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Isa

Non era bella, o meglio, non rispecchiava i tradizionali canoni di bellezza approvati dai più, però era speciale. Aveva qualcosa, non so. Gli occhi cioccolato, scuri e profondi, sempre schivi. Silenziosa, tanto da sembrare sicura, ma abbastanza da farne intuire l’imbarazzo. Giovane. Così giovane e acerba. Ancora impacciata, indefinita, in costruzione. Eppure convinta. Tanto convinta delle sue idee da gridarle al mondo attraverso i suoi piercing, i dread raccolti in un confuso chignon sulla nuca, il suo abbigliamento colorato e inusuale. E quel sorriso. A metà. Accennato appena per poi sparire nello sguardo serio che si difende dal mondo. Il mondo, che forse conosce più di me. Me ne accorgo dal modo in cui mi prende per mano. Un imbarazzo palpabile, trema. Ma non mi lascia. Quasi scocciata mi trascina dietro di lei per mostrarmi la strada da percorrere. Non so come ci sono finita, su questo stretto sentiero di montagna, rasente lo strapiombo, da percorrere nel minor tempo possibile per aggiudicarci la vittoria. Non so come mi sono ritrovata iscritta al torneo, organizzato dal villaggio vacanze, non so come mi sono ritrovata a trascorrere la mia unica settimana di ferie estive in montagna. Io, che la montagna la odio. Ma eccomi qui. In coppia con Isa. La più giovane tra le animatrici. La più silenziosa delle animatrici. E io, sicura del mio essere ormai una donna adulta, mi sento una bambina sperduta, con la mano nella sua. Non mi era sembrato così però, due giorni fa, quando ci siamo ritrovate nello spogliatoio dopo la partita di tennis. Era il suo giorno libero, ma aveva voluto partecipare comunque al torneo. Una fatica assurda, un caldo insopportabile e una confusione inimmaginabile nella mia testa: non ci ho mai capito molto di tennis. A partita conclusa, dopo aver contribuito alla sconfitta della mia squadra, non vedevo l’ora di farmi una doccia. Lo spogliatoio sembrava vuoto, ho riconosciuto poi le sue scarpe da ginnastica, abbandonate sotto la sacca da palestra. Ho preso posto nella doccia accanto alla sua, senza farmi notare. L’acqua calda mi scorreva lungo la schiena, tra i capelli, sul viso. E improvvisamente un profumo intenso di vaniglia mi ha riempito le narici ed è arrivato fino in gola. Seguito da una sensazione di dolcezza immensa. Ho sentito questa ragazzina così vicina. Così piccola e ingenua. Pulita. Così bella, avvolta nel profumo bambino del suo bagnoschiuma alla vaniglia. Così vicina da sfiorarla. Così curiosa da restare a guardarla, a sbirciarne i gesti impacciati mentre si rivestiva, senza parlare. Così vicina perché forse mi ha ricordato me. La me ragazzina. La me impacciata nei gesti confusi. La me che non c’è più. Io che sono donna. Che mi rivesto con sicurezza, che resto nuda senza imbarazzo, che indosso l’intimo abbinato e ho nella sacca anche il phon per i capelli. Non esco più con i capelli bagnati, come facevo da ragazzina, come fa lei. Non esco più perché non va bene, sembro una pazza e poi mi viene il mal di testa.

Non mi era sembrato così, due giorni fa, in quello spogliatoio, dopo la partita di tennis, quando si è voltata e mi ha offerto la sua bottiglia di acqua da bere, sorridendo a metà.

Mi ero sentita forte, grande, sicura, definita, donna, adulta, sexy.

Proprio l’opposto di come mi sento adesso. Fuori luogo, in imbarazzo, spaesata, sporca e di troppo.

La strattono per farla fermare. Si volta, mi guarda con aria interrogativa.

“Senti, io.. mi dispiace, che tu sia capitata in squadra con me. Non so nemmeno perché mi sono iscritta. Io non sono capace, non mi piace, fare queste cose. Non mi piace…”

“Tranquilla, è apposto.” Sorride a metà.

Fa per riprendere a camminare con il suo passo spedito, ma la blocco di nuovo:

“Non lasciarmi, ok?”

Le stringo la mano.

Sorride a metà.

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