più aria per me. Nè comprensione, nè amore, nè pace. Non ero al sicuro qui. Mi stavo perdendo nel buco nero che ansia e panico avevano generato intorno al mio cuore. E mi risucchiava. Dovevo fare qualcosa. Dovevo farlo smettere.

E allora ho scritto. Senza capire quello che stavo facendo, ho scritto di qualcuno. Ho scritto di qualcosa, ma non ho mai saputo chi fosse, o cosa.

La rabbia. È così tanta che mi sono dimenticata di averla. Non posso dirla, nè raccontarla. Non la posso vedere, nè gridare. Non la posso prendere a pugni, stringere nei denti, lanciare nel vento, questa fottuta rabbia. Non posso, perché è colpa mia. Mi hanno detto che è tutta colpa mia. Non posso essere arrabbiata, se quello che mi succede è solo tutta colpa mia.

Ho provato sulla pelle paure che non erano le mie. Ho combattuto battaglie, coltivato idee, innaffiato una forza che mi cresceva dentro. Ho cercato consapevolezza e ho trovato la chiave. Senza mai sapere perché. Chi fosse, o cosa.

Allora l’ho appallottolata. Ho ingoiato il nodo che mi stringeva la gola. Ho respirato e spinto giù. In fondo. Nello stomaco. Più in fondo. L’ho nascosta dentro alle viscere, questa rabbia clandestina che non posso far uscire, che non posso permettermi di provare.

Poi il tempo mi è scivolato tra le dita, è corso in avanti senza respiro e mi sono ritrovata qui. Adesso. E tutto, inspiegabilmente, ha cominciato ad avere un senso.

Così è successo di nuovo. La rabbia appallottolata in un punto dimenticato di me è diventata ansia. Ansia e panico, che mi stavano divorando il cuore. Dovevo fare qualcosa. Dovevo farli smettere. La lama, il coltello, il sangue. Solo così sono riuscita a farli smettere.

E ho capito perché. Chi fosse, o cosa.

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Alice

Silenzio.

Quanto costa? Quanto costa il silenzio, Alice?

Una lacrima. Forse costa una lacrima. Va bene pago. Una, dieci, cento lacrime.

Però datemi il silenzio.

La notte. La notte vorrei dormire.

Ma anche stare sveglia, per sentire il silenzio.

Mi manca.

Vorrei la notte lunga, lunghissima. La luna e me.

Mi vorrei moltissimo, dove sono?

Alice, dimmi dove sono, per favore?

Mi hai nascosta. Troppo piccola.

Sono diventata troppo piccola per colpa di quel fungo maledetto. E adesso non mi vedo più.

E non so più chi sono.

Perché sono qui?

Che cosa voglio?

Posso?

Posso volere qualcosa?

Dire, fare, baciare, lettera

Testamento.

Alice sei una stronza perché sei andata via.

Mi hai lasciata da sola in una stanza fatta di specchi.

Pazzi.

Non fanno che riflettere. Riflettermi. Riflettere. Parlare. Parole che diventano ronzio incessante dentro la testa.

Nessuna pace. Nessuna pietà.

Smettetela di riflettermi il mio dentro.

Mi si ribalta la mente, altrimenti.

Gira, gira, gira e si confonde.

Mi viene il vomito, così appesa al contrario.

Perdo il filo dei pensieri.

Li perdo, sono usciti.

Se ne sono andati via e di ciascuno me ne rimane metà.

Da sola nella stanza degli specchi con un mucchio di metà.

Metà me.

Metà paura.

Metà odio.

Metà amore.

Metà ansia.

Metà rabbia.

Metà saggezza.

Metà verità.

Metà idee.

Metà sapori.

Metà odori.

Metà carezze.

Metà brividi.

Ho anche metà stomaco.

Metà me.

Alice mi viene il vomito cazzo.

Sta girando tutto quanto e nessuno è capace di fermarlo.

Mamma mamma mamma mamma

Rimbalza sulle pareti della stanza degli specchi.

Dita. Pugnali. Frecce.

Tutti che attaccano e nessuno colpisce.

Non riesco a schivare tutto.

Perché nessuno colpisce, Alice?

Colpisci, così mi addormento.

E magari la stanza smette di girare.

E magari i pensieri ritornano.

Volevo soltanto bere una tazza di tè.

Con il cappellaio matto.

Almeno lui mi capisce.

O forse no.

Forse non lo volevo.

Se mi ridai la chiave, Alice, che l’avevo già trovata una volta cazzo, almeno posso aprire.

Aprire questa cazzo di gabbia, attaccarmi a un palloncino, e volare via.

Che sono così piccola.

Dovrebbe riuscirmi bene.

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Sole e Luna

A sinistra il sole che sorge e inonda le nuvole con la sua luce rosa intenso. Non si fa vedere, ma c’è. Ci sono i suoi raggi che trafiggono sicuri le nuvole e dipingono il capolavoro del mattino. Dalla parte opposta la luna. Bellissima. Avvolta nel blu. Che non è più il blu scuro della notte, ma non è ancora quell’azzurro leggero del mattino. È un blu che sta a metà, ed è unico e bellissimo. Da ieri sera domina maestosa, la regina del cielo. In tutte le sue sfumature. Non ha paura a mostrarsi, perfetta, alta. Ci guarda, piccoli, dalla sua grandezza. È così bella che da rosso fuoco, è diventata argento. Sembra di perla. Con le sue macchie scure, cicatrici sulla pelle, che le donano quel fascino irresistibile. E io lascio che il sole e la luna regnino insieme nel mio cielo, stamattina, li sto a guardare, e mi godo lo spettacolo.

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Stanchezza

Una stanchezza viscerale. Che entra nelle ossa. Che diventa me, e io sei la stanchezza. Che non riesco nemmeno a far combaciare due pensieri in modo che significhino qualcosa. Nella testa galleggiano, come in un fiume inceppato che scorre al contrario, pensieri, parole, sedie, bambini, tavoli, briciole, grida, lacrime, discorsi, abbracci, risate, compiti da portare a termine. E cammino come lo zombie di me stessa. Dico si. Si con la testa a tutto. Mamma come è andata oggi? Si. Ho preso 10 e lode nella verifica di matematica! Si. Sei bellissima mamma! Si. Lo mangi il secondo? Si. E in questo fluttuare di corpi e di voci che mi circonda, cosa penso bene di fare? Appoggiare sul letto, insieme alla borsa, il termos del latte, che, il perché chiedetelo al Cielo, o al Karma, o all’Energia Creatrice, o a Zeus o a Frate Indovino, mi scarrozzo in giro da stamattina. Ed ecco che, due ore dopo, mi rendo conto che il suddetto latte è uscito dal termos ed ha bagnato, in successione: copri piumone, piumone, lenzuolo, traversa, copri materasso, materasso. Ho tentato di togliere la chiazza e l’odore con il cif, la candeggina e lo smacchiatore Grey. Ma è stato inutile. Così sto rilavando tutto quando da capo. Tutto quello che con immensa fatica avevo lavato sabato, che ho fatto il cambio armadi e il cambio letti. E adesso niente, vado a vomitare, perché le lacrime le ho finite.

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Se potessi scegliere

Se potessi scegliere, sceglierei di essere Regina. Perché lei sa essere cattiva. Emma sa scappare e ha una giacca di pelle che dovrebbe farle da armatura, ma non lo so se funziona. Regina invece sa essere cattiva. E vorrei essere come lei anche io. Regina è capace di difendersi. Perché attacca. Infila con forza la mano nel petto e stappa cuori. Che stringe. Forte. Arrabbiata e sbriciola. Cuori a caso, di persone a caso. Regina incendia. Regina spinge via le persone, e non si fa toccare più. Lancia malefici. Cerca la felicità dentro alla vendetta, e questo la fa soffrire. Però se ama soffre uguale e allora cosa cambia? Almeno così non deve piangere. Se è cattiva intendo. Se fa la cattiva, non deve piangere. Deve essere cattiva e basta, con quella risata da strega. Figa. Perché è figa da morire. Lancia incantesimi di protezione. Protegge le cose che le interessano e si protegge. Con un gesto della mano afferra alla gola chi fa un passo di troppo verso di lei e stringe. Soffoca. Regina soffoca. Gioca con il sangue delle persone. E con le lacrime. Costruisce pozioni e conosce il punto debole di tutti, lei. Così si difende bene. Mica come me. Lei è furba. Regina si. Decisamente scelgo lei. Che cancella memorie, spezza ossa del collo con un movimento dell’indice. Afferra le frecce con una mano un istante prima che la colpiscano al petto. Regina si è strappata il cuore e l’ha chiuso in uno scrigno, così non le fa male più. La regina cattiva cammina a testa alta. Non ha paura. Lascia la scena prima di essere fatta a pezzi, svanendo in una nuvola di fumo viola. Non resta lì a farsi massacrare. Regina non piange. La regina cattiva.

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Persa

Mi trovo in mezzo a un bosco di alberi tutti uguali e non so da che parte andare. Non so bene quanto dista il primo villaggio abitato dal punto in cui mi trovo. Credevo di stare seguendo una strada e invece non era così. Devo rifare la strada da capo, e non so se ne ho l’energia. Forse sono stata io. A scriverla. Questa storia. Ma certo, la sto scrivendo da anni. Parola per parola, lettera per lettera. L’ho scritta così tanto che alla fine si è avverata. Solo che non vedo il finale. E nemmeno la strada per arrivare al villaggio. Ho la luce di una piccola fiaccola per illuminare il cammino. Però se si riflette dentro allo specchio, la luce raddoppia. E in più c’è la luna. Perché nelle mie storie è sempre notte, si sa. Anche se lo specchio è rotto. E dentro qualcuno si graffia, per non guarire i segni. Labbra morbide mi sfiorano, oppure no. Non mi sfiorano, sono a un millimetro. Fa freddo, però ci sono le lucciole. E mani forti che mi cingono i fianchi. E la mia penna è magica, posso scrivere quello che voglio. Anche se la magia ha sempre un prezzo. E anche se io non sono perfetta. E non so niente. Credevo di sapere tutto e invece sono stata tirata fuori da me e rimessa dentro al contrario. E il mondo a testa in giù è buffo, bello, divertente, angosciante, spaventoso e sconosciuto. E ancora una volta io mi godo lo spettacolo.

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Non andare via

E adesso, che non so più niente, penso che la cosa più bella che possa fare una persona per noi sia non andare via. Non andare via, nonostante tutto. Nonostante le urla, i graffi, i morsi, le parole scagliate come frecce dritte nel cuore, i mostri, quelli più brutti e spaventosi. Non andare via è il regalo più meraviglioso del mondo. Non andare via nonostante tutto, è una benedizione. Non andare via è un piccolo miracolo. È la mano tesa a cui aggrapparti per portarti in salvo da sola. Altro che ti amo e ti voglio bene e sei bellissima e mi manchi e tutti questi ghirigori. Non volere andare via. Punto.