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Fior di Loto

Mi sono ritrovata improvvisamente in alto. A fluttuare in cima al mondo. Guardando le montagne dalla punta, e poi giù a cascata: boschi, laghi, fiumi. Guardavo le nuvole negli occhi, e il cielo era sereno. E io ero infinito. Poi schiacciata a terra. Notte. Appiccicata fortemente al suolo, sentivo il profumo umido e intenso della foresta. Terra, alberi, notte. Le punte degli alberi curve su di me, si chiudevano come una cupola che nascondeva il cielo e le sue stelle. Ero in mezzo al sentirmi oppressa e protetta. Il fuoco sale dal pavimento e mi attraversa, come un fascio di luce che collega terra e cielo. Mi attraversa e ruota e mi avvolge. Io sono una dea? Io sono amore? Io sono terrorizzata? Io sono libera? Io sono? O non sono più? Io mi arrendo. Posso arrendermi. Posso spezzarmi. E allora mi arrendo all’amore.

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L’armadietto di mia figlia.

Avevo promesso a mia figlia che sarei andata a prenderla io all’asilo questa settimana. Non ho potuto fare l’inserimento, non sono potuta andare a prenderla la prima settimana perché usciva alla una, però questa settimana toccava a me. Alle 15.45 sarei dovuta essere là, ad aspettarla e abbracciarla e ascoltarla raccontare come è andata la sua giornata. A vedere il suo armadietto. Ci tiene tanto a mostrarmelo, me lo ripete in continuazione. E invece no. Non ci sono andata questa settimana. E lei mica lo capisce che mi sono cambiati gli orari e sono dovuta venire meno alla mia promessa. Non lo capisce che non è stata una mia scelta. Che non è colpa mia. E così è arrabbiata. E quando mi vede la prima cosa che fa è dirmi di andare via. “Allontanati un po’ da me. Non ti voglio. Vai via. Io qua non ci voglio stare.” Oggi, per esempio, ha pianto dalle 18 alle 21 perché voleva andare dai nonni. Le mancano, ovvio. Non li vede più, per motivi organizzativi. È passata dal trascorrere con loro 11 ore al giorno al vederli un’ora a settimana. Le manca anche la sua cuginetta, con cui litigava sempre. Al cambiamento enorme che l’inizio della scuola dell’infanzia ha comportato, si è aggiunta la nostalgia dei nonni e la delusione che le ho dato io, venendo meno alla mia promessa. Ma il rumore del mio cuore che si spezza mentre lei mi dice di allontanarmi un po’ e andare via, lo riesco a coprire bene. Con la rabbia. Che mi è esplosa questa sera senza controllarla. E non basta dare i pugni al sacco, questa volta. Perché il sacco inghiotte l’ira e scioglie i nervi, ma non fa giustizia. Non cancella l’egoismo e l’arroganza. Non restituisce il tempo. Perché questa volta non sono solamente arrabbiata e stanca. Questa volta c’è di più. Ci sono gli occhioni pieni di lacrime della mia bambina che mi dice: “Ma io sono una piccola..”. Una piccola grande guerriera, che non solo deve affrontare i suoi cambiamenti, ma deve anche fare i conti con la mia vita stronza. Che a prenderla all’asilo non riuscirò mai ad andarci, perché i nostri orari non combaciano.

Concluderei il pensiero con un bel VAFFANCULO, ma risulterebbe davvero troppo banale. E allora confido nel karma.

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Io.

Pioveva. Ero sotto al portico di casa mia. Una casa in legno, con il tetto di paglia. A gambe incociate guardavo la pioggia. Il suo rumore mi avvolgeva. Picchiava sul tetto e guizzava nella botte piena d’acqua, posta al centro del cortile. Piante e verde tutto intorno. Era una tipica casa giapponese. La porta era socchiusa. Ero una bambina. Giocherellavo con un pezzo di bambù guardando la pioggia. E stavo bene. Non avevo paura. Sembravo sola, ma sentivo che dentro la casa qualcuno mi faceva compagnia. Condivideva con me quell’infinito tempo fatto di niente, eppure così pieno.

Improvvisamente nella savana. Archi e frecce pronte a scoccare. I segni della lotta sulla pelle. Una battaglia? Caccia? Rumori sospetti. Ronzii. Scricchiolii. Nemici. Una tribù da proteggere. Animali da cacciare per sfamare la gente del villaggio.

Il suono triste del corno annuncia il rito. Un funerale. Il fumo grigio dell’incenso mi riempie le narici e soffoca il respiro. Tristezza e silenzio.

Rumori assordanti. Strumenti, musica, voci, grida. Danze sfrenate intorno al fuoco. Notti infinite. Le lunghe notti di Bacco. I capelli spettinati si annodano al vento. L’energia creatrice, dalla madre terra , si ricongiunge al cielo: in mezzo, il fuoco.

Le streghe vengono bruciate sul rogo, nelle piazze.

È come guardare dentro ad uno specchio. Sollevo la mano destra e la appoggio alla mia stessa mano riflessa dall’altra parte. Si toccano. Prima i polpastrelli, poi i palmi. E lo stesso con la mano sinistra. Gli occhi dentro agli occhi si riflettono all’infinito. Le emozioni rimbalzano. Diverse e uguali. Mi scruto per ore davanti al mio specchio. Vorrei chiedergli, io, Regina Cattiva di un regno perduto, a questo specchio delle mie brame: chi è la donna che vedo dentro al riflesso? Chi sono? Ma lo specchio non risponde. Rebus creato ad arte da un sortilegio lanciato dall’ironia sarcastica di qualche Dio annoiato. Posso solo restar(mi) a guardare. Ascoltare, annusare, assaggiare, respirare, imparare, aspettare. Io.

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Fine. E poi l’inizio…

E niente, è finita. L’estate. Forse no, ma le ferie si. E si comincia un nuovo anno. Ho inaugurato l’attesa del nuovo inizio con qualche pugno al sacco, che ci voleva. Comincio l’anno con un pacchetto di propositi, perché si sa che il vero inizio non è gennaio, ma settembre. Prima di tutto devo smetterla di comprare i sughi pronti e tutto il resto della roba che compro, perché siamo quello che mangiamo, e io mangio a caso. E infatti sono a caso, non fa una piega, però se non lo faccio la mia amica Marta mi scrive dei papiri chilometrici da Cambridge e siccome non la vedo da tanto e mi manca da morire, è meglio che non litighiamo. Poi devo fare uno sport. Perché è vero che vivo di rendita grazie alle 23 ore al giorno di attività fisica di vario tipo che mi ero fissata di fare dai 15 ai 22 anni, ma è anche vero che lo sport fa bene all’anima, che voglio imparare a picchiare forte per non avere più paura, e una rassodata qua e là è sempre ben accetta. Restare nel qui ed ora è quasi certamente una cosa che non rientra nella sfera delle mie capacità, perché ho il cervello shackerato. Non me lo propongo nemmeno di non avere questo meraviglioso frullato dentro alla testa, però c’è chi forse mi può insegnare ad assaporarne un gusto alla volta e a capire anche di che gusto so. Per il nervoso della gestione dei ritmi di vita, lavoro e di una famiglia con 122milioni di cose da fare e della mia, una, sola, grande ,immensa voglia di silenzio e cazzeggio al quadrato, forse mediterò. Forse mi guarderò uno dei video che Marta non smette di inviarmi. Dovrei anche dormire un po’. E sicuramente prendere meno medicine. Insomma riuscirò a fare 1/4 delle cose che mi sono proposta, ma questa volta giuro che l’impegno ce lo metto davvero. Perché mi sono dimenticata come si fa a credere in qualcosa. Mi sono dimenticata perché ho creduto troppo e mi sono fatta male. Però alla fine di qualcuno bisogna pur fidarsi, altrimenti che vita è? Dunque comincio questo cammino con un fagotto di ansia, e ok, un sacco di musica, un sacco di canzoni che mi hanno regalato le mie amiche, un numero non indifferente di amiche speciali, che mi pensano, Giulia e Siria da lasciare andare, qualche serie TV da terminare, una montagna di libri letti a metà sul comodino, due o tre film da consigliare, nuovi piccoli occhi, e mani, e piedi, e cuori di bambino da conoscere, centinaia di migliaia di infinite parole da scrivere e le farfalle nello stomaco.

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Imprinting

Mi vieni in mente. Sempre. Quando faccio l’amore, mi vieni in mente. Ma non durante, quando l’eccitazione cresce e sto bene, mi vieni in mente un secondo dopo che l’esplosione del piacere mi pervada il corpo. E c’ho provato eh, a mandarti via. Scacciare via il tuo pensiero. Ma niente. È difficile perché lui spinge. Io lo spingo in fondo perché lo vorrei annegare, ma lui galleggia, torna su. Facciamo a pugni per un po’, poi finisce sempre che mi arrendo. Mi arrendo quando mi sento fragile. Perché dopo che le vibrazioni del piacere estremo dilagano, io divento piccola. Bambina. Indifesa e fragile. Mi sono messa a nudo, ho abbassato le difese, mi sono lasciata andare. Il mio corpo non è più soltanto mio. E sono in un’altra dimensione, un soffio fuori da me stessa. Ed è lì. Che ci sei tu. Lì che ti ho incontrato. Quando ero fragile, bambina, indifesa. Quando dovevo ancora imparare tutto. C’eri tu. Il mio imprinting. E come si cancella? Mai. Credo non si cancellerà mai. E forse nemmeno lo voglio cancellare, perché questo è rimasto l’unico momento in cui ti posso incontrare. Mi lascio cullare dalla nostalgia. E piango. Mi manchi. Io cerco con la razionalità di riportarmi alla memoria tutti i perché, tutti i fatti, gli episodi, che mi hanno portata alla conclusione che non sei quello che credevo, che mi hai ingannata. Ma l’emozione che mi sale dallo stomaco è più forte, e vince lei. Vince l’amore. Quel disarmante amore estremo. Io non posso che arrendermi a un amore così. Che non se ne andrà mai. L’amore è eterno cazzo. Una maledizione. Ti amo anche quando ti odio. E questo è assurdo. Ti amo anche se tu non mi hai amata mai. Perché sei il mio amore più grande? Sei così stronzo, testardo, antipatico, odioso, non so nemmeno più chi sei. Che cosa sei. Eppure ti voglio un bene viscerale, ancestrale. Ti sei infilato dentro la mia anima. Quella che si fa sentire nel momento del piacere. Quando depongo le armi e mi ritaglio una parentesi nel tempo. E mi concedo di sentire la tua mancanza. Dio quanto mi manchi. Quanto bisogno ho di abbracciarti. Me lo sogno di notte, che ti abbraccio. Ti voglio un bene molto pericoloso per me. Perché è quel bene che perdona Tutto. E dimentica. Un bene che mi fa così paura, da scappare via. Per non parlare dell’angoscia che mi assale, quando cullata da queste sensazioni, mi rendo conto che da qui all’infinito, non smetterai mai. Di mancarmi. Non smetterai mai, perché non ci sei e non ci sarai più. Ma io continuerò per sempre a volerti così bene. Anche se tu non me ne vuoi. Anche se non ci capiamo mai.

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Ho sempre creduto che fossimo sedute sul pavimento a bere una tisana nella penombra della tua casa così accogliente, ai piedi di quel grande tavolo, circondate dai libri. E invece no. Io non sono lì. E in effetti, se guardo bene, ci sei solo tu. Anzi, no. Non ci sei nemmeno tu. Ci sono solo le nostre tazze di thè, ormai freddo. E la casa, il silenzio, i tappeti, la penombra. Il silenzio di un posto abbandonato per sempre. Che se ne resta lí. Immobile. Eterno nello scorrere del tempo. Io non ci sono più da tempo, lì. Sono altrove. Adesso. Con una canottiera bianca, faccio un tiro dalla mia sigaretta e salgo a cavalcioni sulla sedia, soffiando fuori lentamente una boccata di fumo. Sono lì tra i baci sul collo e l’odore del fumo. Solo lì tra la lingua e la fragilità dei sensi. Sono li dove non esistono regole e ti lasci i segni sulla pelle. Sono lì dove ti porti in salvo. Insieme.

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Regina Cattiva..

Puoi essere così disperato, così disperatamente alla ricerca di amore, da vivere nell’odio? Puoi? Si può essere così avvolti dal rancore, dalla rabbia, dalla sete di vendetta contro chi ci fa così tanto male da toglierci il respiro, il cuore, il senso, da voler distruggere tutto quello che ci sta intorno? Si può essere così spaventati, soli, confusi, da perdersi? Si può essere così disperatamente bisognosi di amore, da non saperlo cercare, vedere, accettare, prendere? Le persone che amano e fanno sempre la cosa giusta, sono belle. Generalmente sono bionde e hanno gli occhi azzurri. Ma quanto cazzo sono belle di più quelle anime tormentate, che hanno subito torti, difficoltà, ostacoli, e per difendersi dalle debolezze e dalle paure hanno costruito muri, portano maschere e scagliano frecce oppure architettano diabolici sortilegi per non farsi avvicinare da nessuno? Per non essere fragili, per non essere vulnerabili e soffrire, ancora una volta? Quanto cazzo sono belle? Con i loro occhi neri di notte e i capelli di petrolio, con le loro ali di malefica e le cicatrici del dolore ricucite dentro al petto?

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Esiste davvero, la magia?

La strega dell’acqua camminava in silenzio, costeggiando il fiume. Si nutriva del rumore dell’acqua che scorre. Le piaceva immensamente. L’acqua che si divideva in onde che si rincorrevano, si tuffavano per diventare schiuma bianca e scivolavano, si accavallavano e si rincorrevano di nuovo per continuare la loro corsa senza fine. Le piaceva osservare i ciottoli sul fondo del fiume. L’acqua limpida e trasparente si mostrava al mondo senza maschere, senza timori, in tutta la sua bellezza, con tutto il suo potere. Esattamente come lei. Solitaria, passava il suo tempo ad ascoltare la vita dei boschi. Ne respirava il profumo, si riempiva gli occhi del verde fitto degli alberi, circondata dal silenzio. Pace. Cinguettio di uccelli e scricchiolio di foglie secche e rami calpestati. Controllava che tutto fosse al suo posto. Teneva in equilibrio le energie del mondo. Lei era quelle montagne, lo scorrere eterno di quelle acque. Lei era quel mondo e quel mondo era lei. Magia. Lei era magia. La magia ancestrale che vive nel cuore delle cose. La magia vitale, l’equilibrio del mondo, l’amore. Che muove tutto. L’amore viveva in fondo agli occhi di quella giovane strega. Nata dall’acqua e dell’acqua guardiana. Nessuno può dominare l’acqua. Nessuno la può controllare. Nessuno può imporle il corso da seguire, perché lei esplode, ed è più forte. Sempre. E nessuno poteva dominare lei. Solo l’amore sapeva guidare i suoi passi. La magia dell’amore brillava come una fiamma di fuoco rosso vivo, in fondo ai suoi occhi. Solo una persona la sapeva vedere. Risvegliare, vivere. Solo la strega del fuoco. La strega del fuoco ballava, di notte. Disegnava le sue danze magiche intorno a fiamme e lapilli che si stagliavano selvaggi verso il cielo di quel posto magico e perduto. La luce del suo fuoco era inferiore solo a quella della luna. Immensa. A dominare il cielo e tutte le sue stelle. Portava i segni, sulla pelle. La strega del fuoco non parlava mai. Scriveva la sua storia e quella del mondo tracciando segni indelebili con un inchiostro speciale. Era così che muoveva la vita, le storie del modo, era così che faceva esistere persone, animali, storie. Tracciando segni. Disegnando. Era così che l’aveva incontrata. Tracciando segni scuri sulla sua pelle bianca. La strega del fuoco e quella dell’acqua si scambiavano storie segrete, nel cuore di quel posto selvaggio, la notte. L’inchiostro di linfa gocciolava deciso dal pennello che Trecy impugnava con coinvolgimento estremo. Per ogni goccia sulla sua pelle, un brivido attraversava il corpo di Sally, scavava nella carne, nelle ossa, ed arrivava lì. Nel punto più profondo di lei a risvegliare onde di brividi nuovi, che sorgevano, si ricorrevano, si tuffavano in schiuma bianca, proprio come la sua acqua. Era così che la magia si nutriva di se stessa, l’energia le attraversava a vortice e l’acqua faceva l’amore con il fuoco. Aveva graffiato la terra umida con forza, Sally, le era rimasta incastrata sotto le unghie. Ne aveva sentito il sapore intenso. Era troppo. Quei brividi erano troppo per lei. Non avrebbe potuto reggerli oltre, la prima volta che li aveva provati. Doveva smettere. Doveva farla smettere subito. Aveva ragione la strega della Terra, non avrebbe dovuto incontrarla. Ma era così curiosa. Delle danze notturne della dea del fuoco, parlavano tutte le creature del bosco. Nessuna però aveva avuto mai il coraggio di assistervi. Lei invece non aveva saputo resistervi. L’aveva vista ballare da dietro il tronco spezzato di un pino, ed era stato come una calamita. Si era avvicinata quasi in uno stato di ipnosi. Doveva toccarla. Le aveva sfiorato con la mano la spalla. Lei l’aveva guardata con gli occhi scuri e di fiamma. Era entrata dentro ai suoi, limpidi e impavidi. E si erano mischiate subito. Sally voleva vivere sulla sua pelle il potere supremo della vita che si origina. Cosa sarebbe potuto succedere se Tracy avesse tracciato su di lei i suoi segni? Cosa sarebbe successo se la forza della vita che nasce si fosse mischiata con quella della vita che scorre, vera e inarrestabile, nell’equilibrio del mondo? Troppo. Era troppa quell’energia vitale. Cominciava a farle male. Doveva farla smettere. Si era voltata di colpo e leaveva afferrato il polso. Tracy l’aveva guardata negli occhi di nuovo e aveva capito. Senza dire una parola, l’aveva lasciata andare via. Ma da allora non erano più state in grado di smettere. Perché dall’unione delle loro forze era nato amore. E avevano bisogno l’una dell’altra. Avevano bisogno di quei brividi. Perché l’amore muove il modo. Perché l’amore è la magia più grande. Così Tracy aspettava Sally nelle notti di luna piena e, senza dire una parola, compivano il loro rito d’amore. E anche il loro mondo traeva nutrimento dall’energia vitale che insieme sapevano generare.

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Disney Villains

Io voglio essere la cattiva delle favole. Che figata essere cattivi. Essere arrabbiati e non dover fare per forza i bravi. Non doverci ragionare su, introspezionarsi, cercare spiegazioni, elaborare. Che figata poter essere arrabbiati e basta. Fare incantesimi di vendetta, circondarsi di fumo verde e lanciare le proprie maledizioni su chi ci ha ferito. Mi piacerebbe moltissimo essere la cattiva delle favole. Graffiare. Preparare biscotti con filtri d’amore, fare addormentare le persone con un soffio, sapermi difendere.

Non avere paura più.

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Le mie labbra sulle tue

Perché seduta, con la schiena appoggiata al tuo petto, posso lasciar cadere la testa sulla tua spalla e sentirmi a casa? Perché mi rimane appiccicata addosso questa sensazione che non ho mai vissuto? Questo contatto che è soltanto utopia? Perché lo sento così vero, se non esiste? Perché il braccio sulla pancia e la mano sulla tua, quel sottile senso di imbarazzo, di un tocco leggero che vuoi, ma non sai se lo vuoi, che ti sfiori per non toccarti troppo, ma non puoi smettere di farlo. E le dita che si intrecciano, così vere. E se si intrecciano, ci sei. E il naso. E le labbra sulle tue. Perché, perché continuò a sognare le mie labbra sulle tue?! La paura, il terrore, la voglia, la non voglia e poi la decisione e poi se lo fai lo fai punto. Perché? Perché?? Perché voglio le mie labbra sulle tue???