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Imprinting

Mi vieni in mente. Sempre. Quando faccio l’amore, mi vieni in mente. Ma non durante, quando l’eccitazione cresce e sto bene, mi vieni in mente un secondo dopo che l’esplosione del piacere mi pervada il corpo. E c’ho provato eh, a mandarti via. Scacciare via il tuo pensiero. Ma niente. È difficile perché lui spinge. Io lo spingo in fondo perché lo vorrei annegare, ma lui galleggia, torna su. Facciamo a pugni per un po’, poi finisce sempre che mi arrendo. Mi arrendo quando mi sento fragile. Perché dopo che le vibrazioni del piacere estremo dilagano, io divento piccola. Bambina. Indifesa e fragile. Mi sono messa a nudo, ho abbassato le difese, mi sono lasciata andare. Il mio corpo non è più soltanto mio. E sono in un’altra dimensione, un soffio fuori da me stessa. Ed è lì. Che ci sei tu. Lì che ti ho incontrato. Quando ero fragile, bambina, indifesa. Quando dovevo ancora imparare tutto. C’eri tu. Il mio imprinting. E come si cancella? Mai. Credo non si cancellerà mai. E forse nemmeno lo voglio cancellare, perché questo è rimasto l’unico momento in cui ti posso incontrare. Mi lascio cullare dalla nostalgia. E piango. Mi manchi. Io cerco con la razionalità di riportarmi alla memoria tutti i perché, tutti i fatti, gli episodi, che mi hanno portata alla conclusione che non sei quello che credevo, che mi hai ingannata. Ma l’emozione che mi sale dallo stomaco è più forte, e vince lei. Vince l’amore. Quel disarmante amore estremo. Io non posso che arrendermi a un amore così. Che non se ne andrà mai. L’amore è eterno cazzo. Una maledizione. Ti amo anche quando ti odio. E questo è assurdo. Ti amo anche se tu non mi hai amata mai. Perché sei il mio amore più grande? Sei così stronzo, testardo, antipatico, odioso, non so nemmeno più chi sei. Che cosa sei. Eppure ti voglio un bene viscerale, ancestrale. Ti sei infilato dentro la mia anima. Quella che si fa sentire nel momento del piacere. Quando depongo le armi e mi ritaglio una parentesi nel tempo. E mi concedo di sentire la tua mancanza. Dio quanto mi manchi. Quanto bisogno ho di abbracciarti. Me lo sogno di notte, che ti abbraccio. Ti voglio un bene molto pericoloso per me. Perché è quel bene che perdona Tutto. E dimentica. Un bene che mi fa così paura, da scappare via. Per non parlare dell’angoscia che mi assale, quando cullata da queste sensazioni, mi rendo conto che da qui all’infinito, non smetterai mai. Di mancarmi. Non smetterai mai, perché non ci sei e non ci sarai più. Ma io continuerò per sempre a volerti così bene. Anche se tu non me ne vuoi. Anche se non ci capiamo mai.

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Ho sempre creduto che fossimo sedute sul pavimento a bere una tisana nella penombra della tua casa così accogliente, ai piedi di quel grande tavolo, circondate dai libri. E invece no. Io non sono lì. E in effetti, se guardo bene, ci sei solo tu. Anzi, no. Non ci sei nemmeno tu. Ci sono solo le nostre tazze di thè, ormai freddo. E la casa, il silenzio, i tappeti, la penombra. Il silenzio di un posto abbandonato per sempre. Che se ne resta lí. Immobile. Eterno nello scorrere del tempo. Io non ci sono più da tempo, lì. Sono altrove. Adesso. Con una canottiera bianca, faccio un tiro dalla mia sigaretta e salgo a cavalcioni sulla sedia, soffiando fuori lentamente una boccata di fumo. Sono lì tra i baci sul collo e l’odore del fumo. Solo lì tra la lingua e la fragilità dei sensi. Sono li dove non esistono regole e ti lasci i segni sulla pelle. Sono lì dove ti porti in salvo. Insieme.

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Regina Cattiva..

Puoi essere così disperato, così disperatamente alla ricerca di amore, da vivere nell’odio? Puoi? Si può essere così avvolti dal rancore, dalla rabbia, dalla sete di vendetta contro chi ci fa così tanto male da toglierci il respiro, il cuore, il senso, da voler distruggere tutto quello che ci sta intorno? Si può essere così spaventati, soli, confusi, da perdersi? Si può essere così disperatamente bisognosi di amore, da non saperlo cercare, vedere, accettare, prendere? Le persone che amano e fanno sempre la cosa giusta, sono belle. Generalmente sono bionde e hanno gli occhi azzurri. Ma quanto cazzo sono belle di più quelle anime tormentate, che hanno subito torti, difficoltà, ostacoli, e per difendersi dalle debolezze e dalle paure hanno costruito muri, portano maschere e scagliano frecce oppure architettano diabolici sortilegi per non farsi avvicinare da nessuno? Per non essere fragili, per non essere vulnerabili e soffrire, ancora una volta? Quanto cazzo sono belle? Con i loro occhi neri di notte e i capelli di petrolio, con le loro ali di malefica e le cicatrici del dolore ricucite dentro al petto?

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Esiste davvero, la magia?

La strega dell’acqua camminava in silenzio, costeggiando il fiume. Si nutriva del rumore dell’acqua che scorre. Le piaceva immensamente. L’acqua che si divideva in onde che si rincorrevano, si tuffavano per diventare schiuma bianca e scivolavano, si accavallavano e si rincorrevano di nuovo per continuare la loro corsa senza fine. Le piaceva osservare i ciottoli sul fondo del fiume. L’acqua limpida e trasparente si mostrava al mondo senza maschere, senza timori, in tutta la sua bellezza, con tutto il suo potere. Esattamente come lei. Solitaria, passava il suo tempo ad ascoltare la vita dei boschi. Ne respirava il profumo, si riempiva gli occhi del verde fitto degli alberi, circondata dal silenzio. Pace. Cinguettio di uccelli e scricchiolio di foglie secche e rami calpestati. Controllava che tutto fosse al suo posto. Teneva in equilibrio le energie del mondo. Lei era quelle montagne, lo scorrere eterno di quelle acque. Lei era quel mondo e quel mondo era lei. Magia. Lei era magia. La magia ancestrale che vive nel cuore delle cose. La magia vitale, l’equilibrio del mondo, l’amore. Che muove tutto. L’amore viveva in fondo agli occhi di quella giovane strega. Nata dall’acqua e dell’acqua guardiana. Nessuno può dominare l’acqua. Nessuno la può controllare. Nessuno può imporle il corso da seguire, perché lei esplode, ed è più forte. Sempre. E nessuno poteva dominare lei. Solo l’amore sapeva guidare i suoi passi. La magia dell’amore brillava come una fiamma di fuoco rosso vivo, in fondo ai suoi occhi. Solo una persona la sapeva vedere. Risvegliare, vivere. Solo la strega del fuoco. La strega del fuoco ballava, di notte. Disegnava le sue danze magiche intorno a fiamme e lapilli che si stagliavano selvaggi verso il cielo di quel posto magico e perduto. La luce del suo fuoco era inferiore solo a quella della luna. Immensa. A dominare il cielo e tutte le sue stelle. Portava i segni, sulla pelle. La strega del fuoco non parlava mai. Scriveva la sua storia e quella del mondo tracciando segni indelebili con un inchiostro speciale. Era così che muoveva la vita, le storie del modo, era così che faceva esistere persone, animali, storie. Tracciando segni. Disegnando. Era così che l’aveva incontrata. Tracciando segni scuri sulla sua pelle bianca. La strega del fuoco e quella dell’acqua si scambiavano storie segrete, nel cuore di quel posto selvaggio, la notte. L’inchiostro di linfa gocciolava deciso dal pennello che Trecy impugnava con coinvolgimento estremo. Per ogni goccia sulla sua pelle, un brivido attraversava il corpo di Sally, scavava nella carne, nelle ossa, ed arrivava lì. Nel punto più profondo di lei a risvegliare onde di brividi nuovi, che sorgevano, si ricorrevano, si tuffavano in schiuma bianca, proprio come la sua acqua. Era così che la magia si nutriva di se stessa, l’energia le attraversava a vortice e l’acqua faceva l’amore con il fuoco. Aveva graffiato la terra umida con forza, Sally, le era rimasta incastrata sotto le unghie. Ne aveva sentito il sapore intenso. Era troppo. Quei brividi erano troppo per lei. Non avrebbe potuto reggerli oltre, la prima volta che li aveva provati. Doveva smettere. Doveva farla smettere subito. Aveva ragione la strega della Terra, non avrebbe dovuto incontrarla. Ma era così curiosa. Delle danze notturne della dea del fuoco, parlavano tutte le creature del bosco. Nessuna però aveva avuto mai il coraggio di assistervi. Lei invece non aveva saputo resistervi. L’aveva vista ballare da dietro il tronco spezzato di un pino, ed era stato come una calamita. Si era avvicinata quasi in uno stato di ipnosi. Doveva toccarla. Le aveva sfiorato con la mano la spalla. Lei l’aveva guardata con gli occhi scuri e di fiamma. Era entrata dentro ai suoi, limpidi e impavidi. E si erano mischiate subito. Sally voleva vivere sulla sua pelle il potere supremo della vita che si origina. Cosa sarebbe potuto succedere se Tracy avesse tracciato su di lei i suoi segni? Cosa sarebbe successo se la forza della vita che nasce si fosse mischiata con quella della vita che scorre, vera e inarrestabile, nell’equilibrio del mondo? Troppo. Era troppa quell’energia vitale. Cominciava a farle male. Doveva farla smettere. Si era voltata di colpo e leaveva afferrato il polso. Tracy l’aveva guardata negli occhi di nuovo e aveva capito. Senza dire una parola, l’aveva lasciata andare via. Ma da allora non erano più state in grado di smettere. Perché dall’unione delle loro forze era nato amore. E avevano bisogno l’una dell’altra. Avevano bisogno di quei brividi. Perché l’amore muove il modo. Perché l’amore è la magia più grande. Così Tracy aspettava Sally nelle notti di luna piena e, senza dire una parola, compivano il loro rito d’amore. E anche il loro mondo traeva nutrimento dall’energia vitale che insieme sapevano generare.

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Disney Villains

Io voglio essere la cattiva delle favole. Che figata essere cattivi. Essere arrabbiati e non dover fare per forza i bravi. Non doverci ragionare su, introspezionarsi, cercare spiegazioni, elaborare. Che figata poter essere arrabbiati e basta. Fare incantesimi di vendetta, circondarsi di fumo verde e lanciare le proprie maledizioni su chi ci ha ferito. Mi piacerebbe moltissimo essere la cattiva delle favole. Graffiare. Preparare biscotti con filtri d’amore, fare addormentare le persone con un soffio, sapermi difendere.

Non avere paura più.

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Le mie labbra sulle tue

Perché seduta, con la schiena appoggiata al tuo petto, posso lasciar cadere la testa sulla tua spalla e sentirmi a casa? Perché mi rimane appiccicata addosso questa sensazione che non ho mai vissuto? Questo contatto che è soltanto utopia? Perché lo sento così vero, se non esiste? Perché il braccio sulla pancia e la mano sulla tua, quel sottile senso di imbarazzo, di un tocco leggero che vuoi, ma non sai se lo vuoi, che ti sfiori per non toccarti troppo, ma non puoi smettere di farlo. E le dita che si intrecciano, così vere. E se si intrecciano, ci sei. E il naso. E le labbra sulle tue. Perché, perché continuò a sognare le mie labbra sulle tue?! La paura, il terrore, la voglia, la non voglia e poi la decisione e poi se lo fai lo fai punto. Perché? Perché?? Perché voglio le mie labbra sulle tue???

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Io Voglio:

IO VOGLIO:

era un gioco che facevo da piccola. Me l’aveva insegnato Marta. E a lei Ale. Il suo idolo, in pratica. All’inizio pensavo fosse una cavolata, poi è diventato droga. La sera, quando in casa calava il silenzio, dopo aver sparecchiato la cena, che consumavo sempre da sola, non prima delle 22, quando finivo la lezione di danza. Davanti alla mia tisana calda, ma non troppo. Silenzio. Io, la mia penna, il mio diario. Dalla camera dei miei, il russare irritante di mio padre. E scrivevo. All’infinito.

IO VOGLIO:

Tempo. Io voglio avere tempo. Più tempo. Io non voglio tornare dal lavoro alle 19 ed essere sommersa dalle cose da fare, tanto che la presenza delle mie figlie risulta quasi d’impiccio. Io voglio che non mi facciano male i pollici quando scrivo con il telefono. Perché lo uso praticamente per tutto. E poi mi viene la tendinite. Io voglio fare quello che voglio, quando mi va. Voglio finire le cose: di sistemare il giardino, di leggere un libro, di incollare le fotografie sull’album di Zoe. Voglio guardare un film. Sul divano. A un orario che non sia di notte. Con la tisana o i pop corn. Voglio fare la doccia con calma. Voglio dormire. Dio, quanto ho bisogno di dormire. Voglio fare uno sport. Avere energia e tempo per portare avanti con costanza un impegno. Voglio stare con le mie bambine. Vedere se Zoe riesce a andare in bicicletta, giocare a un gioco in scatola con vera. Fare un giro nel bosco. Voglio andare al mare. Voglio avere tanti soldi per non avere più pensieri. Voglio che il mio libro venga pubblicato. Lo

Voglio tanto. Voglio che la nonna Ida torni in forma come era un tempo. Voglio avere tempo per stare con lei, sentirla raccontare della sua infanzia, bere un litro del suo caffè. Voglio che mi faccia ancora le polpette di zucca, che me lo promette, ma non riesce più. Voglio uscire da sola con Christian. Voglio scrivere. Io voglio scrivere e vorrei che le persone mi apprezzassero per quello che scrivo. Come si fa a piacere alla gente? Che ansia. Come fanno quelli che hanno 300mila follower? Follower? Ma Dio, 10 anni fa nemmeno me lo sognavo cosa fossero i follower e i like. Adesso sono diventati la cosa più importante. Devi diventare virale. Un influencer, se vuoi essere qualcuno. Io non sono mai stata popolare, non mi cagava nessuno a scuola, anche quando non c’era facebook. Figuriamoci adesso. E se l’unico modo di pubblicare il mio romanzo è questo, addio. Non sono assolutamente capace di essere popolare sui social. Penso che a mettere tutti questi ashtag si perda una marea di tempo, però è da fare. Mi viene un sacco di ansia. Peccato. Vorrei essere perfetta. Sai quelle che sanno cosa dire, come dirlo, quando dirlo e come mettersi in posa per una foto. Io vorrei almeno sapermi pettinare. Sono anni che ci provo, invano. Vorrei saper fare un video di presentazione del mio romanzo, magari sarebbe carino e anche utile. Vorrei camminare a piedi nudi sull’asfalto, respirando l’aria della sera. Vorrei fumare una sigaretta. Vorrei guardare il tramonto, sentire il rumore del mare. Vorrei essere capace ancora di scrivere frasi romantiche, ma sono talmente devastata dalla vita, che la cosa più romantica che mi viene in mente è mangiare una vaschetta di gelato seduta per terra con le candele accese davanti a una serie tv di netflix(questo sconosciuto).

E va bene così, senza parole.

Ci sentiamo, Casomai. · Senza categoria

Un sogno.

Un desiderio tormentato. Un sogno, lontano, irraggiungibile, così tanto da venire occultato, sotterrato, soffocato dalla paura di fallire. Di non essere abbastanza brava. Di non essere all’altezza. Un sogno bambino, coltivato nel tempo. Lasciato in sospeso, ad aspettare. Coccolato, cullato, arrabbiato, abbandonato. Un sogno ingenuo? Troppo grande. Utopia? Forse no. Ho costruito la mia vita. Mi sono costruita, cancellata, distrutta, riscoperta da capo. E propio in un momento di nuova distruzione, messa in discussione, tremolante tormento e punti di domanda, ecco che il mio sogno picchia. Di nuovo. E questa volta decido di ascoltarlo. Il mio sogno nel cassetto. Ed ecco che forse, questa volta, sarà lui, il mio sogno, ad ascoltare me.

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Perché Satine?

“Scrivi, Christian. Racconta la nostra storia. Così io sarò sempre con te..”

-Satine, Muline Rouge

Perché ho aperto un blog che si chiama Satine?

Perché ho pianto. Lo sa il cielo (e le mie amiche) quanto ho pianto, quando la bella Satine è morta tossendo sangue tra le braccia del suo vero amore, pregandolo di scrivere. Scrivere, raccontare. La loro storia. Farla rivivere nelle sue parole.

Scrivere.

Conosci un altro modo per fregar la morte?

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Vaffanculo.

Fanculo ai tuoi capelli. Vaffanculo alla tua forma che si staglia snella contro la luce del mattino che picchia strafottente, sfonda il vetro della finestra dello studio e infrange tagliente le tende. Quelle terribili tende con le decorazioni a fiori. E ti avvolge, inebriandomi della tua figura snella che si staglia sul mio sguardo, la prima cosa che vedo al mattino. E vaffanculo anche al tuo profumo. Che riempie il corridoio e si sente già a metà. Lo respiro a fondo, di nascosto. E dà i brividi. Ti osservo. Spostarti sicura da una stanza all’altra, parlare guardano tutti dall’alto, con la coda dell’occhio, perché non meritano la tua attenzione. Non troppo, almeno. Come mi fai incazzare. Come mi fa arrabbiare questo atteggiamento strafottente da principessa sul suo piedistallo dorato, quando invece sei la più insicura del reame. Mi accende un fuoco in fondo allo stomaco che divampa nelle vene fino a sbriciolarsi nelle estremità del corpo. E mi affascina da morire. Questo tuo atteggiamento strafottente. Quando mi parli con quel tono, pensandoti inattaccabile, ti farei tacere all’istante mordendoti le labbra. Ti tirerei i capelli con rabbia dolce, per sollevare il viso e baciare la linea sinuosa del collo, lasciandoti il mio graffio sulla pelle. Ti spingerei contro il muro e ti spoglierei. Piano. Con decisione. Senza darti il tempo di pensare. Senza sentirti più parlare. Solo respirare. Ti sentirei respirare forte, assaggiandoti con la lingua. Ti mangerei. Fino a veder brillare nei tuoi occhi quella luce che dice mille parole. Tutte quelle che non sei capace. Tutte quelle che soffocchi, nei tuoi sguardi dal piedistallo.