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Perché Satine?

“Scrivi, Christian. Racconta la nostra storia. Così io sarò sempre con te..”

-Satine, Muline Rouge

Perché ho aperto un blog che si chiama Satine?

Perché ho pianto. Lo sa il cielo (e le mie amiche) quanto ho pianto, quando la bella Satine è morta tossendo sangue tra le braccia del suo vero amore, pregandolo di scrivere. Scrivere, raccontare. La loro storia. Farla rivivere nelle sue parole.

Scrivere.

Conosci un altro modo per fregar la morte?

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Vaffanculo.

Fanculo ai tuoi capelli. Vaffanculo alla tua forma che si staglia snella contro la luce del mattino che picchia strafottente, sfonda il vetro della finestra dello studio e infrange tagliente le tende. Quelle terribili tende con le decorazioni a fiori. E ti avvolge, inebriandomi della tua figura snella che si staglia sul mio sguardo, la prima cosa che vedo al mattino. E vaffanculo anche al tuo profumo. Che riempie il corridoio e si sente già a metà. Lo respiro a fondo, di nascosto. E dà i brividi. Ti osservo. Spostarti sicura da una stanza all’altra, parlare guardano tutti dall’alto, con la coda dell’occhio, perché non meritano la tua attenzione. Non troppo, almeno. Come mi fai incazzare. Come mi fa arrabbiare questo atteggiamento strafottente da principessa sul suo piedistallo dorato, quando invece sei la più insicura del reame. Mi accende un fuoco in fondo allo stomaco che divampa nelle vene fino a sbriciolarsi nelle estremità del corpo. E mi affascina da morire. Questo tuo atteggiamento strafottente. Quando mi parli con quel tono, pensandoti inattaccabile, ti farei tacere all’istante mordendoti le labbra. Ti tirerei i capelli con rabbia dolce, per sollevare il viso e baciare la linea sinuosa del collo, lasciandoti il mio graffio sulla pelle. Ti spingerei contro il muro e ti spoglierei. Piano. Con decisione. Senza darti il tempo di pensare. Senza sentirti più parlare. Solo respirare. Ti sentirei respirare forte, assaggiandoti con la lingua. Ti mangerei. Fino a veder brillare nei tuoi occhi quella luce che dice mille parole. Tutte quelle che non sei capace. Tutte quelle che soffocchi, nei tuoi sguardi dal piedistallo.

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Cooking class

ph Paola Calzi

La musica culla l’atmosfera rendendola familiare e fluttuante, le note romantiche e rilassanti del jazz si accompagnano perfettamente al vino bianco, fresco e inebriate. Chiacchiere in sottofondo, risate. Profumi. Nomi sconosciuti di verdure mai viste prima. Colori. Composizioni di verdure tagliate, frullate, aromatizzate con ciuffi di piante coltivate in vaso con amore. Mani. Che si miuovono decise, tagliano, condiscono, infornano, impiattano. Mani inesperte, che ci provano. Donne. Generazioni diverse che condividono interessi, si scambiano consigli, si raccontano, si stanno ad ascoltare. Donne piene di paure, di dubbi, donne fiere, felici, donne insoddisfatte, donne in cammino, sempre alla ricerca di qualcosa. Donne insicure, donne orgogliose, donne con una vita da raccontare, donne con progetti da realizzare, obiettivi da raggiungere, energie da spendere, sogni a cui credere, ancora. Donne belle come solo le donne sanno essere. Sapori. Sapori nuovi, sapori forti. Il sapore dolce del pesce, pieno, rotondo, si scioglie intorno a quello pungente e amarognolo di un pesto insolito. Il sapore noto dell’uovo, diventa nuovo se decorato con fantasia, formaggio e pepe nero.

Abbiamo imparato qualcosa, abbiamo sperimentato qualcosa, abbiamo assaggiato qualcosa, ma sopratutto ci siamo scambiate qualcosa, che ci ha rese più ricche. Ricche di sguardi, di parole, di scatti rubati, di risate, di tempo dilatato, di profumo e di amore.

Tutto questo è Love Is In The Plate.

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Flusso di coscienza. Con la punteggiatura.

Sono così stanca che le gambe pulsano. Ho la testa leggera, come fosse rinchiusa in una bolla e galleggiasse poco lontano dal resto del corpo. Mi si accavallano i nomi dentro al cervello, devo pensarci un attimo, prima di parlare. Gli occhi. Gli occhi vorrebbero chiudersi, ma no, coraggio, ancora un piccolo sforzo, cercate di resistere ancora un po’. Sulle braccia ho un tatuaggio di ghirigori di inchiostro nero che va dal polso fin quasi alla spalla. Me l’ha fatto Zoe, ieri sera. La doccia flash a mezzanotte poi non è stata in grado di cancellarlo alla perfezione. Gliel’ho lasciato fare perché aveva vomitato e il mal di pancia non le dava tregua da lunedì. Così mi dispiaceva dirle di no. Sul corpo forse mi ha camminato un esercito di elefanti. Deve essere accaduto stanotte, mente cercavo di dormire con Zoe che si prendeva tutto lo spazio nel letto e mi rannicchiava in un angolino sul bordo. Deve essere accaduto mente sognavo Bellatrix che per ordine di Voldemort mi torturava facendomi dei tagli nel braccio con grosso coltello da cucina. Sangue dappertutto. Voleva la mia bacchetta. E ci ho provato a spiegarglielo eh, che io una bacchetta proprio non ce l’ho. Almeno l’avessi. Perrificus Totalus! La userei solo per questo incantesimo. Per fermare tutti e smetterla di inseguire il tempo. Va sempre troppo veloce. E io dietro, lo ricordo con il braccio teso, ma non ci arrivo mai. Sempre in ritardo. Passeggerei tra persone pietrificate, senza fretta, e le guarderei. Con la calma che non ho mai. Lo stomaco saturo di cibo spazzatura, supplica emozioni. Di quelle belle, leggere, frizzanti come la primavera, che si fa sentire, ma non vuole arrivare. Lo specchio piange: mi ha vista in momenti migliori. Mi piacerebbe essere Lady Bug. Mi perdo come una scema a guardare le puntate. Agile, snella, piena di energia, maldestra quanto basta, intelligente, coraggiosa, ottime capacità di problem solving. Un curriculum coi fiocchi. Per non parlare di cosa riesce a fare con uno yo-yo. “Miracolous lady bug!”. Mi servirebbe si, un miracolo.

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Era bella.

Era bella. Non era più una ragazzina, ma era ancora molto bella. Sempre truccata, perfettamente pettinata, vestita impeccabile. Le mani. C’era una vita, in quelle mani. Unghie perfette. French e gel. Parlava sempre sottovoce e sorrideva poco. Diceva quanto basta, niente parole di troppo. E quando si girava dall’altra parte e ti dava le spalle, significava che il discorso era concluso. Non dava mai spiegazioni. Forse lo faceva per lasciarti lo spazio di capire da solo, oppure era perché ti considerava stupido. Forse, semplicemente, non ne aveva voglia.

Era bella, e stava sempre da sola. Iniziava a lavorare la mattina presto, chiusa nel suo ufficio di segretaria. Non sbagliava mai. Sempre precisa, sempre puntuale. E smetteva la sera tardi, quando le luci dello studio notarile erano già tutte spente e tutti erano già andati via da un pezzo. Chiudeva con calma l’ultimo faldone, metteva in ordine i fogli sul tavolo, la biro nel portapenne, si infilava il cappotto

color cammello e chiudeva la porta del suo ufficio a chiave. Solo il rumore sordo dei tacchi sul pavimento rompeva il silenzio della sera.

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Silenzio.

Tanti piccoli baci sul collo. Da dietro. Le mani intorno ai fianchi, la barba che solletica un po’. Tanti piccoli baci dall’orecchio in giù.

La sigaretta stretta tra due dita della mano destra, il cellulare appoggiato tra l’orecchio sinistro e la spalla, è al telefono. L’odore del fumo riempie l’abitacolo e io lo respiro forte. Abbassa leggermente il finestrino, perché è inverno, e fa freddo. E alza il riscaldamento. La ventola è rotta e funziona solo quando è al massimo. L’aria calda esce con forza e il rumore mi dà fastidio, allora la spengo e m stringo nel giubbetto per proteggermi dal freddo. La ascolto parlare al telefono e ridere. Cellulare, sigaretta e qualcos’altro. Ha tutte e due le mani occupate e deve cambiare marcia. La macchina sbanda un po’, ma ci riesce. E ride di nuovo.

Le mani. Le mani che si stringono forte, e si sfiorano appena. Le mani di nascosto. Braccialetti. Le mani che può cadere il mondo ma io ti tengo la mano.

I ghirigori sfiorati sulla pancia, che i brividi e il solletico ti trattengono il respiro e un po’ cerchi di non ridere, un po’ ti piace da impazzire.

Silenzio. Il silenzio quello vero, quello che fa paura. Che senti un pochino di imbarazzo, ma non è abbastanza forte da rompere il silenzio. E allora te ne resti lì zitta. Seduta sul gradino del marciapiede, di fronte allo spicchio di luce sulle mattonelle del cortile. La porta aperta, dentro, la scrivania. Telefono, agenda, fogli, voci. E guardi il disegno della luce sul pavimento, la sera, gli occhi. E senti nello stomaco tutte le parole di quel silenzio.

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Davanti a una tazzina di caffè.

Tutti hanno un pezzetto di te.

E io no.

Io non ce l’ho.

Mi angoscia il fatto di non poter avere nemmeno un pezzetto di te.

Che ti debba considerare una parentesi aperta e chiusa, come prendere una boccata d’aria, e tu sei durata per il tempo in cui si trattiene il respiro, poi ti ho persa.

Perché magari, a volte, mi piacerebbe stare ancora un po’ ad ascoltarti davanti a una tazzina di caffè.

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Elsa è già lesbica!

Da anni ragiono sul perché mi sia venuto così naturale, immediato, spontaneo, genuino, pensare a Elsa di Frozen come a una donna lesbica. La mancanza di tempo che caratterizza la mia vita mi ha portato a rimandare, rimandare e ancora rimandare il soffermarmi su questo quesito, che però non ha mai smesso di bussarmi nella testa e si è incendiato dopo che Salvini ha recentemente nominato la mia adorata regina invano. Credo che il mondo abbia estremamente bisogno di EMPATIA. L’umanità ha bisogno di educarsi all’empatia. E allora proviamo ad immaginare di essere una donna, cui è sempre stato insegnato, fin da bambina, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Cosa si fa e cosa non va fatto. Quello che è normale è quello che no. È normale trovarsi un fidanzato e magari sposarsi. Fare dei bambini. È normale innamorarsi di un uomo. E proviamo ad immaginare che invece questa donna, nel profondo del suo essere, non senta di desiderare un uomo, ma si percepisca invece affascinata dalle donne. È una consapevolezza che nasce piccola, come una scintilla. Si tiene li, ne si ascolta la voce ogni tanto, poi la si mette di nuovo a tacere. Lei c’è, e non può fare a meno di farsi sentire, di rivelarsi di tanto in tanto. La consapevolezza di essere lesbica. E proviamo poi ad immaginare: questa donna cosa dovrebbe fare? Cresciuta nelle categorie del giusto e dello sbagliato, cosa fa? Istintivamente cela. Nasconde, finge di essere quella che non è, per rientrare nei canoni del giusto, del normale. Quelli imposti dalla società, dai genitori, che l’hanno cresciuta con amore e protezione.

“Celare, domare…. lo show avrà il via..” Canta proprio Elsa, appena prima della cerimonia di incoronazione. “Devi celarlo, domarlo, non mostrarlo.” Le insegna il padre con meticolosa costanza, riferendosi al suo magico potere di ghiaccio. Elsa, che è cresciuta nel terrore di se stessa e dei suoi poteri magici. Elsa nasce con questa caratteristica che non ha scelto, ma si è ritrovata. Proprio come la donna in cui ci stiamo immedesimando, che è nata con la caratteristica di essere attratta dalle donne. Elsa bambina gioca con i suoi poteri insieme alla sorella, si divertono, ridono, sono felici, è tutto normale. Per un bambino, che è tabula rasa, tutto è “normale”. Fino a quando i suoi genitori, per amore, per proteggerla, per aiutarla, la rinchiudono in una stanza. Decidono, che deve restare isolata dal mondo perché i suoi poteri sono “il male”. Elsa, bambina, ha colpito accidentalmente la sorella, mettendole del ghiaccio nella testa. Non l’ha fatto apposta e non è nemmeno stata colpa sua, se vogliamo puntualizzare. Ma i genitori, invece di abbracciarla e dirle di stare tranquilla che andrà tutto bene, la fanno sentire un mostro. Sbagliata. Pericolosa. Certe volte l’amore, anche quello dei genitori, è cieco. Così si commettono, per amore, grandissimi errori e si causano traumi che segnano profondamente. Elsa cresce nella paura. Riservata. Teme di essere sbagliata. Teme di fare del male a chi ama. Teme di causare danni, di essere giudicata. E non sono questi gli stessi timori che si trova a vivere una donna quando si riscopre omosessuale? Nasconde, cela, doma, fino a che la piccola scintilla nel profondo del suo essere esplode all’improvviso con tutta la sua forza, e Elsa fa outing mostrando il suo maestoso segreto di ghiaccio. Tutti le sono contro. Lei cerca in tutti i modi di essere libera. La libertà, il più grande dono di cui possiamo godere, il tesoro più prezioso che possiamo volere dalla vita. Cercatevi il testo di “Let it go.” In inglese, in italiano. Cercatelo e leggetelo attentamente. Io l’ho imparato a memoria. L’ho messo come colonna sonora al mio matrimonio, allo scambio degli anelli. Me lo sono tatuata: “No right, no wrong, no rules for me, I AM FREE”. La libertà, la leggerezza, la soddisfazione, l’adrenalina, la forza immensa che ti riempie le vene quando trovi il coraggio di essere chi veramente sei, di smettere di fingere e di mostrarti agli altri senza maschere. Un capolavoro di canzone. Un capolavoro di cartone animato. Un capolavoro di personaggio, profondo, ingarbugliato. Con una psicologia fine, dettagliata, complicata, ricca. Elsa scappa, si costruisce un castello da urlo e diventa bellissima. Brilla. Con la luce di chi ha trovato la libertà di essere. Non basta scappare dal mondo per essere liberi, però. La vera libertà è poter essere se stessi NEL mondo. Ed ecco che Elsa non sa cosa fare, non sa come sciogliere il ghiaccio, (l’ostilità, il rifiuto) da cui è circondata. E alla fine? “L’amore scioglierà! L’amore!” Anna la vede e la accetta per quella che è. La ama. Incondizionatamente. Non la giudica, non ha paura di lei, non la abbandona mai. Eccolo, il vero amore. Ecco perché dire che Frozen sia un film che parla di amore tra sorelle è riduttivo, Frozen parla di amore, tolleranza, accettazione. Ecco perchè Elsa è già lesbica. Ha fatto un percorso profondo dentro se stessa, è stata accettata per quella che è. Da sua sorella e dal suo popolo. E chi siamo allora noi per impedirle di essere chi veramente è? Chi siamo noi per giudicare? Per limitare la libertà di chi non può essere diverso da quello che è già?

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Pazza di lei. (Qualcosa che poteva essere)

L’aria della notte, che mi piace tanto, mi accarezza il viso. Fredda. Sul balcone della mia camera, a piedi nudi, mi affaccio al buio della strada, guardo il silenzio immobile di un mondo che sta dormendo e respiro l’aria della notte, che mi piace tanto.

Sono felice. Cazzo, sono felice.

Mi siedo per terra, la schiena appoggiata al muro.

Sono folle.

Ma non ho tempo per pensare, adesso. Adesso devo vivere.

Allora mi metterei a ballare, a correre a urlare. Non posso stare ferma. La sensazione del freddo che mi intorpidisce le dita delle mani, il naso e i piedi sembra appartenere a un’altra persona, non a me.

E rido, rido. Sto ridendo da sola, senza motivo.

Un respiro profondo, guardo le stelle:

<<Grazie.>>

Sussurro.

Decido di rientrare. Senza fare rumore vado nella stanza di Anna per controllare che stia dormendo tranquilla. Le accarezzo i capelli e lei si lamenta con un gemito: la mia mano fredda le dà fastidio. È un po’ sudata, perciò scosto il piumone e la lascio coperta soltanto dal lenzuolo.

Torno nella mia stanza. Ho lasciato che Pietro continuasse a dormire sul divano. Mi sono fermata a guardarlo e gli ho dato un bacio sulla guancia prima di spegnere la luce e la TV. Ho preferito non svegliarlo. Perché stasera non voglio parlare con nessuno, non so se sarei riuscita a guardarlo negli occhi.

Tolgo la maglia per mettermi il pigiama, la premo sulla faccia per rubare ancora un po’ del sapore di lei. Che stupida. Eppure non ci riesco, non sono capace di non essere pazza di lei.

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Addio.

Di fianco ad Alessandra, eravamo già nella scuola nuova. E quella vecchia mi mancava ancora tantissimo. Piccola, arrangiata, senza un vero bagno, ma era la mia. E il parquet aveva un profumo tutto suo, unico. Mi riempivo i polmoni di quel profumo vissuto, consumato da migliaia di passi sicuri, imbarazzati, decisi, titubanti, confusi, stanchi. Lo respiravo forte appoggiandovi la fronte, quando facevamo stretching a terra. Quella confusa ero senza dubbio io. E l’avevo detto, a Ale, quella sera. “Basta, io non ci capisco più niente. Mi faccio un bel tatuaggio. Un punto di domanda, qui, sulla mano.” Ale non ha mai approvato.

Mia zia. A pranzo, dalla nonna Ida. Approva con entusiasmo la mia idea da diciottenne non ribelle. Con la bocca piena del pasticcio di patate che solo la nonna Ida sa cucinare così, mi da i suoi preziosi consigli su come completare il punto di domanda. Due simboli in stenografia: dentro l’equilibrio, fuori la follia. Vasco. Poeta, guru, Dio. È tutto un equilibrio sopra la follia.

Jas. E il suo pancione. Mi guardano silenziose dalla finestra che si affaccia allla sala dove, seduta su uno sgabello, mano sul lettino, mi accingo a provare per la prima volta il brivido elettrizzante dell’ago che entra ed esce dalla pelle alla velocità della luce, riempiendo il sangue di inchiostro indelebile. “Non troverai mai lavoro se ti tatui sulla mano, lo sai?” Mi intima la tuatuatrice prima di cominciare. “Tanto io farò l’insegnante di danza” Rispondo sicura.

Christian. Che dopo sette mesi di “wow”, era diventanti uno sconosciuto, scontroso e antipatico. Forse aveva conosciuto un’altra. Non l’ho mai saputo, ma ho voluto lasciarlo io: via il dente, via il dolore.

Raffi. Che mi rimette la benda sulla mano dopo che mi sono tuffata in piscina alla Lepre, tipo 10 secondi dopo essermi tatuata.

Addio. Punto di domanda sulla mano. Sei davvero brutto. Fatto male, sbavato, mamma mia. E poi mi ricordi tutte queste cose belle, brutte. Passate. Ti cancello con una bella giratempo, che posso tornare indietro a questi ricordi ogni volta che mi va, senza l’obbligo di averli sempre sotto gli occhi. È un patrono. Che ce n’è sempre bisogno.