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Non so

Parole. Parole sussurrate, che si accavallano. Sussurri, bisbigli, silenzio. Voci intense, voci dolcissime che sussurrano parole che non riesco a comprendere. Il pavimento scricchiola. Il profumo dell’incenso riempie l’atmosfera, calda e accogliente. Come il fuoco che crepita nel camino di una baita sperduta, intorno solo bosco, e neve.

Un profumo antico, passato. Un calore antico, passato. Mura di pietra a racchiudere emozioni. Energie. Sensazioni antiche, che una volta erano mie. Che una volta erano tutta me.

Sentire. Sentire i piedi, le gambe, le braccia, le mani, la testa, il respiro. Sentire fuori e sentire dentro. Sentire il pavimento. Sentire l’altro. Sentire me.

Imbarazzi conosciuti e dimenticati. Chiusi a chiave spinti in fondo ad un cassetto. Abbandonati, forse. Ma forse non del tutto rimossi. Movimenti che ritornano, consapevolezze e sicurezze che dal passato si catapultano nel presente e mi investono di un coraggio acquisto che non sapevo di avere. La sua immagine ogni tanto si materializza. Maestra indiscussa di questo antico sentire. Ma io sono nuova.

In punta di piedi sopra a un tappeto di specchi. Cammino lentamente. Mi ascolto respirare. Ho una paura fottuta di rompere gli specchi. Ci si taglia poi, si sanguina. E tutta questa paura, tutto questo sentire, si aggrovigliano nel petto. E se mi taglio? E se mi faccio male? E se rompo tutti gli specchi e faccio male a qualcuno? Trattengo il fiato, ma non posso fare a meno di continuare a muovermi sopra agli specchi. Piano, pianissimo. Dolce, dolcissimo. Il mio cervello ha paura. “Attenta, si rompe! No, non di qua! Facevi bene a stare ferma! Torna indietro! Passa da quella parte!” Avvertimenti continui. Allerta cataclisma. E il cuore invece spinge. Spinge. “Vai. Vai sugli specchi, una volta là saprai cosa fare. Lasciati guidare”. Da chi? Da cosa? Sono pazza. Allora è vero. Sento le voci.

Peró ho cominciato a danzare sugli specchi. Perché non so ballare, ma non posso mica controllare tutto. Ho scelto di fidarmi. Delle voci. Del cuore.

Occhi. Occhi, occhi, occhi. Tantissimi sguardi, carichi di tutto. Il tempo che si ferma. Un istante dura in eterno. Ma per conoscersi bisogna davvero sapere il nome? C’è così bisogno di dire le parole? Un abbraccio, bellissimo. Dolce, spontaneo, inaspettato. Pieno. Che riempie. Un abbraccio che riempie. Come gli occhi, che riempiono la testa e poi scorrono, dentro. Mille occhi, di mille vite, di mille paure, di mille storie, di mille insicurezze, di mille mancanze, di mille amori perduti, di mille coraggi ritrovati, di mille voglie di superarsi, di mille cuori.

L’energia è una sfera di fuoco dai palmi delle mani. Gli occhi calamite. Gli occhi piccoli, bambini. Gli occhi dolcissimi. Gli occhi di tutte le parole non dette. Gli occhi ritrovati nel tempo, che sono sempre stati lì, e non li avevo visti. Gli occhi da togliere il fiato. Che non ci capisci niente, di cosa stai facendo, di cosa stai vivendo. Che non ci pensi, non ci ragioni con la testa, lo senti e basta. E non sai neanche bene che cosa stai sentendo, ma c’è. È un’energia potente che attraverso gli occhi ti scorre nelle vene, nel sangue, nelle cellule, in ogni parte di te e ti si schiude un fiore in grembo. Bianco, come la neve, che se ne frega. Lei se ne frega sempre, copre tutto, e dimentica. Nasconde i suoni, ovatta il mondo, copre i pensieri, e lascia spazio. E rosso, come il sangue. Che è morte e vita insieme. E come l’amore. Che anche lui è morte e vita insieme. Troppo. Tutto troppo.

Emozioni che vibrano dagli occhi alla voce. Silenzio assoluto e fiati sospesi. Ciascuno da solo, unico eppure fuso con tutti gli altri, in un sentire condiviso da togliere il fiato. Emozioni che vibrano nelle parole, che sono finalmente diventate chiare, e raccontano storie. Raccontano speranze, raccontano mondi. Sogni infranti e sogni segreti. Rivelano, raccontano, riempiono. E come si fa poi, a non piangere? A non piangerle, tutte queste emozioni che arrivano dentro?

“Non so se questo fatto di non avere un paio d’ali sia un premio o un castigo.”

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