racconti

L’ultima volta.

Ph Paola Calzi

Siamo amici da una vita, io e Caterina, ci conosciamo fin dai tempi del liceo: compagni di banco, da adolescenti frequentavamo la stessa compagnia, abbiamo condiviso lo studio, le serate in discoteca, le domeniche pomeriggio al cinema.

Ci siamo sempre confidati i segreti più intimi, le paure nelle prime storie d’amore, siamo stati la spalla sui cui piangere l’uno per l’altra, l’appoggio su cui contare nelle difficoltà che la vita non risparmia a nessuno.

Anche adesso, i trent’anni alle porte, continuiamo a frequentarci. Caterina è la mia ancora di salvezza: l’unica persona con cui riesco ad aprirmi, a parlare liberamente. Le serate con lei sono terapeutiche. E poi mi dà sempre buoni consigli, soprattutto per quanto riguarda le donne: mi dà l’altro punto di vista sulle cose, mi insegna a guardarle “al femminile”.

Caterina è la mia migliore amica.

Almeno, io ho sempre creduto che fosse questo per me.

Mi sono reso conto di essere innamorato di lei quando ha conosciuto Giacomo, il suo attuale compagno.

L’idea di lei come fidanzata non mi aveva mai nemmeno sfiorato, prima. C’era  sintonia, è vero. La nostra complicità, quel capirci al volo, da uno sguardo, sapere sempre cosa fare per regalare all’altro un sorriso quando qualcosa andava storto. La consideravo più che altro come una sorella, con lei giocavo a carte scoperte: eravamo troppo in confidenza, mi conosceva troppo nel profondo, per poterci fare l’amore.

Ma l’arrivo di Giacomo mi ha aperto gli occhi: vederla ridere mentre lui le scosta dolcemente i capelli dal viso per darle un bacio, saperla felice insieme lui, sentirla improvvisamente così lontana da me, mi faceva impazzire di gelosia.

E pensavo alla luce che le brilla negli occhi, azzurri, pensavo al suo profumo buono, alle sue mani perfette, a quel suo essere così timida e riservata, a quando si mordicchia nervosamente il labbro, se le faccio una domanda a cui non vuole rispondere. Pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto guardarla addormentarsi, giocare con le dita tra i suoi cappelli scuri.

Non le ho mai detto nulla. Quando siamo insieme, fingo che tutto sia come è sempre stato, evito i discorsi su Giacomo e soprattutto cerco di non incontrarlo, o per lo meno di non trovarmi a dover trascorrere del tempo con loro due insieme.

Da quando è fidanzata ci vediamo meno, ma riusciamo comunque ad avere un po’ di tempo per noi, come il mercoledì sera, per esempio. Non ho mai amato particolarmente il gioco degli scacchi: troppo lento, troppo riflessivo, per i miei gusti; Caterina invece lo adora e quando mi ha proposto di stabilire un appuntamento fisso settimanale per trascorrere la serata insieme “Potremmo giocare a scacchi!- aveva detto -Sai che è la mia passione, ma Giacomo non è capace e non vuole nemmeno imparare.”, non ho saputo dirle di no. Il mercoledì Giacomo gioca a calcetto con un gruppo di amici e rientra sempre a casa tardi: il mercoledì è la mia serata, la nostra serata.

Questa sera però è diversa, io sono diverso. Oggi è il ventiquattro marzo, l’anniversario della morte di mio padre. Ho pensato a lui tutto il giorno, ho pensato alla sua malattia, al tempo, alle cose che mi sono rimaste da dire, quelle che non gli ho mai detto, per paura, per timidezza, per pigrizia.

Non voglio che con Caterina succeda lo stesso, non voglio perdere il mio tempo, il nostro tempo. Ho deciso di rischiare, di confessarle il mio amore: forse la perderò per sempre, magari invece riuscirò ad averla. Ma non lo saprò mai, se permetterò ancora alla prudenza di spegnere le mie sensazioni.

È bella, mentre guarda assorta la scacchiera e pensa a quale sarà la sua prossima mossa. Sto cercando il momento migliore per iniziare il discorso, ma nessuno sembra essere quello giusto. Sono agitato, le mani fredde, non riesco a stare fermo: continuo a muovermi sui cuscini.

<< Fabio, ti devo dire una cosa..>>

Ha alzato lo sguardo, occhi negli occhi, sembra molto seria e mi mette a disagio.

<<Da quando sei arrivato cerco il momento giusto per parlarti, non so da dove cominciare.>>

È irrequieta, abbassa di nuovo gli occhi. Forse i suoi pensieri sono uguali ai miei? Forse anche lei si tiene dentro da anni il suo amore per me e finalmente ha deciso di uscire allo scoperto?

Mi avvicino, appoggio una mano alla sua. Perché sono così stupido? Vorrei solamente darle un bacio.

Senza dire nulla, lei lo fa.

E mi trovo per la prima volta, in questo bacio. Trovo me stesso dopo tutta una vita, il pezzo di me che manca da sempre. Le mani tremano, vorrei fare di tutto, ma non riesco nemmeno a muovermi. È un bacio di brividi nello stomaco, di nodi in gola, un bacio fatto di lacrime. È come morire. È perdersi.

All’improvviso lei si interrompe, si allontana dalle mie labbra e si irrigidisce. Continua a tenermi una mano sul viso, abbassa lo sguardo, una lacrima lungo il volto:

<<Fabio, io…aspetto un bambino.>>

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