racconti

Matilde

Ph by Paola Calzi

Apro gli occhi e li richiudo subito: la luce riflessa dalle pareti bianche della stanza mi dà fastidio.
Aspetto qualche secondo e li riapro. L’orologio grigio appeso alla parete di fronte segna le 10.00: non so se è sera oppure giorno. Sono sdraiata in un letto che non è il mio. Provo ad alzarmi, ma la testa comincia a girare e sono costretta a lasciarmi cadere di nuovo sul cuscino. Bianco. Anche le lenzuola sono bianche, con una coperta leggera e ruvida. Qui è tutto troppo bianco.

<<Dove mi trovo?>>

Penso.

Sono confusa, e non ricordo.

Una donna con un camice, bianco, si avvicina al mio letto. È giovane, sulle labbra un rossetto rosso, i capelli ricci, biondi, un taglio troppo corto per dei capelli così crespi. Il suo viso è dolce e sembra gentile. Con voce pacata mi dice:

<<Ciao, Matilde.>>

Non rispondo.

<<Come fa a sapere il mio nome?>>

<<Come ti senti?>>

<<Bene. Credo.. dove mi trovo?>>

<<Sei in ospedale.>>

<<O mio Dio, tesoro, ti sei svegliata!>>

La voce squillante di mia madre copre quella pacata e dolce della donna, che presumo essere un’infermiera. Mi volto: sta correndo verso il mio letto, mi afferra la mano.

<<Ahi!>>

Sento pungere nel braccio. Solo adesso mi accorgo di avere una flebo.

<<O Signore! Scusami, non me ne ero accorta! Come stai?>>

<<Un po’ stordita. Che è successo?>>

L’infermiera è ancora accanto al mio letto, di fronte a mia madre, ci guarda.

<<Sei svenuta. Mi hanno chiamato dalla scuola. Poi è arrivata l’ambulanza che ti ha portata qui. Mi hanno detto che tremavi, sbattevi per terra. Ci siamo presi un bello spavento, sai?!>>

<<La spalliera. È l’ultima cosa che ho visto. Poi buio. Eravamo nell’ora di ginnastica, la prima ora.>>

<<Ma tu sei troppo pallida.>>

Aggiunge. E Poi:

<<Scusi, signorina, è sicura che mia figlia stia bene? Mi sembra così pallida..>>

Mia madre è molto apprensiva. Troppo apprensiva.

<<Controlliamo subito.>>

Dice l’infermiera. Va a prendere uno di quegli aggeggi per misurare la pressione e me lo lega al braccio. Lo sento stringersi sempre di più, poi si sgonfia:

<<60-90, un po’ bassa direi.>>

<<E quindi?>>

Chiede subito mia madre.

L’infermiera si rivolge a me:

<<Per ora pensa a stare sdraiata e riposare. Terrai la flebo. Passo più tardi per il controllo e oggi pomeriggio verrà lo psicologo.>>

Sorride e si allontana.

<<Lo psicologo? Perché? Non mi serve uno psicologo, chiaro?!>>

Le grido. Non risponde.

La testa ricomincia a girare.

Intanto mia madre si è seduta su una sedia, accanto al mio letto.

<<Cosa mi succede, mamma?>>

Le domando.

L’espressione sul suo viso, da angosciata, diventa triste:

<<Non lo so, tesoro mio. Io non lo so. Te l’avevo detto che dovevi mangiare. Mangi troppo poco, non hai più energia.>>

Mi dà fastidio. Quando mi parla con questo tono non la sopporto. Ne tanto meno sopporto quello sguardo. Odio parlare di questo argomento, odio parlare del cibo.

Senza dire più niente, mi giro su un fianco e le do le spalle.

Era stata la professoressa di Scienze a darmi l’idea: si era messa in testa di dedicare una parte del programma all’alimentazione, l’anno scorso.

Ci aveva distribuito delle fotocopie con rappresentata una tabella, grazie alla quale avremmo potuto calcolare il nostro peso forma.

Io sono alta un metro e sessantacinque. Allora pesavo cinquantacinque chili: perfetta, nella media.

Secondo quella tabella la fascia “nella norma” che corrispondeva alla mia altezza poteva andare dai cinquanta ai sessanta chili.

<<.E se, pur rimanendo nella norma, scendessi al limite inferiore?>>

Era una sfida. Era un gioco che avevo deciso di fare con me stessa.

Sono sempre stata molto determinata. Precisa, costante, testarda.

Ho cominciato a ridurre la quantità di cibo che mangiavo e ho eliminato patatine, merende, brioches, crackers fuori pasto; niente focacce, pizze, cioccolato, niente gelato.

Il gelato. Era al primo posto tra le cose che preferivo, una volta.

Ho cominciato subito a perdere peso. All’inizio mi pesavo tutti i giorni: che soddisfazione quando ho perso il mio primo chilo. Ero felice, orgogliosa: ce l’avevo fatta, ci stavo riuscendo. Ero ancora più determinata ad andare avanti.

Poi ho iniziato a perdere il controllo. Sedermi a tavola è diventato angosciante. Se mia madre mi prepara una porzione più grande di quella che ho deciso di mangiare mi innervosisco. Divido in due quello che ho nel piatto, tracciando una linea immaginaria con la forchetta, e ne mangio metà. Non ascolto la mia fame, non ascolto il mio corpo, ascolto soltanto la mia testa: metà.

All’inizio soffrivo la fame. È brutto avere fame, perché riesci a sentire solo i morsi che ti attanagliano lo stomaco, e non puoi pensare ad altro. Faticavo a concentrarmi, a studiare. Per distrarmi mettevo in bocca una gomma da masticare o una caramella, non più di una al giorno, perciò la dividevo e la mangiavo a rate.

Adesso non la sento neanche più, la fame.

Ho cominciato a pesarmi due, tre, quattro, più volte al giorno. Se l’ago della bilancia segna dove dico io allora è una bella giornata, e sorrido. Altrimenti, mi innervosisco e non ho voglia di vedere nessuno.

Devo muovermi, fare attività fisica, per bruciare i grassi. Vado a correre tutti i giorni, almeno dieci chilometri. Se non riesco a correre fuori, faccio la cyclette in casa, oppure vado in piscina a fare le vasche.

Odio mangiare in compagnia, perché tutti mi guardano. E se mi sento osservata, non riesco a dividere tutto precisamente a metà, e rischio di mangiare troppo. Continuo a ripercorrere nella testa quello che ho mangiato, per essere sicura di non aver esagerato, e poi mi innervosisco, e devo muovermi. Se non mi muovo subito ingrasso. Meglio mangiare a casa. Meglio mangiare da sola, perché non sopporto nemmeno lo sguardo dei miei genitori e di mio fratello, quando siamo a tavola: mi pesa addosso.

È passato un anno da quando ho iniziato la mia sfida, adesso peso quarantacinque chili.

Non lo so se ho vinto, ma credo di no. E ho la testa piena di regole che devo seguire, di limiti che mi sono imposta, di paranoie da cui non posso liberarmi.

Tutte le volte che passo davanti a uno specchio mi guardo la pancia. A volte sollevo la maglietta e controllo che, piegandomi, non si formino le pieghe di grasso. E odio le mie maniglie dell’amore, perché quando metto i jeans stretti si vede il grasso in eccesso sui fianchi.

Tutte le sere, prima di dormire, dopo essermi pesata, controllo che si vedano le clavicole e le costole: allora sono magra abbastanza.

<<È qui Matilde?>>

Una voce familiare mi distoglie da questi pensieri:

<<Zia!>>

<<Ciao, piccolina.>>

Mi abbraccia.

<<Ti ho portato un regalo.>>

Si, perché oggi è il mio compleanno: oggi compio diciotto anni.

Mi porge un pacchetto, non tanto grande, blu, con un fiocco verde, e una busta. Dentro c’è una cartolina con stampata una poesia di Madre Teresa:

Vivi la vita

La vita è un’opportunità, coglila.

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, godine.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un’avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila.

Non lo so se ho vinto, ma credo di no.

E non è vero che sono felice, non è vero che mi piaccio. Non sto bene con me stessa, perché non sto bene nella testa. Non vivo. Io non vivo, me ne dimentico, perché sono troppo impegnata a controllare quello che mangio.

E non ricordo nemmeno che sapore ha il gelato.

Alzo lo sguardo. Quando l’infermiera passa in corridoio, la chiamo. Si avvicina.

<<Si ricorda quello che le ho detto prima, riguardo allo psicologo?>>

Annuisce.

<< Ecco, ho cambiato idea.>>

Abbasso lo sguardo e continuo:

<<Credo di averne bisogno..>>

Alzo di nuovo gli occhi.

Il suo sguardo dolce mi rassicura, sorride.

Poesie

Troppo


I pantaloni sono tropo larghi,

le scarpe troppo sportive,

il trucco troppo poco,

i capelli troppo spettinati.

 

Le risate sono troppo forti,

i sorrisi troppo finti,

gli occhi troppo nascosti,

le cosce troppo scoperte.

 

La musica è troppo alta,

i bassi troppo dentro al petto,

i brividi troppo veri.

 

I pensieri sono troppo vuoti,

i ragazzi troppo tanti,

i voti troppo bassi.

 

La paura è troppo viva,

la morte troppo vicina,

l’abbraccio troppo stretto.

 

L’incoscienza è troppo troppa,

l’alcol troppo a fiumi,

il divertimento, forse.

 

La consapevolezza è troppo presente,

la vita troppo pesante,

l’amore, forse.

 

Il buio è troppo vuoto,

solo senza luce,

il senso, dove.

 

Il profumo è troppo intenso,

lo stomaco pieno,

la follia, sempre.

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Ecco,quello.


Hai presente quel bene … Vissuto. Non so come dire, quel bene che non è fatto dell’entusiasmo della novità, delle promesse del futuro, non quel bene appena nato, frizzante e pieno d aspettative. Io dico quel bene fatto di .. Vissuto. Quello litigato. Quello deluso. Quello che si è dovuto ricredere e ha pianto. Quello arrabbiato. Quello graffiato e gridato e anche qualche volta cattivo. Quello allontanato. Quel bene usato, straziato, vestito di stracci, stanco consumato, svuotato. Ma che non se ne va. Non smette di essere. È quello che ti rimane, per una persona. È un bene che ha saputo diventare odio. Eppure non se ne va. Non se ne vuole proprio andare. E rimane li, appiccicato in fondo allo sguardo. Ecco, quello.

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Il test è positivo


Le mani sono fredde, sudate, tremano. Ti stringi nella felpa e guardi fuori, per distrarti, per cercare di non pensare.

<<Caffè?>>

<<No, grazie.>>

Lo stomaco chiuso, il groppo in gola sempre più stretto, per toglierti il respiro.

Pochi minuti, ma sembrano eterni.

Ti alzi: non puoi più restare seduta, perché le gambe vogliono muoversi.

Cammini avanti e indietro, in silenzio, guardi il vuoto Ti mordi il labbro, ti tormenti con le unghie le pellicine delle dita. Di tanto in tanto un brivido di consapevolezza ti pizzica nella pancia:

<<Che cosa ci faccio qui?>>

Muovi i piedi: punta-tacco-punta-tacco. Vorresti saltare, correre, urlare, scappare lontano da questa stanza, lontano da te stessa, lontano da questa vita.

<<Magari no, dai, non pensare al peggio.>>

Respiri.

<<È tutto ok. Mantenere la calma. Tutto si affronta, tutto si risolve.>>

E ti viene da piangere, perché non ci credi tanto neanche tu a quello che continui a ripeterti nella testa.

***

Positivo.

Il test è positivo.

È come essere investiti.

Un masso gigante ti è appena precipitato sul petto. E ti ritrovi inchiodata al pavimento. Ti dimeni sotto questo peso enorme, ma non puoi più alzarti.

Il test è positivo.

La stanza comincia a girare. I volti si confondono, il pavimento diventa soffitto.

Stringi la testa tra le mani per cercare di fermarla, ma non funziona.

Il test è positivo.

E adesso senti il peso del cielo.

Sembrava così leggero, sempre lì, con le sue nuvole bianche.

E adesso che ti è caduto addosso, pesa, sulle tue spalle.

<<Non toccarmi!>>

Il rimmel cola lungo le guance.

       ***

Alzati.

Prendi al volo la vita che ti sta cadendo addosso,

piega le ginocchia per attutire il colpo,

e rilancia.

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Sub-conscio


C’è sempre questa grande casa, tutta bianca, nei miei sogni.

Il campanello suona e apro la porta con l’entusiasmo bambino di chi si aspetta una sorpresa.

Tu.

Ti osservo da lontano mentre scendi dall’auto con la sigaretta accesa. Sei tornata.

Non può essere che un sogno.


I capelli mossi alle spalle, cammini sicura e ti vengo incontro. Voglio rubare un po’ del tuo profumo. Che mescolato all’odore del fumo mi riempie i polmoni e scende giù fin dentro all’anima.
Non mi vedi. Cammini sicura, bellissima, surreale, nel tuo profumo e non mi vedi.

Ti abbraccio e appoggio la testa sulla tua spigolosa spalla, come fanno i bambini per addormentarsi o quando piangono. Ma tu mi scosti, non mi tieni, non mi vedi e mi lasci cadere a terra.


Mi sono svegliata con gli occhi pieni di lacrime.

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Nostalgia (ad un’amica..)


Se chiudo gli occhi posso sentire ancora il profumo intenso e umido del bosco. Lo attraversavamo ogni sera, per un piccolo tratto, per raggiungere la Baitella. Era la nostra estate. Di quelle senza pensieri, senza doveri e senza responsabilità. Quelle estati adolescenziali, in cui trascorri le notti a bere birra e guardare le stelle. Ci trovavamo tutti in piazza, e percorrevamo insieme la solita strada stretta e ripida. Non avevamo bisogno di grandi cose, bastavamo noi, le nostre risate, qualche bicchiere di vino, o il litro di birra da condividere bevendo dalle cannucce. Trascorrevamo ore dietro i bagni del campo sportivo, ore intese, ricche di tutto e di niente. Di quella magia, che crescendo si perde, e non torna più. All’epoca non lo sapevamo, ma stavamo facendo la storia. La nostra storia. Stavamo scrivendo quello che sarebbe poi diventato il nostro passato da ricordare con nostalgia e il sorriso sulle labbra. Avidi di esperienze, di prime volte, di emozioni. Le nostre chiacchiere e le risate rompevano il silenzio di quelle notti. Già, perché quando poi, a serata finita, si tornava verso casa, c’era solo il buio della notte a farci compagnia. Non un lampione, a Sognavazzo. L’evento che tutti aspettavamo con ansia era la festa degli Alpini: per l’occasione montavamo le nostre tende a Falecchio e vi trascorrevamo la notte. Credo di non aver mai più rivisto stelle così luminose e grandi. Un desiderio per ogni stella cadente: in quel tempo i nostri sogni si avveravano per davvero. Il mio primo bacio l’ho dato proprio lì, in tenda. Noi due circondati dal buio, dalle stelle, e da qualche birra, bevuta per rendere più coraggiose le nostre labbra maldestre.

Quando l’estate finiva, ci rimanevano le lettere. Non avevamo i cellulari, le mail, i solcial. Non potevamo fare altro che scriverci, attendendo con ansia la lettera di risposta, e l’occasione più vicina per rivederci: che fosse Pasqua, Natale o l’estate seguente.

Capitava anche che ci ritrovassimo tutti a festeggiare l’ultimo dell’anno: le urla e le risate rimbombavano nella saletta del piccolo bar di Sognavazzo, salutavamo il vecchio anno facendo il gioco della bottiglia, oppure obbligo e verità, e cominciavamo quello nuovo con un bacio rubato al nostro amore del momento.

Non so nemmeno se sia ancora lì, quella saletta. Mi piacerebbe tornare a rivedere quei luoghi. Per sentire sulla pelle il ricordo di quei momenti felici. Quello che so per certo è che li terró sempre gelosamente custoditi dentro al mio cuore, insieme ai volti di quelle persone che per la prima volta hanno saputo farlo battere forte.