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Disney Villains

Io voglio essere la cattiva delle favole. Che figata essere cattivi. Essere arrabbiati e non dover fare per forza i bravi. Non doverci ragionare su, introspezionarsi, cercare spiegazioni, elaborare. Che figata poter essere arrabbiati e basta. Fare incantesimi di vendetta, circondarsi di fumo verde e lanciare le proprie maledizioni su chi ci ha ferito. Mi piacerebbe moltissimo essere la cattiva delle favole. Graffiare. Preparare biscotti con filtri d’amore, fare addormentare le persone con un soffio, sapermi difendere.

Non avere paura più.

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Le mie labbra sulle tue

Perché seduta, con la schiena appoggiata al tuo petto, posso lasciar cadere la testa sulla tua spalla e sentirmi a casa? Perché mi rimane appiccicata addosso questa sensazione che non ho mai vissuto? Questo contatto che è soltanto utopia? Perché lo sento così vero, se non esiste? Perché il braccio sulla pancia e la mano sulla tua, quel sottile senso di imbarazzo, di un tocco leggero che vuoi, ma non sai se lo vuoi, che ti sfiori per non toccarti troppo, ma non puoi smettere di farlo. E le dita che si intrecciano, così vere. E se si intrecciano, ci sei. E il naso. E le labbra sulle tue. Perché, perché continuò a sognare le mie labbra sulle tue?! La paura, il terrore, la voglia, la non voglia e poi la decisione e poi se lo fai lo fai punto. Perché? Perché?? Perché voglio le mie labbra sulle tue???

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Io Voglio:

IO VOGLIO:

era un gioco che facevo da piccola. Me l’aveva insegnato Marta. E a lei Ale. Il suo idolo, in pratica. All’inizio pensavo fosse una cavolata, poi è diventato droga. La sera, quando in casa calava il silenzio, dopo aver sparecchiato la cena, che consumavo sempre da sola, non prima delle 22, quando finivo la lezione di danza. Davanti alla mia tisana calda, ma non troppo. Silenzio. Io, la mia penna, il mio diario. Dalla camera dei miei, il russare irritante di mio padre. E scrivevo. All’infinito.

IO VOGLIO:

Tempo. Io voglio avere tempo. Più tempo. Io non voglio tornare dal lavoro alle 19 ed essere sommersa dalle cose da fare, tanto che la presenza delle mie figlie risulta quasi d’impiccio. Io voglio che non mi facciano male i pollici quando scrivo con il telefono. Perché lo uso praticamente per tutto. E poi mi viene la tendinite. Io voglio fare quello che voglio, quando mi va. Voglio finire le cose: di sistemare il giardino, di leggere un libro, di incollare le fotografie sull’album di Zoe. Voglio guardare un film. Sul divano. A un orario che non sia di notte. Con la tisana o i pop corn. Voglio fare la doccia con calma. Voglio dormire. Dio, quanto ho bisogno di dormire. Voglio fare uno sport. Avere energia e tempo per portare avanti con costanza un impegno. Voglio stare con le mie bambine. Vedere se Zoe riesce a andare in bicicletta, giocare a un gioco in scatola con vera. Fare un giro nel bosco. Voglio andare al mare. Voglio avere tanti soldi per non avere più pensieri. Voglio che il mio libro venga pubblicato. Lo

Voglio tanto. Voglio che la nonna Ida torni in forma come era un tempo. Voglio avere tempo per stare con lei, sentirla raccontare della sua infanzia, bere un litro del suo caffè. Voglio che mi faccia ancora le polpette di zucca, che me lo promette, ma non riesce più. Voglio uscire da sola con Christian. Voglio scrivere. Io voglio scrivere e vorrei che le persone mi apprezzassero per quello che scrivo. Come si fa a piacere alla gente? Che ansia. Come fanno quelli che hanno 300mila follower? Follower? Ma Dio, 10 anni fa nemmeno me lo sognavo cosa fossero i follower e i like. Adesso sono diventati la cosa più importante. Devi diventare virale. Un influencer, se vuoi essere qualcuno. Io non sono mai stata popolare, non mi cagava nessuno a scuola, anche quando non c’era facebook. Figuriamoci adesso. E se l’unico modo di pubblicare il mio romanzo è questo, addio. Non sono assolutamente capace di essere popolare sui social. Penso che a mettere tutti questi ashtag si perda una marea di tempo, però è da fare. Mi viene un sacco di ansia. Peccato. Vorrei essere perfetta. Sai quelle che sanno cosa dire, come dirlo, quando dirlo e come mettersi in posa per una foto. Io vorrei almeno sapermi pettinare. Sono anni che ci provo, invano. Vorrei saper fare un video di presentazione del mio romanzo, magari sarebbe carino e anche utile. Vorrei camminare a piedi nudi sull’asfalto, respirando l’aria della sera. Vorrei fumare una sigaretta. Vorrei guardare il tramonto, sentire il rumore del mare. Vorrei essere capace ancora di scrivere frasi romantiche, ma sono talmente devastata dalla vita, che la cosa più romantica che mi viene in mente è mangiare una vaschetta di gelato seduta per terra con le candele accese davanti a una serie tv di netflix(questo sconosciuto).

E va bene così, senza parole.

Ci sentiamo, Casomai. · Senza categoria

Un sogno.

Un desiderio tormentato. Un sogno, lontano, irraggiungibile, così tanto da venire occultato, sotterrato, soffocato dalla paura di fallire. Di non essere abbastanza brava. Di non essere all’altezza. Un sogno bambino, coltivato nel tempo. Lasciato in sospeso, ad aspettare. Coccolato, cullato, arrabbiato, abbandonato. Un sogno ingenuo? Troppo grande. Utopia? Forse no. Ho costruito la mia vita. Mi sono costruita, cancellata, distrutta, riscoperta da capo. E propio in un momento di nuova distruzione, messa in discussione, tremolante tormento e punti di domanda, ecco che il mio sogno picchia. Di nuovo. E questa volta decido di ascoltarlo. Il mio sogno nel cassetto. Ed ecco che forse, questa volta, sarà lui, il mio sogno, ad ascoltare me.

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Perché Satine?

“Scrivi, Christian. Racconta la nostra storia. Così io sarò sempre con te..”

-Satine, Muline Rouge

Perché ho aperto un blog che si chiama Satine?

Perché ho pianto. Lo sa il cielo (e le mie amiche) quanto ho pianto, quando la bella Satine è morta tossendo sangue tra le braccia del suo vero amore, pregandolo di scrivere. Scrivere, raccontare. La loro storia. Farla rivivere nelle sue parole.

Scrivere.

Conosci un altro modo per fregar la morte?

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Vaffanculo.

Fanculo ai tuoi capelli. Vaffanculo alla tua forma che si staglia snella contro la luce del mattino che picchia strafottente, sfonda il vetro della finestra dello studio e infrange tagliente le tende. Quelle terribili tende con le decorazioni a fiori. E ti avvolge, inebriandomi della tua figura snella che si staglia sul mio sguardo, la prima cosa che vedo al mattino. E vaffanculo anche al tuo profumo. Che riempie il corridoio e si sente già a metà. Lo respiro a fondo, di nascosto. E dà i brividi. Ti osservo. Spostarti sicura da una stanza all’altra, parlare guardano tutti dall’alto, con la coda dell’occhio, perché non meritano la tua attenzione. Non troppo, almeno. Come mi fai incazzare. Come mi fa arrabbiare questo atteggiamento strafottente da principessa sul suo piedistallo dorato, quando invece sei la più insicura del reame. Mi accende un fuoco in fondo allo stomaco che divampa nelle vene fino a sbriciolarsi nelle estremità del corpo. E mi affascina da morire. Questo tuo atteggiamento strafottente. Quando mi parli con quel tono, pensandoti inattaccabile, ti farei tacere all’istante mordendoti le labbra. Ti tirerei i capelli con rabbia dolce, per sollevare il viso e baciare la linea sinuosa del collo, lasciandoti il mio graffio sulla pelle. Ti spingerei contro il muro e ti spoglierei. Piano. Con decisione. Senza darti il tempo di pensare. Senza sentirti più parlare. Solo respirare. Ti sentirei respirare forte, assaggiandoti con la lingua. Ti mangerei. Fino a veder brillare nei tuoi occhi quella luce che dice mille parole. Tutte quelle che non sei capace. Tutte quelle che soffocchi, nei tuoi sguardi dal piedistallo.

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Cooking class

ph Paola Calzi

La musica culla l’atmosfera rendendola familiare e fluttuante, le note romantiche e rilassanti del jazz si accompagnano perfettamente al vino bianco, fresco e inebriate. Chiacchiere in sottofondo, risate. Profumi. Nomi sconosciuti di verdure mai viste prima. Colori. Composizioni di verdure tagliate, frullate, aromatizzate con ciuffi di piante coltivate in vaso con amore. Mani. Che si miuovono decise, tagliano, condiscono, infornano, impiattano. Mani inesperte, che ci provano. Donne. Generazioni diverse che condividono interessi, si scambiano consigli, si raccontano, si stanno ad ascoltare. Donne piene di paure, di dubbi, donne fiere, felici, donne insoddisfatte, donne in cammino, sempre alla ricerca di qualcosa. Donne insicure, donne orgogliose, donne con una vita da raccontare, donne con progetti da realizzare, obiettivi da raggiungere, energie da spendere, sogni a cui credere, ancora. Donne belle come solo le donne sanno essere. Sapori. Sapori nuovi, sapori forti. Il sapore dolce del pesce, pieno, rotondo, si scioglie intorno a quello pungente e amarognolo di un pesto insolito. Il sapore noto dell’uovo, diventa nuovo se decorato con fantasia, formaggio e pepe nero.

Abbiamo imparato qualcosa, abbiamo sperimentato qualcosa, abbiamo assaggiato qualcosa, ma sopratutto ci siamo scambiate qualcosa, che ci ha rese più ricche. Ricche di sguardi, di parole, di scatti rubati, di risate, di tempo dilatato, di profumo e di amore.

Tutto questo è Love Is In The Plate.

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Flusso di coscienza. Con la punteggiatura.

Sono così stanca che le gambe pulsano. Ho la testa leggera, come fosse rinchiusa in una bolla e galleggiasse poco lontano dal resto del corpo. Mi si accavallano i nomi dentro al cervello, devo pensarci un attimo, prima di parlare. Gli occhi. Gli occhi vorrebbero chiudersi, ma no, coraggio, ancora un piccolo sforzo, cercate di resistere ancora un po’. Sulle braccia ho un tatuaggio di ghirigori di inchiostro nero che va dal polso fin quasi alla spalla. Me l’ha fatto Zoe, ieri sera. La doccia flash a mezzanotte poi non è stata in grado di cancellarlo alla perfezione. Gliel’ho lasciato fare perché aveva vomitato e il mal di pancia non le dava tregua da lunedì. Così mi dispiaceva dirle di no. Sul corpo forse mi ha camminato un esercito di elefanti. Deve essere accaduto stanotte, mente cercavo di dormire con Zoe che si prendeva tutto lo spazio nel letto e mi rannicchiava in un angolino sul bordo. Deve essere accaduto mente sognavo Bellatrix che per ordine di Voldemort mi torturava facendomi dei tagli nel braccio con grosso coltello da cucina. Sangue dappertutto. Voleva la mia bacchetta. E ci ho provato a spiegarglielo eh, che io una bacchetta proprio non ce l’ho. Almeno l’avessi. Perrificus Totalus! La userei solo per questo incantesimo. Per fermare tutti e smetterla di inseguire il tempo. Va sempre troppo veloce. E io dietro, lo ricordo con il braccio teso, ma non ci arrivo mai. Sempre in ritardo. Passeggerei tra persone pietrificate, senza fretta, e le guarderei. Con la calma che non ho mai. Lo stomaco saturo di cibo spazzatura, supplica emozioni. Di quelle belle, leggere, frizzanti come la primavera, che si fa sentire, ma non vuole arrivare. Lo specchio piange: mi ha vista in momenti migliori. Mi piacerebbe essere Lady Bug. Mi perdo come una scema a guardare le puntate. Agile, snella, piena di energia, maldestra quanto basta, intelligente, coraggiosa, ottime capacità di problem solving. Un curriculum coi fiocchi. Per non parlare di cosa riesce a fare con uno yo-yo. “Miracolous lady bug!”. Mi servirebbe si, un miracolo.

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Era bella.

Era bella. Non era più una ragazzina, ma era ancora molto bella. Sempre truccata, perfettamente pettinata, vestita impeccabile. Le mani. C’era una vita, in quelle mani. Unghie perfette. French e gel. Parlava sempre sottovoce e sorrideva poco. Diceva quanto basta, niente parole di troppo. E quando si girava dall’altra parte e ti dava le spalle, significava che il discorso era concluso. Non dava mai spiegazioni. Forse lo faceva per lasciarti lo spazio di capire da solo, oppure era perché ti considerava stupido. Forse, semplicemente, non ne aveva voglia.

Era bella, e stava sempre da sola. Iniziava a lavorare la mattina presto, chiusa nel suo ufficio di segretaria. Non sbagliava mai. Sempre precisa, sempre puntuale. E smetteva la sera tardi, quando le luci dello studio notarile erano già tutte spente e tutti erano già andati via da un pezzo. Chiudeva con calma l’ultimo faldone, metteva in ordine i fogli sul tavolo, la biro nel portapenne, si infilava il cappotto

color cammello e chiudeva la porta del suo ufficio a chiave. Solo il rumore sordo dei tacchi sul pavimento rompeva il silenzio della sera.

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Silenzio.

Tanti piccoli baci sul collo. Da dietro. Le mani intorno ai fianchi, la barba che solletica un po’. Tanti piccoli baci dall’orecchio in giù.

La sigaretta stretta tra due dita della mano destra, il cellulare appoggiato tra l’orecchio sinistro e la spalla, è al telefono. L’odore del fumo riempie l’abitacolo e io lo respiro forte. Abbassa leggermente il finestrino, perché è inverno, e fa freddo. E alza il riscaldamento. La ventola è rotta e funziona solo quando è al massimo. L’aria calda esce con forza e il rumore mi dà fastidio, allora la spengo e m stringo nel giubbetto per proteggermi dal freddo. La ascolto parlare al telefono e ridere. Cellulare, sigaretta e qualcos’altro. Ha tutte e due le mani occupate e deve cambiare marcia. La macchina sbanda un po’, ma ci riesce. E ride di nuovo.

Le mani. Le mani che si stringono forte, e si sfiorano appena. Le mani di nascosto. Braccialetti. Le mani che può cadere il mondo ma io ti tengo la mano.

I ghirigori sfiorati sulla pancia, che i brividi e il solletico ti trattengono il respiro e un po’ cerchi di non ridere, un po’ ti piace da impazzire.

Silenzio. Il silenzio quello vero, quello che fa paura. Che senti un pochino di imbarazzo, ma non è abbastanza forte da rompere il silenzio. E allora te ne resti lì zitta. Seduta sul gradino del marciapiede, di fronte allo spicchio di luce sulle mattonelle del cortile. La porta aperta, dentro, la scrivania. Telefono, agenda, fogli, voci. E guardi il disegno della luce sul pavimento, la sera, gli occhi. E senti nello stomaco tutte le parole di quel silenzio.