Poesie

Riso

Schiena contro petto. Testa sulla spalla. Casa.

Capelli, braccio sulla pancia, palmo sulla mano.

Le dita si intrecciano, dorso su palmo, stringo.

Naso. Labbra.

Labbra che si allontanano, labbra che inseguono. Mani che stringono. Lingua.

Naso.

Riso.

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Pazza di lei. (Qualcosa che poteva essere)

L’aria della notte, che mi piace tanto, mi accarezza il viso. Fredda. Sul balcone della mia camera, a piedi nudi, mi affaccio al buio della strada, guardo il silenzio immobile di un mondo che sta dormendo e respiro l’aria della notte, che mi piace tanto.

Sono felice. Cazzo, sono felice.

Mi siedo per terra, la schiena appoggiata al muro.

Sono folle.

Ma non ho tempo per pensare, adesso. Adesso devo vivere.

Allora mi metterei a ballare, a correre a urlare. Non posso stare ferma. La sensazione del freddo che mi intorpidisce le dita delle mani, il naso e i piedi sembra appartenere a un’altra persona, non a me.

E rido, rido. Sto ridendo da sola, senza motivo.

Un respiro profondo, guardo le stelle:

<<Grazie.>>

Sussurro.

Decido di rientrare. Senza fare rumore vado nella stanza di Anna per controllare che stia dormendo tranquilla. Le accarezzo i capelli e lei si lamenta con un gemito: la mia mano fredda le dà fastidio. È un po’ sudata, perciò scosto il piumone e la lascio coperta soltanto dal lenzuolo.

Torno nella mia stanza. Ho lasciato che Pietro continuasse a dormire sul divano. Mi sono fermata a guardarlo e gli ho dato un bacio sulla guancia prima di spegnere la luce e la TV. Ho preferito non svegliarlo. Perché stasera non voglio parlare con nessuno, non so se sarei riuscita a guardarlo negli occhi.

Tolgo la maglia per mettermi il pigiama, la premo sulla faccia per rubare ancora un po’ del sapore di lei. Che stupida. Eppure non ci riesco, non sono capace di non essere pazza di lei.

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Addio.

Di fianco ad Alessandra, eravamo già nella scuola nuova. E quella vecchia mi mancava ancora tantissimo. Piccola, arrangiata, senza un vero bagno, ma era la mia. E il parquet aveva un profumo tutto suo, unico. Mi riempivo i polmoni di quel profumo vissuto, consumato da migliaia di passi sicuri, imbarazzati, decisi, titubanti, confusi, stanchi. Lo respiravo forte appoggiandovi la fronte, quando facevamo stretching a terra. Quella confusa ero senza dubbio io. E l’avevo detto, a Ale, quella sera. “Basta, io non ci capisco più niente. Mi faccio un bel tatuaggio. Un punto di domanda, qui, sulla mano.” Ale non ha mai approvato.

Mia zia. A pranzo, dalla nonna Ida. Approva con entusiasmo la mia idea da diciottenne non ribelle. Con la bocca piena del pasticcio di patate che solo la nonna Ida sa cucinare così, mi da i suoi preziosi consigli su come completare il punto di domanda. Due simboli in stenografia: dentro l’equilibrio, fuori la follia. Vasco. Poeta, guru, Dio. È tutto un equilibrio sopra la follia.

Jas. E il suo pancione. Mi guardano silenziose dalla finestra che si affaccia allla sala dove, seduta su uno sgabello, mano sul lettino, mi accingo a provare per la prima volta il brivido elettrizzante dell’ago che entra ed esce dalla pelle alla velocità della luce, riempiendo il sangue di inchiostro indelebile. “Non troverai mai lavoro se ti tatui sulla mano, lo sai?” Mi intima la tuatuatrice prima di cominciare. “Tanto io farò l’insegnante di danza” Rispondo sicura.

Christian. Che dopo sette mesi di “wow”, era diventanti uno sconosciuto, scontroso e antipatico. Forse aveva conosciuto un’altra. Non l’ho mai saputo, ma ho voluto lasciarlo io: via il dente, via il dolore.

Raffi. Che mi rimette la benda sulla mano dopo che mi sono tuffata in piscina alla Lepre, tipo 10 secondi dopo essermi tatuata.

Addio. Punto di domanda sulla mano. Sei davvero brutto. Fatto male, sbavato, mamma mia. E poi mi ricordi tutte queste cose belle, brutte. Passate. Ti cancello con una bella giratempo, che posso tornare indietro a questi ricordi ogni volta che mi va, senza l’obbligo di averli sempre sotto gli occhi. È un patrono. Che ce n’è sempre bisogno.

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Ma questa volta non aspetterò tanto tempo..

Mi manchi. Mi manchi da morire. Mi manchi ogni secondo delle mie giornate, mi manchi in ogni respiro, mi manchi tanto che a volte sento il tuo profumo, rivedo i tuoi gesti nei miei. Mi affolli la mente e mi riempi l’anima.

Ti sento sempre, non c’è un secondo in cui non ti pensi: tutto mi ricorda te. E vorrei graffiarmi, vorrei farmi male, perché la tua assenza mi tormenta.

Certe volte vorrei abbandonarmi a questo dolore, a questa pazzia, certe volte sono stanca di combattere, di cercare una spiegazione, di cercare di gestire queste sensazioni, di sforzarmi per non pensarti, per non avere questo soffocante bisogno di te. Perché non ha senso respirare, se tu non ci sei.

Mi piace tutto di te. Mi piace come parli, mi piace come ti muovi, mi piace quando scrivi sull’agenda quello che devi fare per non dimenticarlo. Mi piace come apri il pacchetto delle fette biscottate per fare colazione, mi piace quando leggi e mi piace quando cerchi il soggetto giusto per scattare una fotografia. Mi piaci tu.

Mi piaci oltre ogni razionalità, oltre ogni regola.

Mi è rimasto sul polso il tuo elastico per i capelli, sai. E non sono più riuscita a toglierlo. Profuma ancora di te.

Credo che cercherò di non pensarti, e forse un po’ ci riuscirò, ma credo anche che continuerai a scorrere nelle mie vene finché avrò vita, continuerò a sentirmi addosso il tuo profumo e, la notte, graffierò il tuo silenzio.

Ti cercherò in un’altra vita e ti riconoscerò subito, ma questa volta non aspetterò tanto tempo prima di venirti a prendere e portarti via con me.