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Io Voglio:

IO VOGLIO:

era un gioco che facevo da piccola. Me l’aveva insegnato Marta. E a lei Ale. Il suo idolo, in pratica. All’inizio pensavo fosse una cavolata, poi è diventato droga. La sera, quando in casa calava il silenzio, dopo aver sparecchiato la cena, che consumavo sempre da sola, non prima delle 22, quando finivo la lezione di danza. Davanti alla mia tisana calda, ma non troppo. Silenzio. Io, la mia penna, il mio diario. Dalla camera dei miei, il russare irritante di mio padre. E scrivevo. All’infinito.

IO VOGLIO:

Tempo. Io voglio avere tempo. Più tempo. Io non voglio tornare dal lavoro alle 19 ed essere sommersa dalle cose da fare, tanto che la presenza delle mie figlie risulta quasi d’impiccio. Io voglio che non mi facciano male i pollici quando scrivo con il telefono. Perché lo uso praticamente per tutto. E poi mi viene la tendinite. Io voglio fare quello che voglio, quando mi va. Voglio finire le cose: di sistemare il giardino, di leggere un libro, di incollare le fotografie sull’album di Zoe. Voglio guardare un film. Sul divano. A un orario che non sia di notte. Con la tisana o i pop corn. Voglio fare la doccia con calma. Voglio dormire. Dio, quanto ho bisogno di dormire. Voglio fare uno sport. Avere energia e tempo per portare avanti con costanza un impegno. Voglio stare con le mie bambine. Vedere se Zoe riesce a andare in bicicletta, giocare a un gioco in scatola con vera. Fare un giro nel bosco. Voglio andare al mare. Voglio avere tanti soldi per non avere più pensieri. Voglio che il mio libro venga pubblicato. Lo

Voglio tanto. Voglio che la nonna Ida torni in forma come era un tempo. Voglio avere tempo per stare con lei, sentirla raccontare della sua infanzia, bere un litro del suo caffè. Voglio che mi faccia ancora le polpette di zucca, che me lo promette, ma non riesce più. Voglio uscire da sola con Christian. Voglio scrivere. Io voglio scrivere e vorrei che le persone mi apprezzassero per quello che scrivo. Come si fa a piacere alla gente? Che ansia. Come fanno quelli che hanno 300mila follower? Follower? Ma Dio, 10 anni fa nemmeno me lo sognavo cosa fossero i follower e i like. Adesso sono diventati la cosa più importante. Devi diventare virale. Un influencer, se vuoi essere qualcuno. Io non sono mai stata popolare, non mi cagava nessuno a scuola, anche quando non c’era facebook. Figuriamoci adesso. E se l’unico modo di pubblicare il mio romanzo è questo, addio. Non sono assolutamente capace di essere popolare sui social. Penso che a mettere tutti questi ashtag si perda una marea di tempo, però è da fare. Mi viene un sacco di ansia. Peccato. Vorrei essere perfetta. Sai quelle che sanno cosa dire, come dirlo, quando dirlo e come mettersi in posa per una foto. Io vorrei almeno sapermi pettinare. Sono anni che ci provo, invano. Vorrei saper fare un video di presentazione del mio romanzo, magari sarebbe carino e anche utile. Vorrei camminare a piedi nudi sull’asfalto, respirando l’aria della sera. Vorrei fumare una sigaretta. Vorrei guardare il tramonto, sentire il rumore del mare. Vorrei essere capace ancora di scrivere frasi romantiche, ma sono talmente devastata dalla vita, che la cosa più romantica che mi viene in mente è mangiare una vaschetta di gelato seduta per terra con le candele accese davanti a una serie tv di netflix(questo sconosciuto).

E va bene così, senza parole.

Ci sentiamo, Casomai.

Ancora una volta quest’incubo.

È un piccolo paese, le vie del centro strette e tortuose. In piazza ci sono le bancarelle del mercato, stamattina.

Le stradine sono affollate, piene di uomini e donne con vestiti ingombranti, i capelli coperti da un velo che incornicia il volto e grandi cesti sotto braccio, per riporvi la frutta e la verdura che acquisteranno. Qualcuna tiene per mano un bambino.

Il brusio delle loro chiacchiere riempie l’aria, si muovono lentamente, ma si percepisce la loro fretta.

C’è il sole, ma sembra notte.

È tutto in bianco e nero.

E io mi trovo qui, in mezzo a questa gente, circondata da persone che non conosco.

Sento intorno a me una presenza minacciosa. È una sensazione. La brutta sensazione di qualcosa che ti fa paura, che ti sta cercando.

Voglio correre via, scappare il più lontano possibile, ma non posso muovermi perché tutta questa gente mi blocca il passaggio.

Allora urlo, guardo il cielo e urlo con tutta la mia forza, ma non esce un filo di voce.

Sento l’AIDS come una presenza che mi circonda, riempie l’aria, mi toglie il fiato.

Nessuno se ne è accorto, le persone nelle vie di quel piccolo paese sconosciuto continuano a passeggiare e chiacchierare.

Poi riesco a uscire dalla folla e mi ritrovo su un ponte. Sotto, il fiume. Davanti ai miei occhi, una rupe.

In cima alla rupe vedo una donna, mi guarda un attimo e poi..si è buttata.

“Addio.”

Sussurra, mentre cade nel fiume.

Prendo la mia bicicletta e inizio a pedalare forte. Devo correre da Siria, so che lei sta male.

Le mie gambe si muovono all’impazzata, spingo i piedi contro i pedali stringendo i denti per la fatica, ma la bici non vuole spostarsi. Si muove come a rallentatore.

Allora inizio a correre a piedi, il sudore mi bagna la fronte, ma anche così non riesco a muovermi di un passo. Corro, corro, ma le mie gambe sono pesantissime. Il terreno mi scivola sotto i piedi, e io non mi muovo di un passo.

Sono angosciata, perché ho paura di non arrivare in tempo, io devo arrivare in tempo da Siria.

Mi sveglio di colpo.

Ancora una volta quest’incubo.

Ci sentiamo, Casomai. · Senza categoria

Un sogno.

Un desiderio tormentato. Un sogno, lontano, irraggiungibile, così tanto da venire occultato, sotterrato, soffocato dalla paura di fallire. Di non essere abbastanza brava. Di non essere all’altezza. Un sogno bambino, coltivato nel tempo. Lasciato in sospeso, ad aspettare. Coccolato, cullato, arrabbiato, abbandonato. Un sogno ingenuo? Troppo grande. Utopia? Forse no. Ho costruito la mia vita. Mi sono costruita, cancellata, distrutta, riscoperta da capo. E propio in un momento di nuova distruzione, messa in discussione, tremolante tormento e punti di domanda, ecco che il mio sogno picchia. Di nuovo. E questa volta decido di ascoltarlo. Il mio sogno nel cassetto. Ed ecco che forse, questa volta, sarà lui, il mio sogno, ad ascoltare me.

Ci sentiamo, Casomai.

Ci sentiamo, Casomai.

L’emozione era sulla pelle, girava nel sangue, dentro allo stomaco. Era il nostro momento. Avevamo organizzato tutto da sole: dovevamo ballare, cantare, vendere torte, per tirare su più soldi possibili da consegnare alla comunità Vivere al sole di Chiuduno, che ospitava bambini malati di AIDS. È stato lì che ho capito.

È stato lungo e impegnativo scrivere questo romanzo. Ho trascorso sei mesi in una chat e ho parlato con una persona gentilissima. Mi ha raccontato emozioni, sensazioni, esperienze, che non avrei mai saputo altrimenti. Non avendo mai avuto esperienza diretta di questa malattia, ho dovuto usare immaginazione, immedesimazione, sensibilità, consulenze mediche.

Ho pianto, ascoltando la voce di persone sconosciute che hanno avuto il coraggio e la voglia di condividersi almeno un po’.

E mi sono arrabbiata. Per le ingiustizie, per le discriminazioni, per l’ignoranza e l’indifferenza, perché mi era stato insegnato che chi ha l’HIV se l’è cercato, e bisogna stargli alla larga, ma non è vero. Le cose non stanno così.

Da questo groviglio di emozioni è nato il mio primo romanzo: Ci sentiamo, Casomai.

È in campagna di crowdfunding con la casa editrice Bookabook e si può preordinare da questo link:

https://bookabook.it/libri/ci-sentiamo-casomai/

racconti

Una famiglia (premio Intimità 2011)

<<Ciao Ale, com’è andata a scuola?>>

Alessandro si toglie un auricolare dall’orecchio e lo lascia cadere a penzoloni sul petto.

<<Normale.>>

Risponde, alzando le spalle e senza guardarla negli occhi.

Detesta questa domanda, pensa che sia davvero stupida. Continua a tenere nelle orecchie l’altra cuffia del suo Ipod: la musica è così alta che anche sua madre può sentirla perfettamente.

<<Ma non ti rovinerà i timpani quel coso?>> Alessandro sbuffa, si toglie le scarpe, senza slacciarle, e non usa le mani, ma se le sfila con le punte dei piedi. Le abbandona lì, in mezzo alla sala da pranzo, e si trascina in bagno.

Laura sente la porta sbattere e dopo qualche secondo il rumore dello scarico del WC.

<<Cosa c’è da mangiare?>>

<<Pasta al sugo, ti va bene?>>

Alza di nuovo le spalle.

Quando gli viene servito, inizia a mangiare il suo piatto di pasta velocemente e intanto fa zapping con il telecomando, che tiene stretto nella mano destra. Si, perché Alessandro è mancino, proprio come suo padre. Gli occhi fissi allo schermo della TV.

<<Te lo ricordi vero che stasera viene papà a prenderti? Andate a cena insieme.>>

Laura pronuncia questa frase con soddisfazione, è felice che suo figlio possa trascorrere una serata insieme al padre.

<<Ah, è stasera?>>

<<Si, te l’ho detto no, che ha voluto anticipare? Ha chiesto se per noi sarebbe stato un problema, ma gli ho risposto di no.>>

<<Ma il mio compleanno è settimana prossima! O si è scordato anche questo?!>>

Laura sospira. In fondo al cuore sa che Alessandro ha ragione. Mauro, il suo ex marito, infatti, non è quello che si può definire un buon padre. Avevano organizzato questa cena da mesi: lui gli aveva promesso che per il suo sedicesimo compleanno avrebbero trascorso la serata insieme. Poi però, come al solito, ha ritrattato: ha telefonato a Laura qualche giorno fa per dirle che non sarebbe riuscito a mantenere la promessa, a causa di un improvviso impegno di lavoro. È stata lei ad insistere perché la cena fosse almeno anticipata: non avrebbe sopportato di vedere la delusione negli occhi del suo bambino, ancora una volta.

Dopo mangiato Alessandro si alza da tavola, senza dire una parola, va nella sua camera e si butta sul letto.

Sente il cervello vuoto. Non ha voglia di pensare a niente. Non ha più la forza di pensare a niente. Sa benissimo che suo padre, come al solito, si è rimangiato la parola.

Glie l’aveva promesso. Esattamente due mesi fa, l’ultima volta che si erano visti. Si, perché da quando lui e la mamma si erano separati, si faceva sentire pochissimo. E vedere ancora meno. Non ha mai rispettato i giorni di visita stabiliti dal giudice e, per quanto ne possa sapere lui, non ha mai dato a sua madre nemmeno i soldi per il mantenimento.

Gli aveva promesso che avrebbero cenato insieme:

<<Ma non dobbiamo andare per forza in un ristorante, se non ti va..>>

Gli aveva detto.

<<Possiamo andare.. che so, dal MC’Donald se preferisci! Eh? Possiamo fare qualsiasi cosa, tutto quello che vuoi tu. Ti va?>>

<<Certo che mi va!!>>

Lui gli aveva risposto entusiasta. Anche se non dimenticava le bugie, tutte le scuse e le volte che suo padre l’aveva fatto piangere, gli credeva sempre. Pensava sempre che quella fosse la volta buona, che fosse sincero. Sperava sempre che gli volesse almeno un po’ di bene. Adesso Alessandro chiude gli occhi, ma non come per dormire, come per trattenere la rabbia, come per mandare indietro le lacrime. Li stringe forte, chiude i pugni e li picchia sul letto.

Picchia ancora, ancora e poi ancora, fino a quando non ce la fa più, e allora scoppia a piangere.

Perché?! Perchè?! Perché mi fa questo? Perche si comporta sempre così?

Pensa, e non riesce a controllare le lacrime.

Alessandro è certo che suo padre non avrebbe nemmeno voluto anticipare la cena. Probabilmente si era inventato una scusa e la mamma aveva insistito perché si vedessero comunque.

<<Ma a me non va. Io non lo voglio vedere. Non così. Non posso farmi prendere in giro in questo modo!>>

Si asciuga gli occhi con il palmo della mano e si alza in piedi.

È stanco. È davvero tanto stanco.

Esce dalla sua stanza e torna in cucina. Sua madre è seduta, la sedia leggermente spostata per guardare meglio la televisione: “Beautiful”, il suo appuntamento quotidiano.

<<Senti ma’…>>

Laura si gira verso di lui.

<<Io ci ho pensato e.. non mi và. Cioè non mi và di cenare con papà questa sera. Insomma è chiaro che anche stavolta non ha mantenuto la parola, e vederci così, tanto per fare.. non ha senso.>>

<<Ma Ale, è sempre tuo padre..>>

<<Non ho detto che non è più mio padre, solo che questa sera non lo voglio vedere.>>

Laura sospira.

<<Lo avvisi tu, per favore?>>

<<D’accordo..>>

Alessandro va a sedersi sul divano, in salotto, accende la TV, collega la sua X-BOX e la accende. PES: il suo videogioco preferito. Adora il calcio e gli piace giocare anche in modo virtuale.

Sta giocando da una mezz’ora, quando sente suonare il suo cellulare: un SMS. Preme “pause” e guarda il telefono: “Mi ha detto la mamma che stai poco bene e per stasera dobbiamo rimandare. Mi dispiace. Passo verso l’ora di cena per portarti un regalo.”

Sapeva che sua madre non avrebbe avuto il coraggio di dire al suo ex marito che loro figlio non aveva voglia di vederlo e passare del tempo con lui.

Esce dalla cartella “Messaggi Inviati”, blocca la tastiera e si infila di nuovo il cellulare nella tasca dei jeans.

Ricomincia a giocare. Gioca tutto il pomeriggio, ignorando i continui richiami di Laura che gli dice di spegnere e mettersi a fare i compiti.

<<Faccio l’ultima partita e poi vado!>>

<<Che sia davvero l’ultima però! Sono ore che ti sto chiamando! Ma non hai niente da studiare per domani?>>

<<Non lo so! Devo ancora guardare il diario.>>

In realtà Alessandro sa benissimo che domani ci sarà il compito in classe di matematica. Ma lui odia la matematica e oggi non ha proprio voglia di studiare. Lascerà tutto nella mani del destino, lascerà andare le cose come vanno. Forse qualche amica gli farà copiare, magari riuscirà a farsi un bigliettino . Molto più probabilmente tra un paio di settimane tornerà a casa con il solito quattro. Non gliene importa niente. Adesso vuole solo giocare.

La mente si svuota davanti allo schermo della TV, non esiste più suo padre, non esiste più la scuola, non esiste più lui.

Può essere ciò che vuole, con quel joistic tra le mani. Può diventare chi vuole. Può essere come uno dei suoi idoli calciatori, uno forte, uno in gamba. Uno con una vita migliore.

Alle 18.00 è ancora attaccato alla sua X-BOX, sua madre, stanca di continuare a chiamarlo senza alcun risultato, è andata a farsi una doccia. È così immerso nel gioco che non sente arrivare la macchina di Daniele, il compagno di sua madre.

Daniele scende dall’auto, apre il garage e parcheggia. Richiude il garage e sale le scale.

Alessandro si rende conto del suo arrivo soltanto quando sente girare le chiavi nella porta.

Si volta in tempo per vederlo entrare: Daniele è a casa.

<<E tu cosa ci fai ancora attaccato ai videogiochi?>>

<<Eh.. ho appena accesso. Ciao comunque.>>

<<Ciao un cavolo!>>

Daniele sbatte la porta. Appoggia per terra la sua cartelletta d’ufficio, si slaccia le scarpe e va a metterle nella scarpiera, al loro posto. Torna in ciabatte.

<<Saranno come minimo tre o quattro ore che sei lì attaccato come un ebete!>>

Alessandro non risponde. In effetti i tre sacchetti di patatine e la brioche ancora da finire, che ha abbandonato sul divano durante il suo intenso pomeriggio di videogiochi, non lasciano alcun dubbio.

<<Non hai i compiti da fare?>>

<<Si.. cioè, no!>>

<<Ma fammi il piacere!>>

Daniele afferra Alessandro per un braccio e lo costringe ad alzarsi. Poi lo spinge verso il corridoio che porta nella zona notte.

<<Vai subito in camera tua e cerca di studiare qualcosa prima di cena! E non dimenticarti che tocca a te poi ripulire tutto lo schifo che hai lasciato in giro!>>

Gli urla, indicando il divano con tutte le briciole e le cartacce.

Alessandro, ancora una volta, non risponde, e va in camera sua.

Chissà perché sua madre non c’è mai quando capitano queste scene. Vorrebbe che lei intervenisse, per difenderlo.

Odia Daniele. Non lo può sopportare. Lo detesta. Ma cosa vuole da lui? Non è mica suo padre per dirgli quello che deve o non deve fare.

Non ce la fa più. E sa che sua madre non direbbe niente comunque. Se ne sta sempre lì muta, anche quando è presente e vede Daniele che lo rimprovera, lo insulta e lo tratta in questo modo. Non riesce a dire una parola. Cerca sempre di mediare, <<..Per non creare ulteriori tensioni..>>, dice lei. E così finisce che lo giustifica sempre. E lo stesso fa con suo padre.

Ma Alessandro sta male. Sta molo male per questo. Perché si sente solo. Si sente da solo in mezzo a tutto questo schifo. Con Daniele che lo odia e gli dà sempre contro, con suo padre che lo ignora e si dimentica di lui, con sua madre che non ha il coraggio di intervenire e non si schiera mai dalla sua parte.

Si siede alla scrivania e tira fuori il diario dallo zaino: decide di cominciare da italiano. È la meno peggio, tra le materie che deve preparare per il giorno dopo. E poi ha già deciso che non aprirà il libro di matematica.

Ha letto solo le prime righe del riassunto della vita e delle opere di Leopardi, quando suonano al citofono. Sente il motore di un’auto accesa proprio sotto la sua finestra. Si affaccia e riconosce la macchina di suo padre. Vede qualcuno sul sedile del passeggero, forse una donna. Si, è una ragazza, lo capisce dallo smalto alle unghie, infatti dalla sua postazione riesce a vederle soltanto la mano desta, appoggiata al finestrino abbassato.

Sta per uscire dalla stanza per andare ad avvisare sua madre, ma si blocca. Teme che potrebbe imbattersi di nuovo in Daniele, e non ne ha voglia. In effetti non ha nemmeno voglia di vedere suo padre.

Sente la voce di sua madre:

<<Daniele, lascia, vado io!>>

La porta si apre. I suoi genitori si parlano, ma lui non riesce a capire quello che stanno dicendo. Poi sua madre richiude la porta di casa e si dirige verso la sua stanza.

<<Che ti ha detto?>>

Domanda subito Alessandro.

<<Niente, è passato per darti questo.>>

Laura porge al figlio un piccolo pacchetto.

<<Ma non ti ha chiesto di me? Non voleva vedermi?>>

<<Si, ma gli ho detto che eri ancora steso a letto. Ho fatto male?>>

<<No, hai fatto benissimo. Tanto non ci sarei andato comunque a salutarlo.>>

<<Non lo apri?>>

<<Magari più tardi..>>

Appoggia il pacchetto sul letto e aggiunge:

<<Ora devo studiare, sai com’è..>>

E con un cenno del capo indica la porta, riferendosi chiaramente a Daniele, che si trova di là, in cucina probabilmente.

Laura se ne va senza dire altro.

Appena rimane solo, Alessandro si siede sul letto, tra le mani il suo regalo.

“Cosa ci sarà dentro?”

Pensa. È curioso. Vuole sapere cosa gli ha regalato suo padre. Comprandogli quel regalo ha pensato a lui, l’ha fatto per lui!

Strappa la carta senza preoccuparsi di romperla e apre la scatola. Una sveglia. Una sveglia con i colori del Milan.

<<Non ci posso cedere. Come ha potuto farlo?!>>

Alessandro è un interista sfegatato.

Lo è sempre stato, fin da piccolo.

Come ha potuto suo padre non ricordarsi questo?!

Scaraventa la sveglia per terra e picchia un pugno sulla scrivania, più forte che può.

<<Te lo dico io quali sono i suoi improvvisi impegni di lavoro!>>

Grida, pensando alle unghie rosse della ragazza che ha visto poco fa in auto. Poi scoppia di nuovo a piangere, prende a calci la sedia, il letto, i cuscini, tutto quello che gli capita sotto tiro, fino a quando la sua attenzione viene attirata da una fotografia. Si trova lì, sulla mensola, tra i modellini delle auto d’epoca e la sua vecchia collezione di fumetti di “Topolino”.

La prende e si sofferma a guardarla. I suoi genitori e lui, in mezzo a loro. Avrà avuto più o meno tre anni.

Se lo ricorda quel giorno. Avevano fatto un pic-nic sul prato, in riva al lago. Era stata una bella giornata, aveva giocato a pallone con suo padre e poi avevano mangiato insieme un gelato.

“Allora si che eravamo una famiglia.”

Pensa.

Ha sempre desiderato che la sua potesse essere ancora una famiglia unita. Già alle elementari i suoi genitori erano separati, e lui invidiava moltissimo i suoi compagni. Li invidiava quando veniva il loro papà a prenderli dopo la scuola o quando raccontavano delle splendide vacanze trascorse insieme ai genitori. Lui non aveva mai niente di così bello e divertente da raccontare.

Li invidiava fino ad odiarli.

E se la ricordava come fosse ieri la paura, ricordava il terrore che aveva provato i primi tempi quando i suoi genitori litigavano.

Li sentiva discutere dalla cucina, allora alzava il volume della TV, per coprire le loro voci.

Ma si spostavano in sala:

<<Mamma!!>>

Lui ci provava a chiamarli,

<<Papà!>>

a dirgli di smetterla, che non era necessario gridare così forte. Ma non c’era niente da fare, loro non lo ascoltavano.

<<Và in camera tua!>>

Gli urlavano.

E lui correva nella sua stanza e chiudeva la porta. Stava rannicchiato sul letto e spesso si tappava le orecchie con le mani.

Una volta erano entrati anche lì, nella sua cameretta. E allora lui si era messo a piangere, ma loro non lo sentivano. Urlavano e urlavano e papà sembrava davvero molto arrabbiato. Aveva dato un pugno all’armadio e lui quella volta si era spaventato per davvero. Era andato a nascondersi sotto al letto e si era tappato le orecchie per non sentire. Era rimasto lì per molto tempo, perché anche quando avevano smesso, aveva paura ad uscire.

Alessandro tiene stretta quella foto e si butta sul letto.

Pensa che i suoi genitori l’abbiano tradito.

Pensa che anche lui avrebbe avuto il diritto di avere una famiglia. Magari non proprio come quella del “Mulino Bianco”, ma almeno una famiglia.

Pensa che vorrebbe avere un padre. Un padre vero, che, anche non vivendo più sotto il suo stesso tetto, lo chiami per sapere come sta, lo inviti a pranzo da lui, lo porti a vedere la partita. Un padre che sappia per lo meno a che squadra tiene.

Pensa che vorrebbe che sua madre fosse più forte, che non permettesse a Daniele di trattarlo in quel modo.

Pensa che forse, a sedici anni, non dovrebbe avere tutte queste cose a cui pensare.

E, tenendo stretta la sua foto, si addormenta.

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Perché Satine?

“Scrivi, Christian. Racconta la nostra storia. Così io sarò sempre con te..”

-Satine, Muline Rouge

Perché ho aperto un blog che si chiama Satine?

Perché ho pianto. Lo sa il cielo (e le mie amiche) quanto ho pianto, quando la bella Satine è morta tossendo sangue tra le braccia del suo vero amore, pregandolo di scrivere. Scrivere, raccontare. La loro storia. Farla rivivere nelle sue parole.

Scrivere.

Conosci un altro modo per fregar la morte?

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Vaffanculo.

Fanculo ai tuoi capelli. Vaffanculo alla tua forma che si staglia snella contro la luce del mattino che picchia strafottente, sfonda il vetro della finestra dello studio e infrange tagliente le tende. Quelle terribili tende con le decorazioni a fiori. E ti avvolge, inebriandomi della tua figura snella che si staglia sul mio sguardo, la prima cosa che vedo al mattino. E vaffanculo anche al tuo profumo. Che riempie il corridoio e si sente già a metà. Lo respiro a fondo, di nascosto. E dà i brividi. Ti osservo. Spostarti sicura da una stanza all’altra, parlare guardano tutti dall’alto, con la coda dell’occhio, perché non meritano la tua attenzione. Non troppo, almeno. Come mi fai incazzare. Come mi fa arrabbiare questo atteggiamento strafottente da principessa sul suo piedistallo dorato, quando invece sei la più insicura del reame. Mi accende un fuoco in fondo allo stomaco che divampa nelle vene fino a sbriciolarsi nelle estremità del corpo. E mi affascina da morire. Questo tuo atteggiamento strafottente. Quando mi parli con quel tono, pensandoti inattaccabile, ti farei tacere all’istante mordendoti le labbra. Ti tirerei i capelli con rabbia dolce, per sollevare il viso e baciare la linea sinuosa del collo, lasciandoti il mio graffio sulla pelle. Ti spingerei contro il muro e ti spoglierei. Piano. Con decisione. Senza darti il tempo di pensare. Senza sentirti più parlare. Solo respirare. Ti sentirei respirare forte, assaggiandoti con la lingua. Ti mangerei. Fino a veder brillare nei tuoi occhi quella luce che dice mille parole. Tutte quelle che non sei capace. Tutte quelle che soffocchi, nei tuoi sguardi dal piedistallo.

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Cooking class

ph Paola Calzi

La musica culla l’atmosfera rendendola familiare e fluttuante, le note romantiche e rilassanti del jazz si accompagnano perfettamente al vino bianco, fresco e inebriate. Chiacchiere in sottofondo, risate. Profumi. Nomi sconosciuti di verdure mai viste prima. Colori. Composizioni di verdure tagliate, frullate, aromatizzate con ciuffi di piante coltivate in vaso con amore. Mani. Che si miuovono decise, tagliano, condiscono, infornano, impiattano. Mani inesperte, che ci provano. Donne. Generazioni diverse che condividono interessi, si scambiano consigli, si raccontano, si stanno ad ascoltare. Donne piene di paure, di dubbi, donne fiere, felici, donne insoddisfatte, donne in cammino, sempre alla ricerca di qualcosa. Donne insicure, donne orgogliose, donne con una vita da raccontare, donne con progetti da realizzare, obiettivi da raggiungere, energie da spendere, sogni a cui credere, ancora. Donne belle come solo le donne sanno essere. Sapori. Sapori nuovi, sapori forti. Il sapore dolce del pesce, pieno, rotondo, si scioglie intorno a quello pungente e amarognolo di un pesto insolito. Il sapore noto dell’uovo, diventa nuovo se decorato con fantasia, formaggio e pepe nero.

Abbiamo imparato qualcosa, abbiamo sperimentato qualcosa, abbiamo assaggiato qualcosa, ma sopratutto ci siamo scambiate qualcosa, che ci ha rese più ricche. Ricche di sguardi, di parole, di scatti rubati, di risate, di tempo dilatato, di profumo e di amore.

Tutto questo è Love Is In The Plate.

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Flusso di coscienza. Con la punteggiatura.

Sono così stanca che le gambe pulsano. Ho la testa leggera, come fosse rinchiusa in una bolla e galleggiasse poco lontano dal resto del corpo. Mi si accavallano i nomi dentro al cervello, devo pensarci un attimo, prima di parlare. Gli occhi. Gli occhi vorrebbero chiudersi, ma no, coraggio, ancora un piccolo sforzo, cercate di resistere ancora un po’. Sulle braccia ho un tatuaggio di ghirigori di inchiostro nero che va dal polso fin quasi alla spalla. Me l’ha fatto Zoe, ieri sera. La doccia flash a mezzanotte poi non è stata in grado di cancellarlo alla perfezione. Gliel’ho lasciato fare perché aveva vomitato e il mal di pancia non le dava tregua da lunedì. Così mi dispiaceva dirle di no. Sul corpo forse mi ha camminato un esercito di elefanti. Deve essere accaduto stanotte, mente cercavo di dormire con Zoe che si prendeva tutto lo spazio nel letto e mi rannicchiava in un angolino sul bordo. Deve essere accaduto mente sognavo Bellatrix che per ordine di Voldemort mi torturava facendomi dei tagli nel braccio con grosso coltello da cucina. Sangue dappertutto. Voleva la mia bacchetta. E ci ho provato a spiegarglielo eh, che io una bacchetta proprio non ce l’ho. Almeno l’avessi. Perrificus Totalus! La userei solo per questo incantesimo. Per fermare tutti e smetterla di inseguire il tempo. Va sempre troppo veloce. E io dietro, lo ricordo con il braccio teso, ma non ci arrivo mai. Sempre in ritardo. Passeggerei tra persone pietrificate, senza fretta, e le guarderei. Con la calma che non ho mai. Lo stomaco saturo di cibo spazzatura, supplica emozioni. Di quelle belle, leggere, frizzanti come la primavera, che si fa sentire, ma non vuole arrivare. Lo specchio piange: mi ha vista in momenti migliori. Mi piacerebbe essere Lady Bug. Mi perdo come una scema a guardare le puntate. Agile, snella, piena di energia, maldestra quanto basta, intelligente, coraggiosa, ottime capacità di problem solving. Un curriculum coi fiocchi. Per non parlare di cosa riesce a fare con uno yo-yo. “Miracolous lady bug!”. Mi servirebbe si, un miracolo.

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Era bella.

Era bella. Non era più una ragazzina, ma era ancora molto bella. Sempre truccata, perfettamente pettinata, vestita impeccabile. Le mani. C’era una vita, in quelle mani. Unghie perfette. French e gel. Parlava sempre sottovoce e sorrideva poco. Diceva quanto basta, niente parole di troppo. E quando si girava dall’altra parte e ti dava le spalle, significava che il discorso era concluso. Non dava mai spiegazioni. Forse lo faceva per lasciarti lo spazio di capire da solo, oppure era perché ti considerava stupido. Forse, semplicemente, non ne aveva voglia.

Era bella, e stava sempre da sola. Iniziava a lavorare la mattina presto, chiusa nel suo ufficio di segretaria. Non sbagliava mai. Sempre precisa, sempre puntuale. E smetteva la sera tardi, quando le luci dello studio notarile erano già tutte spente e tutti erano già andati via da un pezzo. Chiudeva con calma l’ultimo faldone, metteva in ordine i fogli sul tavolo, la biro nel portapenne, si infilava il cappotto

color cammello e chiudeva la porta del suo ufficio a chiave. Solo il rumore sordo dei tacchi sul pavimento rompeva il silenzio della sera.