racconti

La cosa giusta 


<<Buongiorno!>> <<Ciao, cosa ti porto? Il solito?>>

Lo vede tutte le mattine. Arriva al bar con la figlia, sempre alla stessa ora, e fanno colazione.

<<Si, grazie.>>

Risponde la vocina della piccola Silvia.

Sandie le fa un sorriso e si allontana verso il bancone.

Lavora qui da quasi due anni. Un lavoro stancante: la mattina fa sempre il primo turno e deve aprire il bar alle sei. Però le piace. Le piace parlare con la gente, le piace l’idea di entrare per un attimo nella giornata delle persone che passano di lì: hanno sempre qualcosa da raccontare. Con la maggior parte chiacchiera del più e del meno. Qualcuno, che è entrato in confidenza, le chiede opinioni e consigli. C’è chi si confida, facendole qualche confessione, e c’è anche chi fa il brillante per provarci con lei. Alla fine è un lavoro divertente.

<<Ecco qui, un caffè macchiato caldo e il succo alla pera, per Silvia.>>

Dice Sandie, appoggiando la tazzina e il bicchiere sul tavolo.

E poi:

<<Manca qualcosa?>>

Chiede rivolta alla bambina, alzando di proposito il tono di voce.

<<Si! La mia brioche!>>

Risponde la piccola.

<<Oh, oh! Ma..eccola qui! Si era nascosta sotto al vassoio, quella monella!>>

Silvia ride, afferra il suo cornetto alla marmellata e lo morde con gusto.

Mirko, il papà di Silva, sorride. Guarda Sandie e la ringrazia, quasi sottovoce.

Le piace quell’uomo. Non sa spiegarsi il perché, ma le piace un sacco. Non è particolarmente bello, ma la affascina. Porta i capelli rasati, magro, non tanto alto. E i suoi occhi. Azzurri, chiarissimi, di ghiaccio.

All’inizio la sua era soltanto curiosità: era rimasta colpita da lui e lo osservava con interesse. Niente di più.

Adesso invece è diverso.

Sente un timido brivido nello stomaco quando incrocia il suo sguardo. Quando gli parla è come a disagio, imbarazzata, i suoi gesti diventano goffi e impacciati.

Pensa spesso a Mirko, anche quando non è al lavoro. Certe volte, durante la giornata, le viene in mente il suo viso, o una frase che le ha detto al bar, e allora si ritrova a sorridere.

Non ha mai visto sua moglie, ma sa che è sposato, perché una mattina ha notato la fede al dito. E ad essere sincera, un po’ le è dispiaciuto.

<<Sandie, scusa?>>

Sta sciacquando le tazze e i bicchieri per metterli nella lavastoviglie e la voce di Mirko la interrompe. Si gira e lo vede dall’altra parte del bancone.

<<Dimmi.>>

D’istinto, abbassa lo sguardo.

<<Mi daresti un’altra brioche?>>

<<Certo, come la vuoi?>>

<<Vuota, grazie.>>

<<Ecco qui.>>

<<Me la metteresti in un sacchetto per favore? La porto via.>>

<<Certo!>>

Sandie prende il sacchetto, vi infila la brioche con qualche tovagliolino di carta e la porge a Mirko da sopra il bancone.>>

Le loro mani si toccano appena e lei prova un leggero imbarazzo. Questo gesto dura poco più di un istante e Sandie si rende conto che Mirko le ha passato qualcosa: le ha lasciato in mano un piccolo pezzo di carta, piegato.

Quando se ne rende conto abbassa di nuovo lo sguardo. È sicura di essere diventata rossa perché sente le guance caldissime.

<<Grazie Sandie. Ci vediamo domani.>>

Mirko sorride, come se niente fosse. Sembra tranquillo, sicuro di sé.

<<Va bene, ciao.>>

Risponde lei sottovoce, senza riuscire a guardarlo negli occhi.

Quando è certa che Mirko e Silvia se ne siano andati, chiede a Luciano, il proprietario del bar, di poter fare una pausa.

Esce a prendere una boccata d’aria e si accende una sigaretta.

Ha messo il biglietto che le ha passato Mirko nella tasca dei jeans. È nervosa. Ma è anche molto curiosa. Lo prende e lo apre:

340-5974321

Un numero di cellulare. Nient’altro.

A questo punto Sandie non sa che cosa fare.

“Cosa significa questo numero?”

Pensa.

“Vuol dire che lo devo chiamare? È il suo numero di cellulare? E perché non ha scritto nient’altro?”

Se ha osato darle questo biglietto, avrebbe almeno potuto scriverle qualcosa, un messaggio.

Ripiega il foglio e lo rimette in tasca. Finisce la sua sigaretta e butta per terra il mozzicone, per spegnerlo con la punta del piede.

Riprende a lavorare, ma è distratta. Continua a pensare a Mirko, al suo biglietto.

Il suo numero di cellulare, quante volte avrebbe desiderato averlo. Quante volte ha fantasticato che lui la chiamasse per darle un appuntamento.

Ma poi? È un uomo sposato, ha una figlia. Cosa crede di fare? È una faccenda troppo complicata:

“Meglio lasciar perdere.”

Pensa. E questa volta ne è davvero convinta.

Quella sera Sandie non riesce a prendere sonno. Si rigira nel letto, è irrequieta.

Infondo lei ha venticinque anni, Mirko ne avrà almeno una decina in più. E soprattutto è sposato. Ha una moglie, e anche una figlia. Ha una vita, una famiglia.

“E chi sono io per rischiare di rovinare tutto questo? Se gli scrivessi, anche solo un sms, potrei causare chissà quale disastro.”

È convinta di questo, ma non riesce a fare a meno di pensare che alla fine è stato lui a farle avere quel numero. E lei adesso ce l’ha. E vorrebbe tanto potergli mandare un messaggio. Forse questo è stato un segno, non l’ha cercato lei. È stato lui a darle il suo numero. Forse questa è un’occasione. La sua occasione. Come succede nei film. E lei non può permettersi di lasciarla sfuggire.

Ciao, sono Sandie..

Ha preso il cellulare e ha scritto di getto. Senza pensare. Ha copiato il numero dal foglietto nello spazio del destinatario e ha premuto invio.

Ha fatto tutto in fretta. Non si è lasciata il tempo di riflettere.

La risposta arriva dopo pochi secondi. Sandie sta camminando nervosamente in tondo nella sua stanza con il cellulare nella mano destra. Lo sguardo nel vuoto.

Che piacere ricevere il tuo sms! Avevo paura che non mi avresti più scritto..

<<Non ci poso credere! Non ci posso credere! Non posso credere che mi stia succedendo!>>

Urla.

È elettrizzata. È felice. Anche se sa che non dovrebbe esserlo.

Ero un po’ indecisa.. ma perché mi hai lasciato il tuo numero?

Scrive con sicurezza, senza inibizione. Attraverso lo schermo del cellulare è tutto molto semplice. Si sente protetta, al sicuro, nascosta dietro al display illuminato del suo Nokia 62100.

Ti va se ci vediamo domani? Magari nel pomeriggio?

 “È arrivato subito al dunque..” pensa. Ma alla fine il suo invito le fa piacere.

Ha ancora un attimo di esitazione: forse sarebbe meglio finirla qui, non rispondergli più. Sarebbe sicuramente meglio così, sarebbe la cosa giusta.

Ma questa volta Sandie non ha voglia di fare la cosa giusta. Vuole soltanto ascoltare il suo cuore.

Può andare. A che ora? Dove?

Ti aspetto davanti all’edicola, quella subito dopo il bar. Alle due?

Ok.

Si ferma a guardarlo da lontano. La sta aspettando, proprio davanti all’edicola, come d’accordo. Guarda l’orologio, sembra nervoso. Effettivamente sono già le due e un quarto e lei non si è ancora fatta vedere.

Forse non ne ha il coraggio.

Ieri era diverso, era più decisa, più sicura, non si sentiva così..piccola.

Ecco, è proprio così che si sente ora Sandie: piccola, una bambina.

E ha paura, paura di stare facendo la cosa sbagliata, paura di non essere abbastanza carina, di non sapere cosa dire. La timidezza e l’imbarazzo prendono il sopravvento ed è quasi decisa ad andarsene.

Continua a osservare Mirko dalla sua postazione, su una panchina nascosta dietro gli alberi del parco, dalla parte opposta della strada.

Due e mezza. Mirko adesso sembra spazientito. Cammina avanti e indietro sul marciapiede guardando di tanto in tanto il suo cellulare.

“Chissà a cosa sta pensando. Magari è preoccupato perché teme sia successo qualcosa. Forse invece è soltanto scocciato e pensa che non avrebbe dovuto perdere tempo con me. Sto perdendo la mia occasione.”

Sandie è combattuta, non sa cosa fare, si sente impotente. Oggi non ha il coraggio di ieri sera. Oggi non può fare altro che starsene lì, impalata su quella maledettissima panchina.

Alle tre meno un quarto Mirko la sta chiamando sul suo cellulare. Lo vede dall’altra parte della strada che si mordicchia il pollice mentre telefona.

Non risponde.

Non riesce a rispondere.

Allora Mirko riaggancia. Prova a richiamarla ancora un paio di volte, senza risultato. Così si infila di nuovo il telefono nella tasca dei jeans e se ne va.

Sandie lo guarda allontanarsi, a testa bassa, le mani in tasca. Ogni tanto dà un calcio a qualche sassolino sul marciapiede, finché svolta l’angolo e lei non riesce più a vederlo.

A questo punto Sandie scoppia a piangere. Piange come una bambina. Rannicchia le gambe sulla panchina e le stringe forte tra le sue braccia. Appoggia le testa sulle ginocchia e piange. Poi i singhiozzi diventano più forti, il mascara cola lungo le guance rigandole di nero, ma non gliene importa niente. Non riesce a smettere di piangere e pensa che è stata una stupida.

Resta lì per molto tempo, fino a quando, stremata, si sdraia sulla panchina, appoggia la testa sull’avambraccio e si addormenta.

Quando si sveglia è già il tramonto. Si sveglia di soprassalto, perché sente la mano di qualcuno accarezzarle i capelli.

Ancora prima di aprire gli occhi, scatta in piedi cacciando un urlo spaventoso.

Poi lo vede. Mirko è lì, davanti a lei, seduto sulla panchina.

Si sente ancora più stupida.

Si siede accanto a lui, ma mantenendo una certa di stanza. Guarda in baso, le sue dita, che con le unghie stanno torturando le pellicine. Con la coda dell’occhio riesce a vedere in parte le gambe di Mirko e le sue scarpe.

Poi finalmente si decide, fa un respiro profondo, e alza lo sguardo:

<<Scusami, mi dispiace tanto. Ero qui, cioè sono sempre stata qui. Non è che non volevo venire all’appuntamento, ma io..non lo so, ho avuto paura, e poi..>>

Mirko non le lascia finire la frase. Prende il suo viso tra le mani e con il pollice le asciuga dolcemente una lacrima.

<<Vieni qui, bambina..>>

Le mani tra i suoi capelli, e la bacia.

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