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Voglio essere per te un rimpianto

Voglio essere per te un rimpianto. Voglio essere il ricordo che non hai mai avuto il coraggio di vivere. Voglio essere quel vuoto che senti nel petto di notte, prima di addormentarti. Voglio essere un rimpianto. L’occasione che hai perso per sempre. Voglio farti piangere, e non sai perché. Che cerchi di scacciare il pensiero di me, ma non puoi e mi ritrovi nascosta dentro a un sogno. E poi voglio diventare un tormento, certe sere d’estate. Quando ti ritrovi da solo, seduto per terra a piedi nudi, che guardi le stelle, senti il vento sulla faccia e ti accendi l’ennesima sigaretta insonne. Voglio diventare il tormento delle mani tra i capelli, della voglia di scappare, dei perché senza risposta, che non ti fanno dormire. Voglio essere l’eterno non riuscire a dimenticare i brividi lungo la schiena, il mio collo che non hai mai baciato, le mani. Voglio essere questo per te. Voglio essere, sempre più consapevole, un rimpianto.

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È così che nasce un’amicizia ?

Camminava lentamente, nella luce nascente di una tiepida mattina d’autunno. Il suo chignon spettinato lasciava cadere qualche ciocca di capelli fucsia sul viso, un velo di trucco, le cuffie nelle orecchie. L’hip hop. Le scorreva nelle vene, i beat di quella musica arrivavano dritti al cuore. E non poteva fare a meno di molleggiare leggermente sulle gambe, dando alla propria andatura una cadenza ritmata e insolita. Per questo tutti la guardavano. Ma non come si guardano quelle fighe, in tacchi e minigonna, quelle che, entrando in un locale, catalizzano l’attenzione dei più, quelle che quando camminano per strada non puoi fare a meno di voltarti e seguirle con lo sguardo. Quelle come Emma, per intenderci. Emma la leader della quarta D, Emma che aveva già la macchina, che aveva le sue amiche fidate e popolari come lei a farle da cornice e i numeri di telefono dei ragazzi più fighi della scuola nella rubrica del cellulare. Emma, che la prendeva in giro. Per i suoi pantaloni larghi, con il cavallo basso. Le scarpe da ginnastica con le stringhe slacciate e le felpe extra larghe in cui poteva rannicchiarsi per nascondersi dal mondo. Per questo tutti la guardavano. Per il suo modo strano di vestire, per il suo essere fuori dagli schemi. Per questo lei li odiava. E se ne stava rannicchiata dentro la sua felpa, con le cuffie e l’hip-hop nelle vene.

Quella mattina, era sabato, era arrivata in anticipo alla fermata del pullman, e l’aveva vista lì, da sola come sempre, Irma. Era di terza, frequentava il liceo artistico, proprio di fronte alla sua scuola. L’aveva vista qualche volta, ma non si erano mai parlate. Gonna di pelle nera, calze a rete, anfibi con le fibie slacciate. Disegnava. China sul foglio, i capelli neri le nascondevano il volto.

Non era di molte parole, specie la mattina presto. Non amava socializzare, forse perché la maggior parte dei coetanei le era ostile, ma aveva deciso di sedersi accanto a lei. Era presto, il pullman che le avrebbe accompagnate a scuola sarebbe arrivato non prima di mezz’ora. Si era seduta distrattamente, si era appoggiata allo schienale per sembrare più a suo agio, e aveva alzato il volume della musica. Eminem le rappava la sua rabbia dentro ai timpani e lei si sentiva bene.

Di tanto in tanto sbirciava il foglio che Irma stava riempiendo con mano sicura. Quanto la affascinava quella strana ragazza, così assorbita dal suo disegno, così silenziosa, così ribelle. Dopo qualche minuto Irma si era finalmente sollevata dal foglio, si era legata i capelli in una coda: la tempia destra era rasata, si intravedeva un tatuaggio.

Mentre lei frugava freneticamente dentro al suo zaino, era riuscita a vedere meglio il disegno che stava facendo: una miriade di fiori dalle strane forme facevano da cornice ad una ragazza guerriera, dai lineamenti dolci, ma con una determinazione tangibile nello sguardo.

“Nausicaa!” Aveva esclamato, prima di potersene rendere conto.

Irma si era voltata di scatto, come se non si fosse ancora accorta di lei, quasi spaventata da quella improvvisa presenza.

“Cosa?” Aveva risposto, con voce tremolante e un velo di stupore.

“Nausicaa nella valle del vento, giusto?” Si era tolta le cuffie e le aveva appoggiate al collo, i bassi della musica sembravano scandire le sue parole, aveva accennato a un sorriso.

“Si! Wow, la conosci?”

“Certo, adoro i film di Miyazaki!”

“Anche io!”

“Disegni da paura… comunque piacere, Arianna.”

Le porgeva la mano, aspettando la sua:

“Io sono Irma.”

Quella era la prima mattina che Irma e Arianna non si erano sedute da sole, in pullman, per andare a scuola.

Quella era la prima mattina in cui Arianna aveva spento la musica.

Quella era la prima mattina in cui Irma aveva completato il suo disegno utilizzando i colori, l’aveva arricchito con sfumature di giallo e verde, aveva dato vita al volto di Nausicaa, con i suoi rapidi tratti e la magia del colore. Il suo primo disegno a colori. Il primo che aveva avuto voglia di completare.

“La prossima settimana ho il saggio di danza, ballo hip hop, ti va di venire a vederlo?”

Aveva azzardato Arianna, appena prima di salutarla per entrare in classe. La campanella stava suonando. Senza aspettare risposta, si era fatta scivolare sulla spalla il suo eastpak nero, l’aveva lasciato cadere a terra e si era inginocchiata per estrarne la Smemo, in cui aveva messo i due biglietti che aveva acquistato per il suo saggio. Quelli che come ogni anno, pensava, non avrebbe regalato a nessuno.

“Ecco, tieni!”

Aveva detto, porgendone uno a Irma, con lo sguardo basso, fisso sulle punte smangiate delle sue Vans grigie.

“Certo che ci vengo!” Aveva esclamato lei, afferrandolo.

“Tieni.”

Le aveva detto poi, allungandole il disegno che aveva terminato durante il tragitto.

L’aveva guardato, Arianna, una volta in classe. Si era persa dentro ai colori dei fiori che Nausicaa, con coraggio e determinazione, era riuscita a far rinascere nel suo laboratorio segreto. Poi, piegandolo per infilarlo dentro alla Smemo, aveva visto una frase, scritta a matita, sul retro:

“È così che nasce un’amicizia?”

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E urlate, cazzo!

Insomma, niente. È noto ai più che a me e mia figlia è partita una scimmia irrimediabile per Harry Potter! Film, libri, gadget, locali, eventi …… siamo super coinvolte! Girovagando sui social mi imbatto nel profilo Instagram di Emma Watson. Hermione, per intenderci. Emma, che già ha interpretato un personaggio assolutamente fondamentale, assolutamente vero, vivo, umano, straordinario e femminile. Hermione, il modello ideale cui vorrei mia figlia si ispirasse. Coraggiosa, testarda, studiosa, intelligente, costante, brillante, piena di risorse, consapevole. Emma che poi interpreta Belle, che ha praticamente le stesse qualità di Hermione, con qualche anno in più.

Emma che ha 10 foto sul suo profilo, e solo 2 ritraggono lei. Ed è VESTITA, signori. Una bellissima donna, una grandissima attrice, che posta pochissime foto di se’, e non ha come scopo principale quello di mettersi in mostra. Perfino la mia adorata Cristina d’Avena posta foto con le labbra a canotto e fa le storie sui social. Ma Emma no. Lei è ambasciatrice di UN WOMEN, organizzazione delle nazioni unite che si occupa della parità di genere. Lei è femminista e ha creato un club femminista di lettura online che si chiama our shared shelf. Intervista grandi donne, grandi autrici. Divulga cultura, ideologie saperi. Fa vestire tutte le donne di nero al Golden globe con l’iniziativa lanciata da Time’s Up, per mostrare al mondo il lutto delle violenze che ancora troppe donne subiscono. Diventa una “fatina dei libri” e sparge romanzi per Parigi, che qualcuno troverà. Ecco, i modelli che vorrei per mia figlia. Ecco, le donne del girl power. Ecco.

Tenetevi la farfallina di Belen, noi voliamo Emma Watson.

Tra i tanti romanzi del club, tra le tante autrici intervistate, mi ha colpito moltissimo EVE ENSLER, con la sua opera teatrale “I monologhi della vagina”, in cui dà voce alle storie di moltissime donne, alle violenze subite, ai soprusi, ai traumi. Voce. Spiattella in copertina un nome che non pronunciamo mai, manco fosse proibito come quello di Voldemort: vagina. C’è bisogno. Di femminismo. Non dico quello radicale, ma quello che grida si. Di rispetto. Di aprire la mente e il cuore. Nell’era degli smartphone, c’è bisogno di CIVILITA’. Tutti dovrebbero leggere i monologhi della vagina. Fa riflettere. Angoscia. Fa piangere. Rende consapevoli. È illuminate.

Leggete, donne. Leggete. E urlate, cazzo.

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Isa

Non era bella, o meglio, non rispecchiava i tradizionali canoni di bellezza approvati dai più, però era speciale. Aveva qualcosa, non so. Gli occhi cioccolato, scuri e profondi, sempre schivi. Silenziosa, tanto da sembrare sicura, ma abbastanza da farne intuire l’imbarazzo. Giovane. Così giovane e acerba. Ancora impacciata, indefinita, in costruzione. Eppure convinta. Tanto convinta delle sue idee da gridarle al mondo attraverso i suoi piercing, i dread raccolti in un confuso chignon sulla nuca, il suo abbigliamento colorato e inusuale. E quel sorriso. A metà. Accennato appena per poi sparire nello sguardo serio che si difende dal mondo. Il mondo, che forse conosce più di me. Me ne accorgo dal modo in cui mi prende per mano. Un imbarazzo palpabile, trema. Ma non mi lascia. Quasi scocciata mi trascina dietro di lei per mostrarmi la strada da percorrere. Non so come ci sono finita, su questo stretto sentiero di montagna, rasente lo strapiombo, da percorrere nel minor tempo possibile per aggiudicarci la vittoria. Non so come mi sono ritrovata iscritta al torneo, organizzato dal villaggio vacanze, non so come mi sono ritrovata a trascorrere la mia unica settimana di ferie estive in montagna. Io, che la montagna la odio. Ma eccomi qui. In coppia con Isa. La più giovane tra le animatrici. La più silenziosa delle animatrici. E io, sicura del mio essere ormai una donna adulta, mi sento una bambina sperduta, con la mano nella sua. Non mi era sembrato così però, due giorni fa, quando ci siamo ritrovate nello spogliatoio dopo la partita di tennis. Era il suo giorno libero, ma aveva voluto partecipare comunque al torneo. Una fatica assurda, un caldo insopportabile e una confusione inimmaginabile nella mia testa: non ci ho mai capito molto di tennis. A partita conclusa, dopo aver contribuito alla sconfitta della mia squadra, non vedevo l’ora di farmi una doccia. Lo spogliatoio sembrava vuoto, ho riconosciuto poi le sue scarpe da ginnastica, abbandonate sotto la sacca da palestra. Ho preso posto nella doccia accanto alla sua, senza farmi notare. L’acqua calda mi scorreva lungo la schiena, tra i capelli, sul viso. E improvvisamente un profumo intenso di vaniglia mi ha riempito le narici ed è arrivato fino in gola. Seguito da una sensazione di dolcezza immensa. Ho sentito questa ragazzina così vicina. Così piccola e ingenua. Pulita. Così bella, avvolta nel profumo bambino del suo bagnoschiuma alla vaniglia. Così vicina da sfiorarla. Così curiosa da restare a guardarla, a sbirciarne i gesti impacciati mentre si rivestiva, senza parlare. Così vicina perché forse mi ha ricordato me. La me ragazzina. La me impacciata nei gesti confusi. La me che non c’è più. Io che sono donna. Che mi rivesto con sicurezza, che resto nuda senza imbarazzo, che indosso l’intimo abbinato e ho nella sacca anche il phon per i capelli. Non esco più con i capelli bagnati, come facevo da ragazzina, come fa lei. Non esco più perché non va bene, sembro una pazza e poi mi viene il mal di testa.

Non mi era sembrato così, due giorni fa, in quello spogliatoio, dopo la partita di tennis, quando si è voltata e mi ha offerto la sua bottiglia di acqua da bere, sorridendo a metà.

Mi ero sentita forte, grande, sicura, definita, donna, adulta, sexy.

Proprio l’opposto di come mi sento adesso. Fuori luogo, in imbarazzo, spaesata, sporca e di troppo.

La strattono per farla fermare. Si volta, mi guarda con aria interrogativa.

“Senti, io.. mi dispiace, che tu sia capitata in squadra con me. Non so nemmeno perché mi sono iscritta. Io non sono capace, non mi piace, fare queste cose. Non mi piace…”

“Tranquilla, è apposto.” Sorride a metà.

Fa per riprendere a camminare con il suo passo spedito, ma la blocco di nuovo:

“Non lasciarmi, ok?”

Le stringo la mano.

Sorride a metà.