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Addio.

Di fianco ad Alessandra, eravamo già nella scuola nuova. E quella vecchia mi mancava ancora tantissimo. Piccola, arrangiata, senza un vero bagno, ma era la mia. E il parquet aveva un profumo tutto suo, unico. Mi riempivo i polmoni di quel profumo vissuto, consumato da migliaia di passi sicuri, imbarazzati, decisi, titubanti, confusi, stanchi. Lo respiravo forte appoggiandovi la fronte, quando facevamo stretching a terra. Quella confusa ero senza dubbio io. E l’avevo detto, a Ale, quella sera. “Basta, io non ci capisco più niente. Mi faccio un bel tatuaggio. Un punto di domanda, qui, sulla mano.” Ale non ha mai approvato.

Mia zia. A pranzo, dalla nonna Ida. Approva con entusiasmo la mia idea da diciottenne non ribelle. Con la bocca piena del pasticcio di patate che solo la nonna Ida sa cucinare così, mi da i suoi preziosi consigli su come completare il punto di domanda. Due simboli in stenografia: dentro l’equilibrio, fuori la follia. Vasco. Poeta, guru, Dio. È tutto un equilibrio sopra la follia.

Jas. E il suo pancione. Mi guardano silenziose dalla finestra che si affaccia allla sala dove, seduta su uno sgabello, mano sul lettino, mi accingo a provare per la prima volta il brivido elettrizzante dell’ago che entra ed esce dalla pelle alla velocità della luce, riempiendo il sangue di inchiostro indelebile. “Non troverai mai lavoro se ti tatui sulla mano, lo sai?” Mi intima la tuatuatrice prima di cominciare. “Tanto io farò l’insegnante di danza” Rispondo sicura.

Christian. Che dopo sette mesi di “wow”, era diventanti uno sconosciuto, scontroso e antipatico. Forse aveva conosciuto un’altra. Non l’ho mai saputo, ma ho voluto lasciarlo io: via il dente, via il dolore.

Raffi. Che mi rimette la benda sulla mano dopo che mi sono tuffata in piscina alla Lepre, tipo 10 secondi dopo essermi tatuata.

Addio. Punto di domanda sulla mano. Sei davvero brutto. Fatto male, sbavato, mamma mia. E poi mi ricordi tutte queste cose belle, brutte. Passate. Ti cancello con una bella giratempo, che posso tornare indietro a questi ricordi ogni volta che mi va, senza l’obbligo di averli sempre sotto gli occhi. È un patrono. Che ce n’è sempre bisogno.

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