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L’ultima volta.

Ph Paola Calzi

Siamo amici da una vita, io e Caterina, ci conosciamo fin dai tempi del liceo: compagni di banco, da adolescenti frequentavamo la stessa compagnia, abbiamo condiviso lo studio, le serate in discoteca, le domeniche pomeriggio al cinema.

Ci siamo sempre confidati i segreti più intimi, le paure nelle prime storie d’amore, siamo stati la spalla sui cui piangere l’uno per l’altra, l’appoggio su cui contare nelle difficoltà che la vita non risparmia a nessuno.

Anche adesso, i trent’anni alle porte, continuiamo a frequentarci. Caterina è la mia ancora di salvezza: l’unica persona con cui riesco ad aprirmi, a parlare liberamente. Le serate con lei sono terapeutiche. E poi mi dà sempre buoni consigli, soprattutto per quanto riguarda le donne: mi dà l’altro punto di vista sulle cose, mi insegna a guardarle “al femminile”.

Caterina è la mia migliore amica.

Almeno, io ho sempre creduto che fosse questo per me.

Mi sono reso conto di essere innamorato di lei quando ha conosciuto Giacomo, il suo attuale compagno.

L’idea di lei come fidanzata non mi aveva mai nemmeno sfiorato, prima. C’era  sintonia, è vero. La nostra complicità, quel capirci al volo, da uno sguardo, sapere sempre cosa fare per regalare all’altro un sorriso quando qualcosa andava storto. La consideravo più che altro come una sorella, con lei giocavo a carte scoperte: eravamo troppo in confidenza, mi conosceva troppo nel profondo, per poterci fare l’amore.

Ma l’arrivo di Giacomo mi ha aperto gli occhi: vederla ridere mentre lui le scosta dolcemente i capelli dal viso per darle un bacio, saperla felice insieme lui, sentirla improvvisamente così lontana da me, mi faceva impazzire di gelosia.

E pensavo alla luce che le brilla negli occhi, azzurri, pensavo al suo profumo buono, alle sue mani perfette, a quel suo essere così timida e riservata, a quando si mordicchia nervosamente il labbro, se le faccio una domanda a cui non vuole rispondere. Pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto guardarla addormentarsi, giocare con le dita tra i suoi cappelli scuri.

Non le ho mai detto nulla. Quando siamo insieme, fingo che tutto sia come è sempre stato, evito i discorsi su Giacomo e soprattutto cerco di non incontrarlo, o per lo meno di non trovarmi a dover trascorrere del tempo con loro due insieme.

Da quando è fidanzata ci vediamo meno, ma riusciamo comunque ad avere un po’ di tempo per noi, come il mercoledì sera, per esempio. Non ho mai amato particolarmente il gioco degli scacchi: troppo lento, troppo riflessivo, per i miei gusti; Caterina invece lo adora e quando mi ha proposto di stabilire un appuntamento fisso settimanale per trascorrere la serata insieme “Potremmo giocare a scacchi!- aveva detto -Sai che è la mia passione, ma Giacomo non è capace e non vuole nemmeno imparare.”, non ho saputo dirle di no. Il mercoledì Giacomo gioca a calcetto con un gruppo di amici e rientra sempre a casa tardi: il mercoledì è la mia serata, la nostra serata.

Questa sera però è diversa, io sono diverso. Oggi è il ventiquattro marzo, l’anniversario della morte di mio padre. Ho pensato a lui tutto il giorno, ho pensato alla sua malattia, al tempo, alle cose che mi sono rimaste da dire, quelle che non gli ho mai detto, per paura, per timidezza, per pigrizia.

Non voglio che con Caterina succeda lo stesso, non voglio perdere il mio tempo, il nostro tempo. Ho deciso di rischiare, di confessarle il mio amore: forse la perderò per sempre, magari invece riuscirò ad averla. Ma non lo saprò mai, se permetterò ancora alla prudenza di spegnere le mie sensazioni.

È bella, mentre guarda assorta la scacchiera e pensa a quale sarà la sua prossima mossa. Sto cercando il momento migliore per iniziare il discorso, ma nessuno sembra essere quello giusto. Sono agitato, le mani fredde, non riesco a stare fermo: continuo a muovermi sui cuscini.

<< Fabio, ti devo dire una cosa..>>

Ha alzato lo sguardo, occhi negli occhi, sembra molto seria e mi mette a disagio.

<<Da quando sei arrivato cerco il momento giusto per parlarti, non so da dove cominciare.>>

È irrequieta, abbassa di nuovo gli occhi. Forse i suoi pensieri sono uguali ai miei? Forse anche lei si tiene dentro da anni il suo amore per me e finalmente ha deciso di uscire allo scoperto?

Mi avvicino, appoggio una mano alla sua. Perché sono così stupido? Vorrei solamente darle un bacio.

Senza dire nulla, lei lo fa.

E mi trovo per la prima volta, in questo bacio. Trovo me stesso dopo tutta una vita, il pezzo di me che manca da sempre. Le mani tremano, vorrei fare di tutto, ma non riesco nemmeno a muovermi. È un bacio di brividi nello stomaco, di nodi in gola, un bacio fatto di lacrime. È come morire. È perdersi.

All’improvviso lei si interrompe, si allontana dalle mie labbra e si irrigidisce. Continua a tenermi una mano sul viso, abbassa lo sguardo, una lacrima lungo il volto:

<<Fabio, io…aspetto un bambino.>>

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Matilde

Ph by Paola Calzi

Apro gli occhi e li richiudo subito: la luce riflessa dalle pareti bianche della stanza mi dà fastidio.
Aspetto qualche secondo e li riapro. L’orologio grigio appeso alla parete di fronte segna le 10.00: non so se è sera oppure giorno. Sono sdraiata in un letto che non è il mio. Provo ad alzarmi, ma la testa comincia a girare e sono costretta a lasciarmi cadere di nuovo sul cuscino. Bianco. Anche le lenzuola sono bianche, con una coperta leggera e ruvida. Qui è tutto troppo bianco.

<<Dove mi trovo?>>

Penso.

Sono confusa, e non ricordo.

Una donna con un camice, bianco, si avvicina al mio letto. È giovane, sulle labbra un rossetto rosso, i capelli ricci, biondi, un taglio troppo corto per dei capelli così crespi. Il suo viso è dolce e sembra gentile. Con voce pacata mi dice:

<<Ciao, Matilde.>>

Non rispondo.

<<Come fa a sapere il mio nome?>>

<<Come ti senti?>>

<<Bene. Credo.. dove mi trovo?>>

<<Sei in ospedale.>>

<<O mio Dio, tesoro, ti sei svegliata!>>

La voce squillante di mia madre copre quella pacata e dolce della donna, che presumo essere un’infermiera. Mi volto: sta correndo verso il mio letto, mi afferra la mano.

<<Ahi!>>

Sento pungere nel braccio. Solo adesso mi accorgo di avere una flebo.

<<O Signore! Scusami, non me ne ero accorta! Come stai?>>

<<Un po’ stordita. Che è successo?>>

L’infermiera è ancora accanto al mio letto, di fronte a mia madre, ci guarda.

<<Sei svenuta. Mi hanno chiamato dalla scuola. Poi è arrivata l’ambulanza che ti ha portata qui. Mi hanno detto che tremavi, sbattevi per terra. Ci siamo presi un bello spavento, sai?!>>

<<La spalliera. È l’ultima cosa che ho visto. Poi buio. Eravamo nell’ora di ginnastica, la prima ora.>>

<<Ma tu sei troppo pallida.>>

Aggiunge. E Poi:

<<Scusi, signorina, è sicura che mia figlia stia bene? Mi sembra così pallida..>>

Mia madre è molto apprensiva. Troppo apprensiva.

<<Controlliamo subito.>>

Dice l’infermiera. Va a prendere uno di quegli aggeggi per misurare la pressione e me lo lega al braccio. Lo sento stringersi sempre di più, poi si sgonfia:

<<60-90, un po’ bassa direi.>>

<<E quindi?>>

Chiede subito mia madre.

L’infermiera si rivolge a me:

<<Per ora pensa a stare sdraiata e riposare. Terrai la flebo. Passo più tardi per il controllo e oggi pomeriggio verrà lo psicologo.>>

Sorride e si allontana.

<<Lo psicologo? Perché? Non mi serve uno psicologo, chiaro?!>>

Le grido. Non risponde.

La testa ricomincia a girare.

Intanto mia madre si è seduta su una sedia, accanto al mio letto.

<<Cosa mi succede, mamma?>>

Le domando.

L’espressione sul suo viso, da angosciata, diventa triste:

<<Non lo so, tesoro mio. Io non lo so. Te l’avevo detto che dovevi mangiare. Mangi troppo poco, non hai più energia.>>

Mi dà fastidio. Quando mi parla con questo tono non la sopporto. Ne tanto meno sopporto quello sguardo. Odio parlare di questo argomento, odio parlare del cibo.

Senza dire più niente, mi giro su un fianco e le do le spalle.

Era stata la professoressa di Scienze a darmi l’idea: si era messa in testa di dedicare una parte del programma all’alimentazione, l’anno scorso.

Ci aveva distribuito delle fotocopie con rappresentata una tabella, grazie alla quale avremmo potuto calcolare il nostro peso forma.

Io sono alta un metro e sessantacinque. Allora pesavo cinquantacinque chili: perfetta, nella media.

Secondo quella tabella la fascia “nella norma” che corrispondeva alla mia altezza poteva andare dai cinquanta ai sessanta chili.

<<.E se, pur rimanendo nella norma, scendessi al limite inferiore?>>

Era una sfida. Era un gioco che avevo deciso di fare con me stessa.

Sono sempre stata molto determinata. Precisa, costante, testarda.

Ho cominciato a ridurre la quantità di cibo che mangiavo e ho eliminato patatine, merende, brioches, crackers fuori pasto; niente focacce, pizze, cioccolato, niente gelato.

Il gelato. Era al primo posto tra le cose che preferivo, una volta.

Ho cominciato subito a perdere peso. All’inizio mi pesavo tutti i giorni: che soddisfazione quando ho perso il mio primo chilo. Ero felice, orgogliosa: ce l’avevo fatta, ci stavo riuscendo. Ero ancora più determinata ad andare avanti.

Poi ho iniziato a perdere il controllo. Sedermi a tavola è diventato angosciante. Se mia madre mi prepara una porzione più grande di quella che ho deciso di mangiare mi innervosisco. Divido in due quello che ho nel piatto, tracciando una linea immaginaria con la forchetta, e ne mangio metà. Non ascolto la mia fame, non ascolto il mio corpo, ascolto soltanto la mia testa: metà.

All’inizio soffrivo la fame. È brutto avere fame, perché riesci a sentire solo i morsi che ti attanagliano lo stomaco, e non puoi pensare ad altro. Faticavo a concentrarmi, a studiare. Per distrarmi mettevo in bocca una gomma da masticare o una caramella, non più di una al giorno, perciò la dividevo e la mangiavo a rate.

Adesso non la sento neanche più, la fame.

Ho cominciato a pesarmi due, tre, quattro, più volte al giorno. Se l’ago della bilancia segna dove dico io allora è una bella giornata, e sorrido. Altrimenti, mi innervosisco e non ho voglia di vedere nessuno.

Devo muovermi, fare attività fisica, per bruciare i grassi. Vado a correre tutti i giorni, almeno dieci chilometri. Se non riesco a correre fuori, faccio la cyclette in casa, oppure vado in piscina a fare le vasche.

Odio mangiare in compagnia, perché tutti mi guardano. E se mi sento osservata, non riesco a dividere tutto precisamente a metà, e rischio di mangiare troppo. Continuo a ripercorrere nella testa quello che ho mangiato, per essere sicura di non aver esagerato, e poi mi innervosisco, e devo muovermi. Se non mi muovo subito ingrasso. Meglio mangiare a casa. Meglio mangiare da sola, perché non sopporto nemmeno lo sguardo dei miei genitori e di mio fratello, quando siamo a tavola: mi pesa addosso.

È passato un anno da quando ho iniziato la mia sfida, adesso peso quarantacinque chili.

Non lo so se ho vinto, ma credo di no. E ho la testa piena di regole che devo seguire, di limiti che mi sono imposta, di paranoie da cui non posso liberarmi.

Tutte le volte che passo davanti a uno specchio mi guardo la pancia. A volte sollevo la maglietta e controllo che, piegandomi, non si formino le pieghe di grasso. E odio le mie maniglie dell’amore, perché quando metto i jeans stretti si vede il grasso in eccesso sui fianchi.

Tutte le sere, prima di dormire, dopo essermi pesata, controllo che si vedano le clavicole e le costole: allora sono magra abbastanza.

<<È qui Matilde?>>

Una voce familiare mi distoglie da questi pensieri:

<<Zia!>>

<<Ciao, piccolina.>>

Mi abbraccia.

<<Ti ho portato un regalo.>>

Si, perché oggi è il mio compleanno: oggi compio diciotto anni.

Mi porge un pacchetto, non tanto grande, blu, con un fiocco verde, e una busta. Dentro c’è una cartolina con stampata una poesia di Madre Teresa:

Vivi la vita

La vita è un’opportunità, coglila.

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, godine.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un’avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila.

Non lo so se ho vinto, ma credo di no.

E non è vero che sono felice, non è vero che mi piaccio. Non sto bene con me stessa, perché non sto bene nella testa. Non vivo. Io non vivo, me ne dimentico, perché sono troppo impegnata a controllare quello che mangio.

E non ricordo nemmeno che sapore ha il gelato.

Alzo lo sguardo. Quando l’infermiera passa in corridoio, la chiamo. Si avvicina.

<<Si ricorda quello che le ho detto prima, riguardo allo psicologo?>>

Annuisce.

<< Ecco, ho cambiato idea.>>

Abbasso lo sguardo e continuo:

<<Credo di averne bisogno..>>

Alzo di nuovo gli occhi.

Il suo sguardo dolce mi rassicura, sorride.

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La cosa giusta 


<<Buongiorno!>> <<Ciao, cosa ti porto? Il solito?>>

Lo vede tutte le mattine. Arriva al bar con la figlia, sempre alla stessa ora, e fanno colazione.

<<Si, grazie.>>

Risponde la vocina della piccola Silvia.

Sandie le fa un sorriso e si allontana verso il bancone.

Lavora qui da quasi due anni. Un lavoro stancante: la mattina fa sempre il primo turno e deve aprire il bar alle sei. Però le piace. Le piace parlare con la gente, le piace l’idea di entrare per un attimo nella giornata delle persone che passano di lì: hanno sempre qualcosa da raccontare. Con la maggior parte chiacchiera del più e del meno. Qualcuno, che è entrato in confidenza, le chiede opinioni e consigli. C’è chi si confida, facendole qualche confessione, e c’è anche chi fa il brillante per provarci con lei. Alla fine è un lavoro divertente.

<<Ecco qui, un caffè macchiato caldo e il succo alla pera, per Silvia.>>

Dice Sandie, appoggiando la tazzina e il bicchiere sul tavolo.

E poi:

<<Manca qualcosa?>>

Chiede rivolta alla bambina, alzando di proposito il tono di voce.

<<Si! La mia brioche!>>

Risponde la piccola.

<<Oh, oh! Ma..eccola qui! Si era nascosta sotto al vassoio, quella monella!>>

Silvia ride, afferra il suo cornetto alla marmellata e lo morde con gusto.

Mirko, il papà di Silva, sorride. Guarda Sandie e la ringrazia, quasi sottovoce.

Le piace quell’uomo. Non sa spiegarsi il perché, ma le piace un sacco. Non è particolarmente bello, ma la affascina. Porta i capelli rasati, magro, non tanto alto. E i suoi occhi. Azzurri, chiarissimi, di ghiaccio.

All’inizio la sua era soltanto curiosità: era rimasta colpita da lui e lo osservava con interesse. Niente di più.

Adesso invece è diverso.

Sente un timido brivido nello stomaco quando incrocia il suo sguardo. Quando gli parla è come a disagio, imbarazzata, i suoi gesti diventano goffi e impacciati.

Pensa spesso a Mirko, anche quando non è al lavoro. Certe volte, durante la giornata, le viene in mente il suo viso, o una frase che le ha detto al bar, e allora si ritrova a sorridere.

Non ha mai visto sua moglie, ma sa che è sposato, perché una mattina ha notato la fede al dito. E ad essere sincera, un po’ le è dispiaciuto.

<<Sandie, scusa?>>

Sta sciacquando le tazze e i bicchieri per metterli nella lavastoviglie e la voce di Mirko la interrompe. Si gira e lo vede dall’altra parte del bancone.

<<Dimmi.>>

D’istinto, abbassa lo sguardo.

<<Mi daresti un’altra brioche?>>

<<Certo, come la vuoi?>>

<<Vuota, grazie.>>

<<Ecco qui.>>

<<Me la metteresti in un sacchetto per favore? La porto via.>>

<<Certo!>>

Sandie prende il sacchetto, vi infila la brioche con qualche tovagliolino di carta e la porge a Mirko da sopra il bancone.>>

Le loro mani si toccano appena e lei prova un leggero imbarazzo. Questo gesto dura poco più di un istante e Sandie si rende conto che Mirko le ha passato qualcosa: le ha lasciato in mano un piccolo pezzo di carta, piegato.

Quando se ne rende conto abbassa di nuovo lo sguardo. È sicura di essere diventata rossa perché sente le guance caldissime.

<<Grazie Sandie. Ci vediamo domani.>>

Mirko sorride, come se niente fosse. Sembra tranquillo, sicuro di sé.

<<Va bene, ciao.>>

Risponde lei sottovoce, senza riuscire a guardarlo negli occhi.

Quando è certa che Mirko e Silvia se ne siano andati, chiede a Luciano, il proprietario del bar, di poter fare una pausa.

Esce a prendere una boccata d’aria e si accende una sigaretta.

Ha messo il biglietto che le ha passato Mirko nella tasca dei jeans. È nervosa. Ma è anche molto curiosa. Lo prende e lo apre:

340-5974321

Un numero di cellulare. Nient’altro.

A questo punto Sandie non sa che cosa fare.

“Cosa significa questo numero?”

Pensa.

“Vuol dire che lo devo chiamare? È il suo numero di cellulare? E perché non ha scritto nient’altro?”

Se ha osato darle questo biglietto, avrebbe almeno potuto scriverle qualcosa, un messaggio.

Ripiega il foglio e lo rimette in tasca. Finisce la sua sigaretta e butta per terra il mozzicone, per spegnerlo con la punta del piede.

Riprende a lavorare, ma è distratta. Continua a pensare a Mirko, al suo biglietto.

Il suo numero di cellulare, quante volte avrebbe desiderato averlo. Quante volte ha fantasticato che lui la chiamasse per darle un appuntamento.

Ma poi? È un uomo sposato, ha una figlia. Cosa crede di fare? È una faccenda troppo complicata:

“Meglio lasciar perdere.”

Pensa. E questa volta ne è davvero convinta.

Quella sera Sandie non riesce a prendere sonno. Si rigira nel letto, è irrequieta.

Infondo lei ha venticinque anni, Mirko ne avrà almeno una decina in più. E soprattutto è sposato. Ha una moglie, e anche una figlia. Ha una vita, una famiglia.

“E chi sono io per rischiare di rovinare tutto questo? Se gli scrivessi, anche solo un sms, potrei causare chissà quale disastro.”

È convinta di questo, ma non riesce a fare a meno di pensare che alla fine è stato lui a farle avere quel numero. E lei adesso ce l’ha. E vorrebbe tanto potergli mandare un messaggio. Forse questo è stato un segno, non l’ha cercato lei. È stato lui a darle il suo numero. Forse questa è un’occasione. La sua occasione. Come succede nei film. E lei non può permettersi di lasciarla sfuggire.

Ciao, sono Sandie..

Ha preso il cellulare e ha scritto di getto. Senza pensare. Ha copiato il numero dal foglietto nello spazio del destinatario e ha premuto invio.

Ha fatto tutto in fretta. Non si è lasciata il tempo di riflettere.

La risposta arriva dopo pochi secondi. Sandie sta camminando nervosamente in tondo nella sua stanza con il cellulare nella mano destra. Lo sguardo nel vuoto.

Che piacere ricevere il tuo sms! Avevo paura che non mi avresti più scritto..

<<Non ci poso credere! Non ci posso credere! Non posso credere che mi stia succedendo!>>

Urla.

È elettrizzata. È felice. Anche se sa che non dovrebbe esserlo.

Ero un po’ indecisa.. ma perché mi hai lasciato il tuo numero?

Scrive con sicurezza, senza inibizione. Attraverso lo schermo del cellulare è tutto molto semplice. Si sente protetta, al sicuro, nascosta dietro al display illuminato del suo Nokia 62100.

Ti va se ci vediamo domani? Magari nel pomeriggio?

 “È arrivato subito al dunque..” pensa. Ma alla fine il suo invito le fa piacere.

Ha ancora un attimo di esitazione: forse sarebbe meglio finirla qui, non rispondergli più. Sarebbe sicuramente meglio così, sarebbe la cosa giusta.

Ma questa volta Sandie non ha voglia di fare la cosa giusta. Vuole soltanto ascoltare il suo cuore.

Può andare. A che ora? Dove?

Ti aspetto davanti all’edicola, quella subito dopo il bar. Alle due?

Ok.

Si ferma a guardarlo da lontano. La sta aspettando, proprio davanti all’edicola, come d’accordo. Guarda l’orologio, sembra nervoso. Effettivamente sono già le due e un quarto e lei non si è ancora fatta vedere.

Forse non ne ha il coraggio.

Ieri era diverso, era più decisa, più sicura, non si sentiva così..piccola.

Ecco, è proprio così che si sente ora Sandie: piccola, una bambina.

E ha paura, paura di stare facendo la cosa sbagliata, paura di non essere abbastanza carina, di non sapere cosa dire. La timidezza e l’imbarazzo prendono il sopravvento ed è quasi decisa ad andarsene.

Continua a osservare Mirko dalla sua postazione, su una panchina nascosta dietro gli alberi del parco, dalla parte opposta della strada.

Due e mezza. Mirko adesso sembra spazientito. Cammina avanti e indietro sul marciapiede guardando di tanto in tanto il suo cellulare.

“Chissà a cosa sta pensando. Magari è preoccupato perché teme sia successo qualcosa. Forse invece è soltanto scocciato e pensa che non avrebbe dovuto perdere tempo con me. Sto perdendo la mia occasione.”

Sandie è combattuta, non sa cosa fare, si sente impotente. Oggi non ha il coraggio di ieri sera. Oggi non può fare altro che starsene lì, impalata su quella maledettissima panchina.

Alle tre meno un quarto Mirko la sta chiamando sul suo cellulare. Lo vede dall’altra parte della strada che si mordicchia il pollice mentre telefona.

Non risponde.

Non riesce a rispondere.

Allora Mirko riaggancia. Prova a richiamarla ancora un paio di volte, senza risultato. Così si infila di nuovo il telefono nella tasca dei jeans e se ne va.

Sandie lo guarda allontanarsi, a testa bassa, le mani in tasca. Ogni tanto dà un calcio a qualche sassolino sul marciapiede, finché svolta l’angolo e lei non riesce più a vederlo.

A questo punto Sandie scoppia a piangere. Piange come una bambina. Rannicchia le gambe sulla panchina e le stringe forte tra le sue braccia. Appoggia le testa sulle ginocchia e piange. Poi i singhiozzi diventano più forti, il mascara cola lungo le guance rigandole di nero, ma non gliene importa niente. Non riesce a smettere di piangere e pensa che è stata una stupida.

Resta lì per molto tempo, fino a quando, stremata, si sdraia sulla panchina, appoggia la testa sull’avambraccio e si addormenta.

Quando si sveglia è già il tramonto. Si sveglia di soprassalto, perché sente la mano di qualcuno accarezzarle i capelli.

Ancora prima di aprire gli occhi, scatta in piedi cacciando un urlo spaventoso.

Poi lo vede. Mirko è lì, davanti a lei, seduto sulla panchina.

Si sente ancora più stupida.

Si siede accanto a lui, ma mantenendo una certa di stanza. Guarda in baso, le sue dita, che con le unghie stanno torturando le pellicine. Con la coda dell’occhio riesce a vedere in parte le gambe di Mirko e le sue scarpe.

Poi finalmente si decide, fa un respiro profondo, e alza lo sguardo:

<<Scusami, mi dispiace tanto. Ero qui, cioè sono sempre stata qui. Non è che non volevo venire all’appuntamento, ma io..non lo so, ho avuto paura, e poi..>>

Mirko non le lascia finire la frase. Prende il suo viso tra le mani e con il pollice le asciuga dolcemente una lacrima.

<<Vieni qui, bambina..>>

Le mani tra i suoi capelli, e la bacia.

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Il colore dei piatti non si sceglie.

<<Il colore dei piatti non si sceglie.>>
La maestra non fa che ripetere questa frase, tutti i giorni, all’ora di pranzo.

Me ne sto qui, buona, sulla mia piccola sedia di legno e osservo i miei compagni, che litigano per il colore dei piatti.

A me non interessa, il colore. Non mi interessa nemmeno il piatto, a dire il vero.

Me ne sto qui buona, senza parlare.

Ho il fazzoletto di carta nella tasca dei pantaloni, se mi viene da piangere. Me l’ha dato la nonna, stamattina. Siamo passate da lei, io e la mamma, come tutte le mattine, per lasciarle Filippo, il mio fratellino. Lui non può venire all’asilo insieme a me: lui è piccolo. Io sono grande, ormai, ho già due anni e mezzo. La mamma me lo dice sempre, che sono grande. Anche le maestre me lo dicono.

Io non rispondo. Non lo so se sono grande: i bambini grandi non piangono, ma a me viene sempre da piangere quando devo salutare la mamma, prima di entrare all’asilo.

Quando siamo in macchina non ci penso tanto: la nonna mi dà sempre qualcosa, una caramella, un cioccolatino e allora penso a lei e annuso il suo profumo sul fazzoletto. Era bello stare dalla nonna, mentre la mamma era al lavoro. Mi piaceva tanto. Poi però è arrivato Filippo, e tante cose sono cambiate. Non è che non gli voglio bene, perché è il mio fratellino e tutti mi dicono che devo volergli bene. Però mi sta un po’ antipatico. Non è divertente. Piange e vuole sempre stare con la mamma. E io sono grande, lui è piccolo e deve stare con la mamma. Io devo aiutarla a curarlo. Qualche volta me lo fa tenere in braccio, per poco tempo però, e soltanto se siamo seduti sul divano. Ma lui non resiste tanto in braccio a me, si mette subito a strillare. Gli sto anche io un po’ antipatica, credo.

Il brutto arriva quando la mamma sta parcheggiando: è lì che il mio stomaco inizia a fare i capricci. Ho dei piccoli crampi e mi fa male la pancia. Mi viene da vomitare, tutte le mattine. Ma la nonna mi ha insegnato un trucco: se respiro forte con il naso e poi soffio fuori tutta l’aria con la bocca, la nausea passa, e non vomito. Non mi piace vomitare, mi fa paura.

Qualche volta porto all’asilo la mia bottiglietta d’acqua: se ne bevo un sorso ogni tanto, la pancia smette di farmi male. Però le maestre non me la lasciano tenere per tutto il giorno: soltanto fino all’ora della merenda.

Quando la mamma mi toglie le scarpe e il giubbetto all’ingresso, prima che io entri al nido, li vado a mettere nel mio armadietto, quello con la foto di Pippo. Mi piace Pippo, mi fa ridere. Ha il cappello verde in testa. E la sera, quando torniamo a casa, papà mi fa sempre la voce di Pippo e ridiamo un sacco!

Poi arriva la maestra. Non è che arriva sempre la mia maestra a prendermi, la mattina. E questo un pochino mi dispiace, perché è lei la mia maestra, non capisco perché devo dare la mano a un’altra. Però è lo stesso: mi viene da piangere comunque. Guardo la mamma che mi saluta e sorride e le do un altro abbraccio. La stringo forte perché so che è l’ultimo poi lei deve andare al lavoro. La stringo forte così poi, se ci penso, la sento ancora tra le mie braccia.

Quando vado nella stanza con i miei compagni, la tristezza un po’ mi passa: ci sono tanti giochi lì. Non frequento da molto e non li conosco ancora tutti. Ma gli altri bambini corrono e urlano e vanno a prenderli sempre prima di me, così mi siedo, e li guardo. Mi diverte anche solamente osservarli. Ogni tanto qualcuno mi chiede di giocare con lui e se ho voglia lo seguo. Altre volte invece una maestra mi fa le coccole o mi tiene in braccio. Mi sento un po’ a disagio, perché non ci conosciamo ancora tanto bene, ma mi sembrano tutte simpatiche e dolci. Tranne quando urlano. Perché qualche volta uno di noi combina un pasticcio, e allora le maestre si arrabbiano e gridano. La mia maestra grida sempre con Michele, perché corre in bagno e poi, se cade, si fa male alla testa. Con me non hanno mai urlato, perché io me ne sto buona. Preferisco. Mi spavento se qualcuno mi urla o mi sgrida. Mi imbarazzo e mi viene in mente la mia nonna Giada, e voglio andare da lei. Meglio che questo non succeda.

<<Il colore dei piatti non si sceglie! Ve lo dico tutti i giorni: quello che capita, capita, ok?>>

Tanto i bambini non la ascoltano.

<<Michele! Ancora tu! Lascia stare il piatto di Alessio, ognuno ha il suo! Se continuate così finirete per farvi male.>>

Se no, poi, Michele cade, e si fa male alla testa.

<<Va bene, mi hai costretto a prendere provvedimenti!>>

Adesso la maestra ha preso Michele per mano e lo sta accompagnando nella stanza vicina. Anche lì i bambini sono già seduti al tavolo e stanno aspettando il loro piatto. Loro sono più piccoli di noi.

<<Adesso te ne resti qui, a mangiare con i piccoli, d’accordo?>>

Michele non risponde, guarda il pavimento.

Ecco, tocca a me. Oggi c’è la polenta. Il piatto è bello pieno e esce il fumo: la polenta scotta.

La maestra mi dà il cucchiaio per mangiarla:

<<Sara, mi raccomando, soffia bene, che scotta.>>

Ok. A casa la nonna soffiava lei sul cucchiaio, prima di darmi la minestra. Dopo c’erano i piselli con il prosciutto cotto, i miei preferiti! La nonna me li preparava tutti i giorni.

Soffio forte sul cucchiaio e assaggio la polenta: scotta lo stesso. Meglio aspettare.

Anche i miei compagni soffiano, ma a loro non sembra scottare, la polenta.

<<Sari, come mai non mangi? Ti aiuto?>>

La maestra prende il cucchiaio e me lo porta alla bocca, ma io non voglio aprirla, perché scotta. Giro la testa dall’altra parte.

<<Che c’è Sari?>>

Alla fine la polenta non scotta più, allora la mangio, però da sola: non mi va che la maestra mi aiuti, perché io sono grande.

Quando arriva il momento di fare la nanna, dopo il pranzo, io penso alla mia mamma. La sera, nel lettone, mi fa addormentare leggendomi la storia di Pongo, la mia preferita. Poi mi passa le sue dita dolci tra i capelli e io chiudo gli occhi, e mi addormento.

Anche all’asilo la maestra legge una storia per farci addormentare. Ogni giorno ne legge una diversa e sono tutte belle. Però io non voglio, quando mi fa le coccole: all’asilo preferisco stringere il mio orsetto Pim, le coccole le tengo tutte per la mamma.

Faccio fatica a addormentarmi, i miei compagni chiudono sempre gli occhi prima di me. Qualcuno russa.

Oggi pomeriggio usciamo in giardino! C’è il sole e la maestra ha detto che è arrivata la primavera. Credo che sia vero, perché ho sbirciato dalla finestra e il sole era giallo, faceva male agli occhi. Le foglie degli alberi si muovevano, per il vento. Non vedo l’ora di andare in giardino!

La mamma mi ha comprato gli stivalini da mettere per uscire, così non rovino le scarpe nuove, e poi, se l’erba è bagnata, non mi bagno i calzini. Anche gli altri bambini ce li hanno, ma non come i miei: io ho quelli delle principesse! C’è Biancaneve e anche Cenerentola!

Siamo tutti seduti all’ingresso, qualcuno per terra, io mi sono messa sulla panchina piccola, quella verde. Ho tolto i calzini antiscivolo e li ho messi nel mio armadietto, proprio come faccio al mattino, con la mamma. Però non riesco a mettermi gli stivali, sono duri.

Osservo i miei compagni: loro riescono da soli, qualcuno chiede aiuto alla maestra, ma io ho vergogna. Allora appoggio gli stivalini per terra e aspetto che lei venga da me.

Quanti disegni appesi alle pareti dell’asilo! Ci sono i Teletabbies! Mi alzo per vederli meglio e mi dimentico degli stivali e della maestra.

Che belli questi fiori attaccati al muro, hanno anche i brillantini!

<<Ma Sara! Cosa sta facendo? Non vedi che i tuoi amici sono già vestiti e pronti?! Manchi solo tu! Dove hai messo i tuoi stivali?>>

Guardo gli occhi della maestra, che per la prima volta mi stanno rimproverando. Che vergogna. Lo stomaco sussulta e le mie labbra si imbronciano. Credo che sto per piangere.

<<Ehi! Non c’è bisogno di piangere! Non è successo niente di grave! Dai, metti gli stivali!>>

Mi siedo di nuovo sulla panchina e provo a infilarne uno sul piede, ma come prima, non entra.

<<No, Sari, hai sbagliato. Quello è il destro, lì ci va l’altro!>>

Non capisco, ma cambio stivale. Sono imbarazzata perché tutti mi guardano: stanno aspettando me e questo mi rende nervosa.

Lo stivalino proprio non vuole entrare, e allora mi viene da piangere, questa volta per davvero.

Piango forte.

<<Ma Sari! E ora che c’è?! Facciamo così, io comincio a uscire con gli altri, che sono pronti già da un po’, tu resta pure qui tranquilla e riprova. Fai con calma.>>

Ecco, adesso anche la maestra mi lascia qui da sola. Proprio ora che mi servirebbe un abbraccio.

Quando tutti sono usciti, rimane silenzio. Sento solo l’eco dei miei singhiozzi, e non mi piace. Allora smetto di piangere.

Con le mani sfrego via le lacrime dagli occhi e tiro su col naso, perché non ho tempo di cercare in tasca il fazzoletto della nonna ora: devo sbrigarmi.

Mi siedo per terra e prendo di nuovo in mano lo stivale. Proprio in questo momento sento qualcuno aprire la porta: mi spavento e lo lascio cadere.

È Anna, è del mio gruppo.

Abbasso gli occhi e guardo per terra, perché voglio nascondermi, non voglio che lei veda le lacrime.

Si avvicina, non dice nulla.

Prende uno stivalino e poi il mio piede e me lo infila. Perfetto. Con l’altro fa lo stesso e poi mi tende la mano per aiutarmi ad alzarmi.

La guardo. Sorride. Le do la mano e mi alzo in piedi.

<<Usciamo?>>

Mi chiede.

Non rispondo e vado verso la porta. Insieme la spingiamo, perché è dura e difficile da aprire.

All’improvviso il sole picchia negli occhi. Che buon profumo, di prato!

Mi viene voglia di correre. Però mi fermo subito, ad aspettare Anna. Le do la mano e corriamo insieme nel prato,

<<Ma Anna, dove ti eri cacciata?!>>

Le domanda la maestra, quando ci vede arrivare.

<<Ah, capisco! Hai aiutato Sara! Brava!>>

E poi mi chiede:

<<Tutto bene, adesso, Saretta?>>

<<Si!>>

E faccio un bel sorriso.

È arrivata l’estate! Adesso all’asilo usciamo sempre in giardino, tutti i giorni, perché fa caldo. È bello perché giochiamo tante volte con l’acqua e ci mettiamo anche i costumi e i sandali di gomma, come al mare!

Adesso non mi viene più voglia di piangere, quando arrivo all’asilo, la mattina. Mi tolgo veloce le scarpe e le metto nell’armadietto, do un bacio grande alla mamma e corro nella stanza dei giochi, perché c’è Anna che mi aspetta. E insieme a lei ci sono tutti gli altri amici: Luca, Pietro, Giulia, Elisa..

Giochiamo insieme e ci divertiamo un sacco, anche se, quando facciamo troppa confusione, la maestra alza la voce e ci rimprovera. Però fa niente, perché Anna mi dà la mano e io non ho più vergogna.

La maestra ha messo il mio letto vicino a quello di Anna, nella stanza della nanna, così prima di addormentarci ci raccontiamo le storie e ridiamo un po’. Qualche volta le do anche la mano, così chiudo gli occhi e non mi addormento da sola.

<<Sempre la solita storia: bambini, vi ho detto che il colore dei piatti non si sceglie!>>

Siamo di nuovo seduti al tavolo per il pranzo. La maestra sta distribuendo i piatti, mi sa che oggi c’è la pasta rossa da mangiare, buonissima!

Mi è capitato il piatto blu, il preferito di Anna.

A me non interessa il colore dei piatti, a me piace la pasta rossa!

Anna ha preso il piatto giallo e mi sembra un po’ triste per questo. La guardo, è seduta accanto a me. Mentre la maestra ci sta versando l’acqua da bere, la chiamo sottovoce:

<<Ehi, Anna!>>

Si gira.

La faccio “Schhh!” con il dito davanti alla bocca e, appena la maestra si gira, ci scambiamo velocemente il piatto.

Adesso Anna è contenta e sorride.

E anche io.