Il filo di Arianna

Le tre stelline di Vera

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“Proprio così. Babbo Natale dona tre stelline magiche a tutti i bimbi che hanno paura di dormire da soli nel proprio letto. Le stelline vegliano sul sonno dei bambini e li proteggono con la loro magia per tutta la notte!”

Illustrazioni di Mariachiara Tirinzoni.

http://www.mariachiaratirinzoni.it

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Il mio divano

“Io ho un divano. Ce l’hanno tutti, lo so. Fatto sta che sono 5 anni che il mio divano se ne sta lì, in sala. E io mi ci siedo pochissimo. 5/10 minuti la sera, per salutare Christian prima di andare a dormire. Basta. Se sto male, forse. Per me potrebbe non esserci, perché non ho tempo. Non ho tempo per avere un divano. Non ho tempo per niente. Io ho un divano e non ho tempo per sedermici sopra a guardare un film. Mi piacevano tanto, i film. Ne guardavo un sacco prima. La sera, il pomeriggio. Mi ci perdevo dentro. Mi piaceva sopratutto Meg Ryan. I suoi li ho visti tutti. Mi ci mangiavo i pop corn caldi al butto, fatti al microonde con Marta. Ci dormivo, sul divano. Nella pausa tra una lezione di fitness e l’altra, con la voce di Vasco in cuffia. Ci mangerei, sul divano. Adesso che ho casa mia. Ci mangerei, ci guarderei la televisione, ci dormirei, ci farei l’amore sul divano. Se avessi tempo. E invece non ho tempo per fare niente. Perché sono sempre al lavoro. Non ho tempo per ascoltare le storie meravigliose che Vera racconta e i disegni che mi mostra, perché devo fare cose, oppure sono troppo stanca per collegare il cervello e darle retta dopo una giornata pesante. Non ho tempo per giocare con Zoe, non ho tempo per portare Panico a fare “il giro della casa”. Non ho tempo per andare a bere il caffè da mia nonna, che lei lo fa buonissimo e quando lo versa mi dice:”Dimmi stop.” E poi quando dico stop va avanti lo stesso e riempie la razza fino all’orlo e dopo ride… ride con quella sua voce squillante che se ci penso mi risuona allegra nella mente. Perché si vive, per non avere tempo? Perché i pochi attimi liberi sono pieni di tutte le cose da fare che non riesci a fare quando non sei libera perché hai altro da fare? Perché il lavoro si prende il meglio di me e lascia le briciole alla mia famiglia, alla mia vita?”

Pensavo questo, poco fa. Mentre sfoderavo il divano urlando di rabbia, piangendo di disperazione, lacerata dalla stanchezza. Pensavo che è la seconda volta che lo sfodero e lo lavo, da sabato a oggi. Prima Panico, poi Zoe, ci hanno fatto la pipì sopra. Nessuno ha fatto apposta. Fatto sta. Che pensavo. Che sono di più le volte in cui l’ho lavato, di quelle in cui mi ci sono seduta sopra.

Il filo di Arianna

Cyberbullismo: come proteggersi?

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“Le conseguenze psicologiche del cyberbulismo spaziano dalla vergogna e dall’imbarazzo, all’isolamento sociale, fino ad arrivare a varie forme depressive, attacchi di panico, atti di autolesionismo e addirittura tentativi di suicidio.”.

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Ancora un attimo..

Sono queste cazzute sere di primavera. Quelle dove l’aria è leggera, non fa più tanto freddo, c’è profumo di fiori e il cielo stellato. Io cammino nel silenzio e vedo luci accese nelle case, qualcuno passa in bicicletta, le macchine lontane sulla strada. E penso a quanti intrecci di vite. Sono queste cazzute sere di primavera, che mi si piantano nello stomaco. ‘Fanculo. Queste cazzute sere di primavera e le case con i soffitti alti, le travi di legno. Mi mettono una nostalgia devastante. Come di qualcosa che ho perduto. Mi sono persa qualcosa, qualcuno. L’ho lasciata dietro di me, me la sono persa. Cazzo. In un cortile a disegnare cerchi nella sabbia con un bastoncino di legno, come una sigaretta. Mi mancano. Mi mancano le sere di primavera a guardare fuori dalla mia finestra, alla luce di un lampione. Mi manca l’aria, mi manca il silenzio, mi manca la luce negli occhi. Vaffanculo alle fottute sere di primavera e al vento tra i capelli. Ma le cicatrici guariscono? Oppure no? Restano li a squarciarti l’anima, e ogni tanto fanno male. Per non dimenticare. E ho questa nostalgia che mi si culla nello stomaco e accelera i battiti. Come di una vita perduta, di un tempo passato, di una ragazzina diventata grande. E di una figlia e di un futuro che suona il campanello e spinge, spinge la porta. Batte forte i pugni, che se non apro presto, tanto lui, quella porta, la sfonda. Apro, un attimo, adesso arrivo. Ma lasciami stare ancora un po’ a guardare fuori dalla mia finestra, nel silenzioso buio della sera. Aspetto ancora un attimo, osservo, aspetto, cerco bene, ancora un attimo, magari la ritrovo.

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Si vedono soltanto gli occhi.

Sdraiata a pancia in giù, abbraccia il cuscino, il viso mezzo sprofondato dentro al suo morbido, con un braccio spezza a metà il suo sorriso.

Gli occhi. Si vedo soltanto gli occhi.

Il suo corpo snello si disegna perfettamente lungo il materasso, dondola le gambe e i piedi a mezz’aria, seguendo il ritmo della musica che le inonda i timpani, attraverso le sue grandi cuffie da dj. Sulle all star rosse, scarabocchi d’inchiostro blu.

Gli occhi. Si vedono soltanto gli occhi.

Le unghie mangiate, le dita lunghe e sottili, un braccialetto nero fascia il polso esile, si intona perfettamente con il colore della sua pelle abbronzata.

Gli occhi. Si vedono soltanto gli occhi.

Muove le labbra morbide, sussurra qualcosa, canta. Sta cantando. Labbra rosso scarlatto. Chiude gli occhi e si morde il labbro inferiore per sentire di più la sua canzone preferita.

Gli occhi. Si vedono soltanto gli occhi.

Quante cose ci sono dentro agli occhi delle donne?

Gli occhi nascondono e svelano segreti. Ma bisogna saperli guardare. È arte. Saperli ascoltare. In silenzio. Senza fretta. Gli occhi parlano.

Gli occhi, si vedono soltanto gli occhi. Quelli impauriti di una bambina lasciata sola ad aspettare un abbraccio.

Quelli incatenati di una ragazza che non si ricorda più come si fa a volare.

Quelli orgogliosi di una donna che mai pronuncerà amore, bisogno, perdono.

Gli occhi. Si vedono soltanto gli occhi. Quelli che sanno la verità. Quello che hanno paura. Quelli che vogliono amore. Quelli che chiedono aiuto. Quelli che svelano per un istante e poi tornano a conservare segreti.

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Patronum

È molto bello. Sapere di avere amato qualcuno con tutto. Amato con tutto, con il cuore, la mente, ogni singolo centimetro della propria pelle, ogni pensiero, amato con i giorni, le ore, le notti, i sogni, le frasi non dette, gli sguardi, i silenzi, gli occhi, le attese, le paure, i baci non dati, le storie non vissute, amato con gli anni, con i momenti persi per sempre, amato gratis, amato con tutto, troppo, amato sbagliato, fino a perdersi, amato fino a volersi fondere. Amato. Un amore così non si cancella. È una specie di miracolo già riuscire a lasciarlo andare, figurarsi a dimenticarlo, cancellarlo. Rimane lì. Chiuso dentro una gabbia di vetro, spinto in fondo allo stomaco, ma c’è.

racconti

L’ultima volta.

Ph Paola Calzi

Siamo amici da una vita, io e Caterina, ci conosciamo fin dai tempi del liceo: compagni di banco, da adolescenti frequentavamo la stessa compagnia, abbiamo condiviso lo studio, le serate in discoteca, le domeniche pomeriggio al cinema.

Ci siamo sempre confidati i segreti più intimi, le paure nelle prime storie d’amore, siamo stati la spalla sui cui piangere l’uno per l’altra, l’appoggio su cui contare nelle difficoltà che la vita non risparmia a nessuno.

Anche adesso, i trent’anni alle porte, continuiamo a frequentarci. Caterina è la mia ancora di salvezza: l’unica persona con cui riesco ad aprirmi, a parlare liberamente. Le serate con lei sono terapeutiche. E poi mi dà sempre buoni consigli, soprattutto per quanto riguarda le donne: mi dà l’altro punto di vista sulle cose, mi insegna a guardarle “al femminile”.

Caterina è la mia migliore amica.

Almeno, io ho sempre creduto che fosse questo per me.

Mi sono reso conto di essere innamorato di lei quando ha conosciuto Giacomo, il suo attuale compagno.

L’idea di lei come fidanzata non mi aveva mai nemmeno sfiorato, prima. C’era  sintonia, è vero. La nostra complicità, quel capirci al volo, da uno sguardo, sapere sempre cosa fare per regalare all’altro un sorriso quando qualcosa andava storto. La consideravo più che altro come una sorella, con lei giocavo a carte scoperte: eravamo troppo in confidenza, mi conosceva troppo nel profondo, per poterci fare l’amore.

Ma l’arrivo di Giacomo mi ha aperto gli occhi: vederla ridere mentre lui le scosta dolcemente i capelli dal viso per darle un bacio, saperla felice insieme lui, sentirla improvvisamente così lontana da me, mi faceva impazzire di gelosia.

E pensavo alla luce che le brilla negli occhi, azzurri, pensavo al suo profumo buono, alle sue mani perfette, a quel suo essere così timida e riservata, a quando si mordicchia nervosamente il labbro, se le faccio una domanda a cui non vuole rispondere. Pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto guardarla addormentarsi, giocare con le dita tra i suoi cappelli scuri.

Non le ho mai detto nulla. Quando siamo insieme, fingo che tutto sia come è sempre stato, evito i discorsi su Giacomo e soprattutto cerco di non incontrarlo, o per lo meno di non trovarmi a dover trascorrere del tempo con loro due insieme.

Da quando è fidanzata ci vediamo meno, ma riusciamo comunque ad avere un po’ di tempo per noi, come il mercoledì sera, per esempio. Non ho mai amato particolarmente il gioco degli scacchi: troppo lento, troppo riflessivo, per i miei gusti; Caterina invece lo adora e quando mi ha proposto di stabilire un appuntamento fisso settimanale per trascorrere la serata insieme “Potremmo giocare a scacchi!- aveva detto -Sai che è la mia passione, ma Giacomo non è capace e non vuole nemmeno imparare.”, non ho saputo dirle di no. Il mercoledì Giacomo gioca a calcetto con un gruppo di amici e rientra sempre a casa tardi: il mercoledì è la mia serata, la nostra serata.

Questa sera però è diversa, io sono diverso. Oggi è il ventiquattro marzo, l’anniversario della morte di mio padre. Ho pensato a lui tutto il giorno, ho pensato alla sua malattia, al tempo, alle cose che mi sono rimaste da dire, quelle che non gli ho mai detto, per paura, per timidezza, per pigrizia.

Non voglio che con Caterina succeda lo stesso, non voglio perdere il mio tempo, il nostro tempo. Ho deciso di rischiare, di confessarle il mio amore: forse la perderò per sempre, magari invece riuscirò ad averla. Ma non lo saprò mai, se permetterò ancora alla prudenza di spegnere le mie sensazioni.

È bella, mentre guarda assorta la scacchiera e pensa a quale sarà la sua prossima mossa. Sto cercando il momento migliore per iniziare il discorso, ma nessuno sembra essere quello giusto. Sono agitato, le mani fredde, non riesco a stare fermo: continuo a muovermi sui cuscini.

<< Fabio, ti devo dire una cosa..>>

Ha alzato lo sguardo, occhi negli occhi, sembra molto seria e mi mette a disagio.

<<Da quando sei arrivato cerco il momento giusto per parlarti, non so da dove cominciare.>>

È irrequieta, abbassa di nuovo gli occhi. Forse i suoi pensieri sono uguali ai miei? Forse anche lei si tiene dentro da anni il suo amore per me e finalmente ha deciso di uscire allo scoperto?

Mi avvicino, appoggio una mano alla sua. Perché sono così stupido? Vorrei solamente darle un bacio.

Senza dire nulla, lei lo fa.

E mi trovo per la prima volta, in questo bacio. Trovo me stesso dopo tutta una vita, il pezzo di me che manca da sempre. Le mani tremano, vorrei fare di tutto, ma non riesco nemmeno a muovermi. È un bacio di brividi nello stomaco, di nodi in gola, un bacio fatto di lacrime. È come morire. È perdersi.

All’improvviso lei si interrompe, si allontana dalle mie labbra e si irrigidisce. Continua a tenermi una mano sul viso, abbassa lo sguardo, una lacrima lungo il volto:

<<Fabio, io…aspetto un bambino.>>

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Tutti cantano Cristina

Il problema è che quando l’ascolto, mi viene la pelle d’oca. O forse non è un problema. A parte il fatto che è incredibilmente bella, così bella da farmi pentire di non averla baciata, quella notte, quando mi ha chiamata “amore mio” e mi ha sorriso di faccanto in una fotografia che resterà per sempre sul mio comodino, insieme all’autografo. Essere la fidanzata di Cristina d’Avena. Aprire un asilo nido: “cantando con Cristina”. Se le avessi dichiarato il mio amore a 10 anni no, sicuramente non avrei avuto speranze. Ma adesso? Adesso sono grande! Ti amo Cristina!

Ti amo perché “Pollon” cantata da j-Ax è … non so è la versione migliore di Pollon! Perché diciamoci la verità, “sembra talco ma non è” è sempre stato abbastanza chiaro a tutti, dall’adolescenza in poi.

Ti amo perché “Occhi di gatto” e mi rivedo a correre nel vicolo dove abitava mia nonna, i pomeriggi d’estate, quando Valeria e Chiara facevano ancora il sonnellino e io giocavo a entrare nei tombini come le tre ladre agilissime con Romina e Angela.

Ti amo perché “Kiss me Licia”. Che non ho mai capito come Mirko le piacesse più di Satomi, ma quando la interpretavi nel film, la più bella eri comunque tu.

Ti amo perché “Jem” l’hai cantata con Emma Marrone. E Sticazzi.

Ti amo perché giuro, “Lady Oscar” mi fa venire i brividi più di una canzone di Vasco. Lady oscar, la paladina del femminismo. Lady oscar che non ha bisogno di culi e tette al vento per avere tutti i like e i follower possibili, uomini e donne che siano.

Ti amo perché anche se “Sailor Moon” e “Piccoli problemi di cuore” li guardava di più mia sorella, sono comunque la colonna sonora della mia infanzia. Sono le merende sul divano, dopo la scuola, con i Tegolini, le Nastrine e lo Yo-yo del Mulino Bianco, mangiate sul divano, ma dentro al vassoio di metallo con il viso di Babbo Natale disegnato in centro, altrimenti si sbriciolava in giro e la sentivi la mamma come si arrabbiava. Sono la cartella dell’ Invicta nera e fuxia, con le stelle argento, la più figa di tutte. Sono i compiti, i pigiama party, le feste di compleanno in fiera, a febbraio. Sono le risate. I bei momenti felici, quelli di quando ero io la piccola da proteggere, non dovevo pensare a niente e a nessuno, perché c’era qualcuno a pensare a me. Senza responsabilità, senza grossi doveri, senza (quasi) pesi da portare.

Ecco perché mi vengono i brividi se ascolto la tua voce inconfondibile, che non è cambiata mai. Mi perdo nel ricordo di un passato che, cazzo, è lontano eh?! E niente, è quasi magia..