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Perché, chi fosse, o cosa.

Osservo la lama fredda e grigia di questo coltello che mi trapassa la carne. Posso sentire gli invisibili, sottili legami che tengono unite le mie cellule, saltare. Sfilacciarsi e lasciarsi andare al tocco affilato del mio coltello.

Bollente, l’acqua mi scorre sulla schiena, e mi da’ i brividi.

Sangue. Subito, al primo strappo, eccolo, il sangue. Inizia a sgorgare, dapprima timido, lentamente, poi sempre più veloce e in abbondanza. Vederlo mi rasserena. Sono viva. Sono viva e qui, in questo dolore, che finalmente posso sentire sulla pelle.

Perché l’acqua bollente mi da’ i brividi di ghiaccio?

Rosso, scarlatto, poi scuro. Lascia una chiazza sul pavimento. Cade a gocce dal mio avambraccio. Respiro e conto le gocce cadere a terra. Una, e sono viva. Due, e sono qui. Tre, e non mi posso più perdere dentro al mio stomaco, perché il dolore mi riporta qui. Mi vedo. Mi guardo. Ci sono.

Ho provato emozioni fortissime. Mi hanno travolta. Si sono insidiate in ogni parte di me e mi hanno spinto fuori dalle dita milioni di parole.

Un miscuglio indefinito di ansia e panico mi stava divorando il cuore. Il respiro in affanno. Non c’era più aria per me. Nè comprensione, nè amore, nè pace. Non ero al sicuro qui. Mi stavo perdendo nel buco nero che ansia e panico avevano generato intorno al mio cuore. E mi risucchiava. Dovevo fare qualcosa. Dovevo farlo smettere.

E allora ho scritto. Senza capire quello che stavo facendo, ho scritto di qualcuno. Ho scritto di qualcosa, ma non ho mai saputo chi fosse, o cosa.

La rabbia. È così tanta che mi sono dimenticata di averla. Non posso dirla, nè raccontarla. Non la posso vedere, nè gridare. Non la posso prendere a pugni, stringere nei denti, lanciare nel vento, questa fottuta rabbia. Non posso, perché è colpa mia. Mi hanno detto che è tutta colpa mia. Non posso essere arrabbiata, se quello che mi succede è solo tutta colpa mia.

Ho provato sulla pelle paure che non erano le mie. Ho combattuto battaglie, coltivato idee, innaffiato una forza che mi cresceva dentro. Ho cercato consapevolezza e ho trovato la chiave. Senza mai sapere perché. Chi fosse, o cosa.

Allora l’ho appallottolata. Ho ingoiato il nodo che mi stringeva la gola. Ho respirato e spinto giù. In fondo. Nello stomaco. Più in fondo. L’ho nascosta dentro alle viscere, questa rabbia clandestina che non posso far uscire, che non posso permettermi di provare.

Poi il tempo mi è scivolato tra le dita, è corso in avanti senza respiro e mi sono ritrovata qui. Adesso. E tutto, inspiegabilmente, ha cominciato ad avere un senso.

Così è successo di nuovo. La rabbia appallottolata in un punto dimenticato di me è diventata ansia. Ansia e panico, che mi stavano divorando il cuore. Dovevo fare qualcosa. Dovevo farli smettere. La lama, il coltello, il sangue. Solo così sono riuscita a farli smettere.

E ho capito perché. Chi fosse, o cosa.

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