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Il test è positivo


Le mani sono fredde, sudate, tremano. Ti stringi nella felpa e guardi fuori, per distrarti, per cercare di non pensare.

<<Caffè?>>

<<No, grazie.>>

Lo stomaco chiuso, il groppo in gola sempre più stretto, per toglierti il respiro.

Pochi minuti, ma sembrano eterni.

Ti alzi: non puoi più restare seduta, perché le gambe vogliono muoversi.

Cammini avanti e indietro, in silenzio, guardi il vuoto Ti mordi il labbro, ti tormenti con le unghie le pellicine delle dita. Di tanto in tanto un brivido di consapevolezza ti pizzica nella pancia:

<<Che cosa ci faccio qui?>>

Muovi i piedi: punta-tacco-punta-tacco. Vorresti saltare, correre, urlare, scappare lontano da questa stanza, lontano da te stessa, lontano da questa vita.

<<Magari no, dai, non pensare al peggio.>>

Respiri.

<<È tutto ok. Mantenere la calma. Tutto si affronta, tutto si risolve.>>

E ti viene da piangere, perché non ci credi tanto neanche tu a quello che continui a ripeterti nella testa.

***

Positivo.

Il test è positivo.

È come essere investiti.

Un masso gigante ti è appena precipitato sul petto. E ti ritrovi inchiodata al pavimento. Ti dimeni sotto questo peso enorme, ma non puoi più alzarti.

Il test è positivo.

La stanza comincia a girare. I volti si confondono, il pavimento diventa soffitto.

Stringi la testa tra le mani per cercare di fermarla, ma non funziona.

Il test è positivo.

E adesso senti il peso del cielo.

Sembrava così leggero, sempre lì, con le sue nuvole bianche.

E adesso che ti è caduto addosso, pesa, sulle tue spalle.

<<Non toccarmi!>>

Il rimmel cola lungo le guance.

       ***

Alzati.

Prendi al volo la vita che ti sta cadendo addosso,

piega le ginocchia per attutire il colpo,

e rilancia.

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Sub-conscio

C’è sempre questa grande casa, tutta bianca, nei miei sogni.

Il campanello suona e apro la porta con l’entusiasmo bambino di chi si aspetta una sorpresa.

Tu.

Ti osservo da lontano mentre scendi dall’auto con la sigaretta accesa. Sei tornata.

Non può essere che un sogno.


I capelli mossi alle spalle, cammini sicura e ti vengo incontro. Voglio rubare un po’ del tuo profumo. Che mescolato all’odore del fumo mi riempie i polmoni e scende giù fin dentro all’anima.
Non mi vedi. Cammini sicura, bellissima, surreale, nel tuo profumo e non mi vedi.

Ti abbraccio e appoggio la testa sulla tua spigolosa spalla, come fanno i bambini per addormentarsi o quando piangono. Ma tu mi scosti, non mi tieni, non mi vedi e mi lasci cadere a terra.


Mi sono svegliata con gli occhi pieni di lacrime.

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Nostalgia (ad un’amica..)

Se chiudo gli occhi posso sentire ancora il profumo intenso e umido del bosco. Lo attraversavamo ogni sera, per un piccolo tratto, per raggiungere la Baitella. Era la nostra estate. Di quelle senza pensieri, senza doveri e senza responsabilità. Quelle estati adolescenziali, in cui trascorri le notti a bere birra e guardare le stelle. Ci trovavamo tutti in piazza, e percorrevamo insieme la solita strada stretta e ripida. Non avevamo bisogno di grandi cose, bastavamo noi, le nostre risate, qualche bicchiere di vino, o il litro di birra da condividere bevendo dalle cannucce. Trascorrevamo ore dietro i bagni del campo sportivo, ore intese, ricche di tutto e di niente. Di quella magia, che crescendo si perde, e non torna più. All’epoca non lo sapevamo, ma stavamo facendo la storia. La nostra storia. Stavamo scrivendo quello che sarebbe poi diventato il nostro passato da ricordare con nostalgia e il sorriso sulle labbra. Avidi di esperienze, di prime volte, di emozioni. Le nostre chiacchiere e le risate rompevano il silenzio di quelle notti. Già, perché quando poi, a serata finita, si tornava verso casa, c’era solo il buio della notte a farci compagnia. Non un lampione, a Sognavazzo. L’evento che tutti aspettavamo con ansia era la festa degli Alpini: per l’occasione montavamo le nostre tende a Falecchio e vi trascorrevamo la notte. Credo di non aver mai più rivisto stelle così luminose e grandi. Un desiderio per ogni stella cadente: in quel tempo i nostri sogni si avveravano per davvero. Il mio primo bacio l’ho dato proprio lì, in tenda. Noi due circondati dal buio, dalle stelle, e da qualche birra, bevuta per rendere più coraggiose le nostre labbra maldestre.

Quando l’estate finiva, ci rimanevano le lettere. Non avevamo i cellulari, le mail, i solcial. Non potevamo fare altro che scriverci, attendendo con ansia la lettera di risposta, e l’occasione più vicina per rivederci: che fosse Pasqua, Natale o l’estate seguente.

Capitava anche che ci ritrovassimo tutti a festeggiare l’ultimo dell’anno: le urla e le risate rimbombavano nella saletta del piccolo bar di Sognavazzo, salutavamo il vecchio anno facendo il gioco della bottiglia, oppure obbligo e verità, e cominciavamo quello nuovo con un bacio rubato al nostro amore del momento.

Non so nemmeno se sia ancora lì, quella saletta. Mi piacerebbe tornare a rivedere quei luoghi. Per sentire sulla pelle il ricordo di quei momenti felici. Quello che so per certo è che li terró sempre gelosamente custoditi dentro al mio cuore, insieme ai volti di quelle persone che per la prima volta hanno saputo farlo battere forte.

racconti

La cosa giusta 

<<Buongiorno!>> <<Ciao, cosa ti porto? Il solito?>>

Lo vede tutte le mattine. Arriva al bar con la figlia, sempre alla stessa ora, e fanno colazione.

<<Si, grazie.>>

Risponde la vocina della piccola Silvia.

Sandie le fa un sorriso e si allontana verso il bancone.

Lavora qui da quasi due anni. Un lavoro stancante: la mattina fa sempre il primo turno e deve aprire il bar alle sei. Però le piace. Le piace parlare con la gente, le piace l’idea di entrare per un attimo nella giornata delle persone che passano di lì: hanno sempre qualcosa da raccontare. Con la maggior parte chiacchiera del più e del meno. Qualcuno, che è entrato in confidenza, le chiede opinioni e consigli. C’è chi si confida, facendole qualche confessione, e c’è anche chi fa il brillante per provarci con lei. Alla fine è un lavoro divertente.

<<Ecco qui, un caffè macchiato caldo e il succo alla pera, per Silvia.>>

Dice Sandie, appoggiando la tazzina e il bicchiere sul tavolo.

E poi:

<<Manca qualcosa?>>

Chiede rivolta alla bambina, alzando di proposito il tono di voce.

<<Si! La mia brioche!>>

Risponde la piccola.

<<Oh, oh! Ma..eccola qui! Si era nascosta sotto al vassoio, quella monella!>>

Silvia ride, afferra il suo cornetto alla marmellata e lo morde con gusto.

Mirko, il papà di Silva, sorride. Guarda Sandie e la ringrazia, quasi sottovoce.

Le piace quell’uomo. Non sa spiegarsi il perché, ma le piace un sacco. Non è particolarmente bello, ma la affascina. Porta i capelli rasati, magro, non tanto alto. E i suoi occhi. Azzurri, chiarissimi, di ghiaccio.

All’inizio la sua era soltanto curiosità: era rimasta colpita da lui e lo osservava con interesse. Niente di più.

Adesso invece è diverso.

Sente un timido brivido nello stomaco quando incrocia il suo sguardo. Quando gli parla è come a disagio, imbarazzata, i suoi gesti diventano goffi e impacciati.

Pensa spesso a Mirko, anche quando non è al lavoro. Certe volte, durante la giornata, le viene in mente il suo viso, o una frase che le ha detto al bar, e allora si ritrova a sorridere.

Non ha mai visto sua moglie, ma sa che è sposato, perché una mattina ha notato la fede al dito. E ad essere sincera, un po’ le è dispiaciuto.

<<Sandie, scusa?>>

Sta sciacquando le tazze e i bicchieri per metterli nella lavastoviglie e la voce di Mirko la interrompe. Si gira e lo vede dall’altra parte del bancone.

<<Dimmi.>>

D’istinto, abbassa lo sguardo.

<<Mi daresti un’altra brioche?>>

<<Certo, come la vuoi?>>

<<Vuota, grazie.>>

<<Ecco qui.>>

<<Me la metteresti in un sacchetto per favore? La porto via.>>

<<Certo!>>

Sandie prende il sacchetto, vi infila la brioche con qualche tovagliolino di carta e la porge a Mirko da sopra il bancone.>>

Le loro mani si toccano appena e lei prova un leggero imbarazzo. Questo gesto dura poco più di un istante e Sandie si rende conto che Mirko le ha passato qualcosa: le ha lasciato in mano un piccolo pezzo di carta, piegato.

Quando se ne rende conto abbassa di nuovo lo sguardo. È sicura di essere diventata rossa perché sente le guance caldissime.

<<Grazie Sandie. Ci vediamo domani.>>

Mirko sorride, come se niente fosse. Sembra tranquillo, sicuro di sé.

<<Va bene, ciao.>>

Risponde lei sottovoce, senza riuscire a guardarlo negli occhi.

Quando è certa che Mirko e Silvia se ne siano andati, chiede a Luciano, il proprietario del bar, di poter fare una pausa.

Esce a prendere una boccata d’aria e si accende una sigaretta.

Ha messo il biglietto che le ha passato Mirko nella tasca dei jeans. È nervosa. Ma è anche molto curiosa. Lo prende e lo apre:

340-5974321

Un numero di cellulare. Nient’altro.

A questo punto Sandie non sa che cosa fare.

“Cosa significa questo numero?”

Pensa.

“Vuol dire che lo devo chiamare? È il suo numero di cellulare? E perché non ha scritto nient’altro?”

Se ha osato darle questo biglietto, avrebbe almeno potuto scriverle qualcosa, un messaggio.

Ripiega il foglio e lo rimette in tasca. Finisce la sua sigaretta e butta per terra il mozzicone, per spegnerlo con la punta del piede.

Riprende a lavorare, ma è distratta. Continua a pensare a Mirko, al suo biglietto.

Il suo numero di cellulare, quante volte avrebbe desiderato averlo. Quante volte ha fantasticato che lui la chiamasse per darle un appuntamento.

Ma poi? È un uomo sposato, ha una figlia. Cosa crede di fare? È una faccenda troppo complicata:

“Meglio lasciar perdere.”

Pensa. E questa volta ne è davvero convinta.

Quella sera Sandie non riesce a prendere sonno. Si rigira nel letto, è irrequieta.

Infondo lei ha venticinque anni, Mirko ne avrà almeno una decina in più. E soprattutto è sposato. Ha una moglie, e anche una figlia. Ha una vita, una famiglia.

“E chi sono io per rischiare di rovinare tutto questo? Se gli scrivessi, anche solo un sms, potrei causare chissà quale disastro.”

È convinta di questo, ma non riesce a fare a meno di pensare che alla fine è stato lui a farle avere quel numero. E lei adesso ce l’ha. E vorrebbe tanto potergli mandare un messaggio. Forse questo è stato un segno, non l’ha cercato lei. È stato lui a darle il suo numero. Forse questa è un’occasione. La sua occasione. Come succede nei film. E lei non può permettersi di lasciarla sfuggire.

Ciao, sono Sandie..

Ha preso il cellulare e ha scritto di getto. Senza pensare. Ha copiato il numero dal foglietto nello spazio del destinatario e ha premuto invio.

Ha fatto tutto in fretta. Non si è lasciata il tempo di riflettere.

La risposta arriva dopo pochi secondi. Sandie sta camminando nervosamente in tondo nella sua stanza con il cellulare nella mano destra. Lo sguardo nel vuoto.

Che piacere ricevere il tuo sms! Avevo paura che non mi avresti più scritto..

<<Non ci poso credere! Non ci posso credere! Non posso credere che mi stia succedendo!>>

Urla.

È elettrizzata. È felice. Anche se sa che non dovrebbe esserlo.

Ero un po’ indecisa.. ma perché mi hai lasciato il tuo numero?

Scrive con sicurezza, senza inibizione. Attraverso lo schermo del cellulare è tutto molto semplice. Si sente protetta, al sicuro, nascosta dietro al display illuminato del suo Nokia 62100.

Ti va se ci vediamo domani? Magari nel pomeriggio?

 “È arrivato subito al dunque..” pensa. Ma alla fine il suo invito le fa piacere.

Ha ancora un attimo di esitazione: forse sarebbe meglio finirla qui, non rispondergli più. Sarebbe sicuramente meglio così, sarebbe la cosa giusta.

Ma questa volta Sandie non ha voglia di fare la cosa giusta. Vuole soltanto ascoltare il suo cuore.

Può andare. A che ora? Dove?

Ti aspetto davanti all’edicola, quella subito dopo il bar. Alle due?

Ok.

Si ferma a guardarlo da lontano. La sta aspettando, proprio davanti all’edicola, come d’accordo. Guarda l’orologio, sembra nervoso. Effettivamente sono già le due e un quarto e lei non si è ancora fatta vedere.

Forse non ne ha il coraggio.

Ieri era diverso, era più decisa, più sicura, non si sentiva così..piccola.

Ecco, è proprio così che si sente ora Sandie: piccola, una bambina.

E ha paura, paura di stare facendo la cosa sbagliata, paura di non essere abbastanza carina, di non sapere cosa dire. La timidezza e l’imbarazzo prendono il sopravvento ed è quasi decisa ad andarsene.

Continua a osservare Mirko dalla sua postazione, su una panchina nascosta dietro gli alberi del parco, dalla parte opposta della strada.

Due e mezza. Mirko adesso sembra spazientito. Cammina avanti e indietro sul marciapiede guardando di tanto in tanto il suo cellulare.

“Chissà a cosa sta pensando. Magari è preoccupato perché teme sia successo qualcosa. Forse invece è soltanto scocciato e pensa che non avrebbe dovuto perdere tempo con me. Sto perdendo la mia occasione.”

Sandie è combattuta, non sa cosa fare, si sente impotente. Oggi non ha il coraggio di ieri sera. Oggi non può fare altro che starsene lì, impalata su quella maledettissima panchina.

Alle tre meno un quarto Mirko la sta chiamando sul suo cellulare. Lo vede dall’altra parte della strada che si mordicchia il pollice mentre telefona.

Non risponde.

Non riesce a rispondere.

Allora Mirko riaggancia. Prova a richiamarla ancora un paio di volte, senza risultato. Così si infila di nuovo il telefono nella tasca dei jeans e se ne va.

Sandie lo guarda allontanarsi, a testa bassa, le mani in tasca. Ogni tanto dà un calcio a qualche sassolino sul marciapiede, finché svolta l’angolo e lei non riesce più a vederlo.

A questo punto Sandie scoppia a piangere. Piange come una bambina. Rannicchia le gambe sulla panchina e le stringe forte tra le sue braccia. Appoggia le testa sulle ginocchia e piange. Poi i singhiozzi diventano più forti, il mascara cola lungo le guance rigandole di nero, ma non gliene importa niente. Non riesce a smettere di piangere e pensa che è stata una stupida.

Resta lì per molto tempo, fino a quando, stremata, si sdraia sulla panchina, appoggia la testa sull’avambraccio e si addormenta.

Quando si sveglia è già il tramonto. Si sveglia di soprassalto, perché sente la mano di qualcuno accarezzarle i capelli.

Ancora prima di aprire gli occhi, scatta in piedi cacciando un urlo spaventoso.

Poi lo vede. Mirko è lì, davanti a lei, seduto sulla panchina.

Si sente ancora più stupida.

Si siede accanto a lui, ma mantenendo una certa di stanza. Guarda in baso, le sue dita, che con le unghie stanno torturando le pellicine. Con la coda dell’occhio riesce a vedere in parte le gambe di Mirko e le sue scarpe.

Poi finalmente si decide, fa un respiro profondo, e alza lo sguardo:

<<Scusami, mi dispiace tanto. Ero qui, cioè sono sempre stata qui. Non è che non volevo venire all’appuntamento, ma io..non lo so, ho avuto paura, e poi..>>

Mirko non le lascia finire la frase. Prende il suo viso tra le mani e con il pollice le asciuga dolcemente una lacrima.

<<Vieni qui, bambina..>>

Le mani tra i suoi capelli, e la bacia.

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Riflessioni stanche.

Ci regaliamo pezzetti. Ci regaliamo pezzetti di noi, nascosti in un film, da scovare dentro a un libro. Ed è bellissimo. È bellissimo e coraggioso regalarsi, è magico e non è da tutti saper intuire, percepire, sentire l’altro empatizzando con il suo vissuto.
E io ho perso tutti i miei pezzetti per strada…

racconti

Il colore dei piatti non si sceglie.

<<Il colore dei piatti non si sceglie.>>
La maestra non fa che ripetere questa frase, tutti i giorni, all’ora di pranzo.

Me ne sto qui, buona, sulla mia piccola sedia di legno e osservo i miei compagni, che litigano per il colore dei piatti.

A me non interessa, il colore. Non mi interessa nemmeno il piatto, a dire il vero.

Me ne sto qui buona, senza parlare.

Ho il fazzoletto di carta nella tasca dei pantaloni, se mi viene da piangere. Me l’ha dato la nonna, stamattina. Siamo passate da lei, io e la mamma, come tutte le mattine, per lasciarle Filippo, il mio fratellino. Lui non può venire all’asilo insieme a me: lui è piccolo. Io sono grande, ormai, ho già due anni e mezzo. La mamma me lo dice sempre, che sono grande. Anche le maestre me lo dicono.

Io non rispondo. Non lo so se sono grande: i bambini grandi non piangono, ma a me viene sempre da piangere quando devo salutare la mamma, prima di entrare all’asilo.

Quando siamo in macchina non ci penso tanto: la nonna mi dà sempre qualcosa, una caramella, un cioccolatino e allora penso a lei e annuso il suo profumo sul fazzoletto. Era bello stare dalla nonna, mentre la mamma era al lavoro. Mi piaceva tanto. Poi però è arrivato Filippo, e tante cose sono cambiate. Non è che non gli voglio bene, perché è il mio fratellino e tutti mi dicono che devo volergli bene. Però mi sta un po’ antipatico. Non è divertente. Piange e vuole sempre stare con la mamma. E io sono grande, lui è piccolo e deve stare con la mamma. Io devo aiutarla a curarlo. Qualche volta me lo fa tenere in braccio, per poco tempo però, e soltanto se siamo seduti sul divano. Ma lui non resiste tanto in braccio a me, si mette subito a strillare. Gli sto anche io un po’ antipatica, credo.

Il brutto arriva quando la mamma sta parcheggiando: è lì che il mio stomaco inizia a fare i capricci. Ho dei piccoli crampi e mi fa male la pancia. Mi viene da vomitare, tutte le mattine. Ma la nonna mi ha insegnato un trucco: se respiro forte con il naso e poi soffio fuori tutta l’aria con la bocca, la nausea passa, e non vomito. Non mi piace vomitare, mi fa paura.

Qualche volta porto all’asilo la mia bottiglietta d’acqua: se ne bevo un sorso ogni tanto, la pancia smette di farmi male. Però le maestre non me la lasciano tenere per tutto il giorno: soltanto fino all’ora della merenda.

Quando la mamma mi toglie le scarpe e il giubbetto all’ingresso, prima che io entri al nido, li vado a mettere nel mio armadietto, quello con la foto di Pippo. Mi piace Pippo, mi fa ridere. Ha il cappello verde in testa. E la sera, quando torniamo a casa, papà mi fa sempre la voce di Pippo e ridiamo un sacco!

Poi arriva la maestra. Non è che arriva sempre la mia maestra a prendermi, la mattina. E questo un pochino mi dispiace, perché è lei la mia maestra, non capisco perché devo dare la mano a un’altra. Però è lo stesso: mi viene da piangere comunque. Guardo la mamma che mi saluta e sorride e le do un altro abbraccio. La stringo forte perché so che è l’ultimo poi lei deve andare al lavoro. La stringo forte così poi, se ci penso, la sento ancora tra le mie braccia.

Quando vado nella stanza con i miei compagni, la tristezza un po’ mi passa: ci sono tanti giochi lì. Non frequento da molto e non li conosco ancora tutti. Ma gli altri bambini corrono e urlano e vanno a prenderli sempre prima di me, così mi siedo, e li guardo. Mi diverte anche solamente osservarli. Ogni tanto qualcuno mi chiede di giocare con lui e se ho voglia lo seguo. Altre volte invece una maestra mi fa le coccole o mi tiene in braccio. Mi sento un po’ a disagio, perché non ci conosciamo ancora tanto bene, ma mi sembrano tutte simpatiche e dolci. Tranne quando urlano. Perché qualche volta uno di noi combina un pasticcio, e allora le maestre si arrabbiano e gridano. La mia maestra grida sempre con Michele, perché corre in bagno e poi, se cade, si fa male alla testa. Con me non hanno mai urlato, perché io me ne sto buona. Preferisco. Mi spavento se qualcuno mi urla o mi sgrida. Mi imbarazzo e mi viene in mente la mia nonna Giada, e voglio andare da lei. Meglio che questo non succeda.

<<Il colore dei piatti non si sceglie! Ve lo dico tutti i giorni: quello che capita, capita, ok?>>

Tanto i bambini non la ascoltano.

<<Michele! Ancora tu! Lascia stare il piatto di Alessio, ognuno ha il suo! Se continuate così finirete per farvi male.>>

Se no, poi, Michele cade, e si fa male alla testa.

<<Va bene, mi hai costretto a prendere provvedimenti!>>

Adesso la maestra ha preso Michele per mano e lo sta accompagnando nella stanza vicina. Anche lì i bambini sono già seduti al tavolo e stanno aspettando il loro piatto. Loro sono più piccoli di noi.

<<Adesso te ne resti qui, a mangiare con i piccoli, d’accordo?>>

Michele non risponde, guarda il pavimento.

Ecco, tocca a me. Oggi c’è la polenta. Il piatto è bello pieno e esce il fumo: la polenta scotta.

La maestra mi dà il cucchiaio per mangiarla:

<<Sara, mi raccomando, soffia bene, che scotta.>>

Ok. A casa la nonna soffiava lei sul cucchiaio, prima di darmi la minestra. Dopo c’erano i piselli con il prosciutto cotto, i miei preferiti! La nonna me li preparava tutti i giorni.

Soffio forte sul cucchiaio e assaggio la polenta: scotta lo stesso. Meglio aspettare.

Anche i miei compagni soffiano, ma a loro non sembra scottare, la polenta.

<<Sari, come mai non mangi? Ti aiuto?>>

La maestra prende il cucchiaio e me lo porta alla bocca, ma io non voglio aprirla, perché scotta. Giro la testa dall’altra parte.

<<Che c’è Sari?>>

Alla fine la polenta non scotta più, allora la mangio, però da sola: non mi va che la maestra mi aiuti, perché io sono grande.

Quando arriva il momento di fare la nanna, dopo il pranzo, io penso alla mia mamma. La sera, nel lettone, mi fa addormentare leggendomi la storia di Pongo, la mia preferita. Poi mi passa le sue dita dolci tra i capelli e io chiudo gli occhi, e mi addormento.

Anche all’asilo la maestra legge una storia per farci addormentare. Ogni giorno ne legge una diversa e sono tutte belle. Però io non voglio, quando mi fa le coccole: all’asilo preferisco stringere il mio orsetto Pim, le coccole le tengo tutte per la mamma.

Faccio fatica a addormentarmi, i miei compagni chiudono sempre gli occhi prima di me. Qualcuno russa.

Oggi pomeriggio usciamo in giardino! C’è il sole e la maestra ha detto che è arrivata la primavera. Credo che sia vero, perché ho sbirciato dalla finestra e il sole era giallo, faceva male agli occhi. Le foglie degli alberi si muovevano, per il vento. Non vedo l’ora di andare in giardino!

La mamma mi ha comprato gli stivalini da mettere per uscire, così non rovino le scarpe nuove, e poi, se l’erba è bagnata, non mi bagno i calzini. Anche gli altri bambini ce li hanno, ma non come i miei: io ho quelli delle principesse! C’è Biancaneve e anche Cenerentola!

Siamo tutti seduti all’ingresso, qualcuno per terra, io mi sono messa sulla panchina piccola, quella verde. Ho tolto i calzini antiscivolo e li ho messi nel mio armadietto, proprio come faccio al mattino, con la mamma. Però non riesco a mettermi gli stivali, sono duri.

Osservo i miei compagni: loro riescono da soli, qualcuno chiede aiuto alla maestra, ma io ho vergogna. Allora appoggio gli stivalini per terra e aspetto che lei venga da me.

Quanti disegni appesi alle pareti dell’asilo! Ci sono i Teletabbies! Mi alzo per vederli meglio e mi dimentico degli stivali e della maestra.

Che belli questi fiori attaccati al muro, hanno anche i brillantini!

<<Ma Sara! Cosa sta facendo? Non vedi che i tuoi amici sono già vestiti e pronti?! Manchi solo tu! Dove hai messo i tuoi stivali?>>

Guardo gli occhi della maestra, che per la prima volta mi stanno rimproverando. Che vergogna. Lo stomaco sussulta e le mie labbra si imbronciano. Credo che sto per piangere.

<<Ehi! Non c’è bisogno di piangere! Non è successo niente di grave! Dai, metti gli stivali!>>

Mi siedo di nuovo sulla panchina e provo a infilarne uno sul piede, ma come prima, non entra.

<<No, Sari, hai sbagliato. Quello è il destro, lì ci va l’altro!>>

Non capisco, ma cambio stivale. Sono imbarazzata perché tutti mi guardano: stanno aspettando me e questo mi rende nervosa.

Lo stivalino proprio non vuole entrare, e allora mi viene da piangere, questa volta per davvero.

Piango forte.

<<Ma Sari! E ora che c’è?! Facciamo così, io comincio a uscire con gli altri, che sono pronti già da un po’, tu resta pure qui tranquilla e riprova. Fai con calma.>>

Ecco, adesso anche la maestra mi lascia qui da sola. Proprio ora che mi servirebbe un abbraccio.

Quando tutti sono usciti, rimane silenzio. Sento solo l’eco dei miei singhiozzi, e non mi piace. Allora smetto di piangere.

Con le mani sfrego via le lacrime dagli occhi e tiro su col naso, perché non ho tempo di cercare in tasca il fazzoletto della nonna ora: devo sbrigarmi.

Mi siedo per terra e prendo di nuovo in mano lo stivale. Proprio in questo momento sento qualcuno aprire la porta: mi spavento e lo lascio cadere.

È Anna, è del mio gruppo.

Abbasso gli occhi e guardo per terra, perché voglio nascondermi, non voglio che lei veda le lacrime.

Si avvicina, non dice nulla.

Prende uno stivalino e poi il mio piede e me lo infila. Perfetto. Con l’altro fa lo stesso e poi mi tende la mano per aiutarmi ad alzarmi.

La guardo. Sorride. Le do la mano e mi alzo in piedi.

<<Usciamo?>>

Mi chiede.

Non rispondo e vado verso la porta. Insieme la spingiamo, perché è dura e difficile da aprire.

All’improvviso il sole picchia negli occhi. Che buon profumo, di prato!

Mi viene voglia di correre. Però mi fermo subito, ad aspettare Anna. Le do la mano e corriamo insieme nel prato,

<<Ma Anna, dove ti eri cacciata?!>>

Le domanda la maestra, quando ci vede arrivare.

<<Ah, capisco! Hai aiutato Sara! Brava!>>

E poi mi chiede:

<<Tutto bene, adesso, Saretta?>>

<<Si!>>

E faccio un bel sorriso.

È arrivata l’estate! Adesso all’asilo usciamo sempre in giardino, tutti i giorni, perché fa caldo. È bello perché giochiamo tante volte con l’acqua e ci mettiamo anche i costumi e i sandali di gomma, come al mare!

Adesso non mi viene più voglia di piangere, quando arrivo all’asilo, la mattina. Mi tolgo veloce le scarpe e le metto nell’armadietto, do un bacio grande alla mamma e corro nella stanza dei giochi, perché c’è Anna che mi aspetta. E insieme a lei ci sono tutti gli altri amici: Luca, Pietro, Giulia, Elisa..

Giochiamo insieme e ci divertiamo un sacco, anche se, quando facciamo troppa confusione, la maestra alza la voce e ci rimprovera. Però fa niente, perché Anna mi dà la mano e io non ho più vergogna.

La maestra ha messo il mio letto vicino a quello di Anna, nella stanza della nanna, così prima di addormentarci ci raccontiamo le storie e ridiamo un po’. Qualche volta le do anche la mano, così chiudo gli occhi e non mi addormento da sola.

<<Sempre la solita storia: bambini, vi ho detto che il colore dei piatti non si sceglie!>>

Siamo di nuovo seduti al tavolo per il pranzo. La maestra sta distribuendo i piatti, mi sa che oggi c’è la pasta rossa da mangiare, buonissima!

Mi è capitato il piatto blu, il preferito di Anna.

A me non interessa il colore dei piatti, a me piace la pasta rossa!

Anna ha preso il piatto giallo e mi sembra un po’ triste per questo. La guardo, è seduta accanto a me. Mentre la maestra ci sta versando l’acqua da bere, la chiamo sottovoce:

<<Ehi, Anna!>>

Si gira.

La faccio “Schhh!” con il dito davanti alla bocca e, appena la maestra si gira, ci scambiamo velocemente il piatto.

Adesso Anna è contenta e sorride.

E anche io.

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Shane

Io credo che lei sfugga. Non si può capire. È difficile da afferrare. Ed è bella così. Semplicemente così. Ho sempre pensato che anche solo il domandarsi perché di certe sue frasi, gesti, atteggiamenti, fosse come violarli, sporcarli, rovinarli. Lei non va spiegata. Va guardata. Credo che lei debba essere semplicemente amata. Così.
Penso questo, mentre la osservo preparare il caffè, fingendomi distratta, seduta al tavolo di questa grande, immensa cucina.

Una canottiera bianca, senza reggiseno, gli slip dello stesso colore, spettinata, a piedi nudi, fuma una sigaretta e prepara il caffè.

Prepara il caffè per la nostra colazione delle 11.30 e io rido.

Rido perché fuori il cielo è azzurro con le nuvole di panna montata, il sole brilla e scalda il mondo, e soffia quella leggera brezza del mattino. Nell’aria c’è profumo di fiori, erba appena tagliata, d’estate. Le tende bianche svolazzano sulla porta, dalla grande vetrata posso vedere il giardino. C’è un albero di pesco, un tappeto di petali rosa lo circonda: sta per davvero arrivando l’estate.

Rido e ripenso che stanotte abbiamo fatto l’amore. Ed è stato infinito. I suoi occhi profondi che non si stancano mai di guardarmi dentro. Questi immensi occhi scuri che nascondo segreti, ingoiano le lacrime e le trasformano in sorrisi. Mi muovo e sento il suo profumo sulla mia pelle. Può esistere qualcosa di più eccitante del suo profumo sulla mia pelle?

Rido e ripenso alle sue mani sottili, dolcissime, quasi spaventate. Le sue mani che tremano e mi accarezzano.

Come è stato dolce fare l’amore?

Rido e ripenso che che stanotte abbiamo fatto l’amore. Lento. Senza fretta, senza tempo. Labbra, mani, corpi, graffi. È stato così dolce, così spontaneo, così vero, da farmi vivere l’illusione di essere l’unica. L’unica tra le sue braccia, in questo letto, per queste labbra, per questi occhi.

Rido e ripenso al suo viso a due passi dal mio. Alla sua testa sulla mia spalla. Al suo respiro sul mio collo. A quanto ogni suo singolo gesto abbia il potere di eccitarmi e attirarmi a lei come una calamita.

E toccare il suo corpo, respirarlo assaggiarlo, viverlo. È stato come essere io. Toccare lei e provare piacere io.

Rido e penso a quanto ancora potrà essere bello, eccitante, pieno, vero fare di nuovo l’amore con lei.

Appoggiata al bancone della cucina, soffia fuori una lunga boccata di fumo, guardando nel vuoto.

E penso che qualcuno forse me la porterà via. Penso che forse non sarò capace di starla a guardare sempre, senza pretendere risposte per tutti questi perché. E allora la mia sete di sapere, la mia ansia incontrollata di voler capire, me la farà sgusciare fuori dalle mani e scivolerà tra le mie dita, via da me…

Mi alzo e cammino piano sul parquet che scricchiola, in questa grande, immensa cucina. Mi avvicino, la guardo. Fronte contro fronte, naso contro naso. Però adesso è qui. E un pochino mia. La bacio.img_0988

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Il cacciatore e la regina di ghiaccio


Io sono la regina di ghiaccio, perché tu mi hai spezzato il cuore. Non lo senti, il sapore salato delle lacrime di una bambina, non lo senti? Il dolore si trasforma in ghiaccio, dal graffio profondo e sanguinante che mi hai lasciato sull’anima nascono le mie ali, nere come l’inchiostro. Le mie parole sono frecce, adesso posso scagliarle. Quanto, per quanto tempo ho aspettato, immaginato sperato comprensione e scuse? Scusa. La parola più bella del mondo. Piena di amore, consapevolezza, umiltà, coraggio, sincerità. Scusa è la parola più bella e più dolce del mondo, e tu non l’hai detta mai. Soffierà verso di te un vento leggero di fine autunno. Il primo vento d’inverno. Lo sa il cielo come vorrei essere così cattiva da lasciar vivere tutto questo. Ma le parole sono il mio potere e nella fantasia posso essere tutto, posso fare tutto. Hai controllato la mia mente, hai controllato il mio cuore, adesso non puoi controllare le mie parole. Adesso tocca a me. Soffierà il vento freddo dell’inverno a screpolare le tue dolci labbra e arrosare le tue guance. Soffierà e farà male. Soffierà e sarà il mio soffio. La mi follia sarà salvezza, la mia felicità vittoria. Allungo le braccia e congelo gli istanti. Li sollevo in volo con le mie ali possenti e li lascio cadere dal più alto dei cieli, per frantumarsi al suolo. Addio. Quanto vorrei poterti dire addio. La verità è che libera non lo sarò mai, perché le ferite lasciano il segno. Per ogni segno un ricordo. Che risveglia il dolore. Farò del dolore la mia ispirazione, i miei fogli hanno le lame e i pensieri diventano pugnali. Sono la regina di questo castello di ghiaccio, della brughiera di notte. E me ne starò seduta qui. Scagliando frecce, soffiando venti. Ad aspettare. In riva al fosso.