racconti

Il colore dei piatti non si sceglie.

<<Il colore dei piatti non si sceglie.>>
La maestra non fa che ripetere questa frase, tutti i giorni, all’ora di pranzo.

Me ne sto qui, buona, sulla mia piccola sedia di legno e osservo i miei compagni, che litigano per il colore dei piatti.

A me non interessa, il colore. Non mi interessa nemmeno il piatto, a dire il vero.

Me ne sto qui buona, senza parlare.

Ho il fazzoletto di carta nella tasca dei pantaloni, se mi viene da piangere. Me l’ha dato la nonna, stamattina. Siamo passate da lei, io e la mamma, come tutte le mattine, per lasciarle Filippo, il mio fratellino. Lui non può venire all’asilo insieme a me: lui è piccolo. Io sono grande, ormai, ho già due anni e mezzo. La mamma me lo dice sempre, che sono grande. Anche le maestre me lo dicono.

Io non rispondo. Non lo so se sono grande: i bambini grandi non piangono, ma a me viene sempre da piangere quando devo salutare la mamma, prima di entrare all’asilo.

Quando siamo in macchina non ci penso tanto: la nonna mi dà sempre qualcosa, una caramella, un cioccolatino e allora penso a lei e annuso il suo profumo sul fazzoletto. Era bello stare dalla nonna, mentre la mamma era al lavoro. Mi piaceva tanto. Poi però è arrivato Filippo, e tante cose sono cambiate. Non è che non gli voglio bene, perché è il mio fratellino e tutti mi dicono che devo volergli bene. Però mi sta un po’ antipatico. Non è divertente. Piange e vuole sempre stare con la mamma. E io sono grande, lui è piccolo e deve stare con la mamma. Io devo aiutarla a curarlo. Qualche volta me lo fa tenere in braccio, per poco tempo però, e soltanto se siamo seduti sul divano. Ma lui non resiste tanto in braccio a me, si mette subito a strillare. Gli sto anche io un po’ antipatica, credo.

Il brutto arriva quando la mamma sta parcheggiando: è lì che il mio stomaco inizia a fare i capricci. Ho dei piccoli crampi e mi fa male la pancia. Mi viene da vomitare, tutte le mattine. Ma la nonna mi ha insegnato un trucco: se respiro forte con il naso e poi soffio fuori tutta l’aria con la bocca, la nausea passa, e non vomito. Non mi piace vomitare, mi fa paura.

Qualche volta porto all’asilo la mia bottiglietta d’acqua: se ne bevo un sorso ogni tanto, la pancia smette di farmi male. Però le maestre non me la lasciano tenere per tutto il giorno: soltanto fino all’ora della merenda.

Quando la mamma mi toglie le scarpe e il giubbetto all’ingresso, prima che io entri al nido, li vado a mettere nel mio armadietto, quello con la foto di Pippo. Mi piace Pippo, mi fa ridere. Ha il cappello verde in testa. E la sera, quando torniamo a casa, papà mi fa sempre la voce di Pippo e ridiamo un sacco!

Poi arriva la maestra. Non è che arriva sempre la mia maestra a prendermi, la mattina. E questo un pochino mi dispiace, perché è lei la mia maestra, non capisco perché devo dare la mano a un’altra. Però è lo stesso: mi viene da piangere comunque. Guardo la mamma che mi saluta e sorride e le do un altro abbraccio. La stringo forte perché so che è l’ultimo poi lei deve andare al lavoro. La stringo forte così poi, se ci penso, la sento ancora tra le mie braccia.

Quando vado nella stanza con i miei compagni, la tristezza un po’ mi passa: ci sono tanti giochi lì. Non frequento da molto e non li conosco ancora tutti. Ma gli altri bambini corrono e urlano e vanno a prenderli sempre prima di me, così mi siedo, e li guardo. Mi diverte anche solamente osservarli. Ogni tanto qualcuno mi chiede di giocare con lui e se ho voglia lo seguo. Altre volte invece una maestra mi fa le coccole o mi tiene in braccio. Mi sento un po’ a disagio, perché non ci conosciamo ancora tanto bene, ma mi sembrano tutte simpatiche e dolci. Tranne quando urlano. Perché qualche volta uno di noi combina un pasticcio, e allora le maestre si arrabbiano e gridano. La mia maestra grida sempre con Michele, perché corre in bagno e poi, se cade, si fa male alla testa. Con me non hanno mai urlato, perché io me ne sto buona. Preferisco. Mi spavento se qualcuno mi urla o mi sgrida. Mi imbarazzo e mi viene in mente la mia nonna Giada, e voglio andare da lei. Meglio che questo non succeda.

<<Il colore dei piatti non si sceglie! Ve lo dico tutti i giorni: quello che capita, capita, ok?>>

Tanto i bambini non la ascoltano.

<<Michele! Ancora tu! Lascia stare il piatto di Alessio, ognuno ha il suo! Se continuate così finirete per farvi male.>>

Se no, poi, Michele cade, e si fa male alla testa.

<<Va bene, mi hai costretto a prendere provvedimenti!>>

Adesso la maestra ha preso Michele per mano e lo sta accompagnando nella stanza vicina. Anche lì i bambini sono già seduti al tavolo e stanno aspettando il loro piatto. Loro sono più piccoli di noi.

<<Adesso te ne resti qui, a mangiare con i piccoli, d’accordo?>>

Michele non risponde, guarda il pavimento.

Ecco, tocca a me. Oggi c’è la polenta. Il piatto è bello pieno e esce il fumo: la polenta scotta.

La maestra mi dà il cucchiaio per mangiarla:

<<Sara, mi raccomando, soffia bene, che scotta.>>

Ok. A casa la nonna soffiava lei sul cucchiaio, prima di darmi la minestra. Dopo c’erano i piselli con il prosciutto cotto, i miei preferiti! La nonna me li preparava tutti i giorni.

Soffio forte sul cucchiaio e assaggio la polenta: scotta lo stesso. Meglio aspettare.

Anche i miei compagni soffiano, ma a loro non sembra scottare, la polenta.

<<Sari, come mai non mangi? Ti aiuto?>>

La maestra prende il cucchiaio e me lo porta alla bocca, ma io non voglio aprirla, perché scotta. Giro la testa dall’altra parte.

<<Che c’è Sari?>>

Alla fine la polenta non scotta più, allora la mangio, però da sola: non mi va che la maestra mi aiuti, perché io sono grande.

Quando arriva il momento di fare la nanna, dopo il pranzo, io penso alla mia mamma. La sera, nel lettone, mi fa addormentare leggendomi la storia di Pongo, la mia preferita. Poi mi passa le sue dita dolci tra i capelli e io chiudo gli occhi, e mi addormento.

Anche all’asilo la maestra legge una storia per farci addormentare. Ogni giorno ne legge una diversa e sono tutte belle. Però io non voglio, quando mi fa le coccole: all’asilo preferisco stringere il mio orsetto Pim, le coccole le tengo tutte per la mamma.

Faccio fatica a addormentarmi, i miei compagni chiudono sempre gli occhi prima di me. Qualcuno russa.

Oggi pomeriggio usciamo in giardino! C’è il sole e la maestra ha detto che è arrivata la primavera. Credo che sia vero, perché ho sbirciato dalla finestra e il sole era giallo, faceva male agli occhi. Le foglie degli alberi si muovevano, per il vento. Non vedo l’ora di andare in giardino!

La mamma mi ha comprato gli stivalini da mettere per uscire, così non rovino le scarpe nuove, e poi, se l’erba è bagnata, non mi bagno i calzini. Anche gli altri bambini ce li hanno, ma non come i miei: io ho quelli delle principesse! C’è Biancaneve e anche Cenerentola!

Siamo tutti seduti all’ingresso, qualcuno per terra, io mi sono messa sulla panchina piccola, quella verde. Ho tolto i calzini antiscivolo e li ho messi nel mio armadietto, proprio come faccio al mattino, con la mamma. Però non riesco a mettermi gli stivali, sono duri.

Osservo i miei compagni: loro riescono da soli, qualcuno chiede aiuto alla maestra, ma io ho vergogna. Allora appoggio gli stivalini per terra e aspetto che lei venga da me.

Quanti disegni appesi alle pareti dell’asilo! Ci sono i Teletabbies! Mi alzo per vederli meglio e mi dimentico degli stivali e della maestra.

Che belli questi fiori attaccati al muro, hanno anche i brillantini!

<<Ma Sara! Cosa sta facendo? Non vedi che i tuoi amici sono già vestiti e pronti?! Manchi solo tu! Dove hai messo i tuoi stivali?>>

Guardo gli occhi della maestra, che per la prima volta mi stanno rimproverando. Che vergogna. Lo stomaco sussulta e le mie labbra si imbronciano. Credo che sto per piangere.

<<Ehi! Non c’è bisogno di piangere! Non è successo niente di grave! Dai, metti gli stivali!>>

Mi siedo di nuovo sulla panchina e provo a infilarne uno sul piede, ma come prima, non entra.

<<No, Sari, hai sbagliato. Quello è il destro, lì ci va l’altro!>>

Non capisco, ma cambio stivale. Sono imbarazzata perché tutti mi guardano: stanno aspettando me e questo mi rende nervosa.

Lo stivalino proprio non vuole entrare, e allora mi viene da piangere, questa volta per davvero.

Piango forte.

<<Ma Sari! E ora che c’è?! Facciamo così, io comincio a uscire con gli altri, che sono pronti già da un po’, tu resta pure qui tranquilla e riprova. Fai con calma.>>

Ecco, adesso anche la maestra mi lascia qui da sola. Proprio ora che mi servirebbe un abbraccio.

Quando tutti sono usciti, rimane silenzio. Sento solo l’eco dei miei singhiozzi, e non mi piace. Allora smetto di piangere.

Con le mani sfrego via le lacrime dagli occhi e tiro su col naso, perché non ho tempo di cercare in tasca il fazzoletto della nonna ora: devo sbrigarmi.

Mi siedo per terra e prendo di nuovo in mano lo stivale. Proprio in questo momento sento qualcuno aprire la porta: mi spavento e lo lascio cadere.

È Anna, è del mio gruppo.

Abbasso gli occhi e guardo per terra, perché voglio nascondermi, non voglio che lei veda le lacrime.

Si avvicina, non dice nulla.

Prende uno stivalino e poi il mio piede e me lo infila. Perfetto. Con l’altro fa lo stesso e poi mi tende la mano per aiutarmi ad alzarmi.

La guardo. Sorride. Le do la mano e mi alzo in piedi.

<<Usciamo?>>

Mi chiede.

Non rispondo e vado verso la porta. Insieme la spingiamo, perché è dura e difficile da aprire.

All’improvviso il sole picchia negli occhi. Che buon profumo, di prato!

Mi viene voglia di correre. Però mi fermo subito, ad aspettare Anna. Le do la mano e corriamo insieme nel prato,

<<Ma Anna, dove ti eri cacciata?!>>

Le domanda la maestra, quando ci vede arrivare.

<<Ah, capisco! Hai aiutato Sara! Brava!>>

E poi mi chiede:

<<Tutto bene, adesso, Saretta?>>

<<Si!>>

E faccio un bel sorriso.

È arrivata l’estate! Adesso all’asilo usciamo sempre in giardino, tutti i giorni, perché fa caldo. È bello perché giochiamo tante volte con l’acqua e ci mettiamo anche i costumi e i sandali di gomma, come al mare!

Adesso non mi viene più voglia di piangere, quando arrivo all’asilo, la mattina. Mi tolgo veloce le scarpe e le metto nell’armadietto, do un bacio grande alla mamma e corro nella stanza dei giochi, perché c’è Anna che mi aspetta. E insieme a lei ci sono tutti gli altri amici: Luca, Pietro, Giulia, Elisa..

Giochiamo insieme e ci divertiamo un sacco, anche se, quando facciamo troppa confusione, la maestra alza la voce e ci rimprovera. Però fa niente, perché Anna mi dà la mano e io non ho più vergogna.

La maestra ha messo il mio letto vicino a quello di Anna, nella stanza della nanna, così prima di addormentarci ci raccontiamo le storie e ridiamo un po’. Qualche volta le do anche la mano, così chiudo gli occhi e non mi addormento da sola.

<<Sempre la solita storia: bambini, vi ho detto che il colore dei piatti non si sceglie!>>

Siamo di nuovo seduti al tavolo per il pranzo. La maestra sta distribuendo i piatti, mi sa che oggi c’è la pasta rossa da mangiare, buonissima!

Mi è capitato il piatto blu, il preferito di Anna.

A me non interessa il colore dei piatti, a me piace la pasta rossa!

Anna ha preso il piatto giallo e mi sembra un po’ triste per questo. La guardo, è seduta accanto a me. Mentre la maestra ci sta versando l’acqua da bere, la chiamo sottovoce:

<<Ehi, Anna!>>

Si gira.

La faccio “Schhh!” con il dito davanti alla bocca e, appena la maestra si gira, ci scambiamo velocemente il piatto.

Adesso Anna è contenta e sorride.

E anche io.

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