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Lei

Lei fa tutto quello che le passa per la testa. E non ha senso di colpa. È la concretizzazione del puro subconscio. Non c’è super-io che tenga, lei il super-io l’ha disintegrato. Lei è totalmente contraddittoria, assolutamente folle, senza rispetto, senza logica, senza pudore, è un ammasso di pulsioni, segue il suo desiderio e il suo bisogno senza pensare alle conseguenze e senza razionalità. È portata all’estremo. È macabra addirittura in certi aspetti. Cinica, macabra, assurda. E poi lascia fare agli altri quello che vogliono. Non ha legami. Dice quello che ha in testa. È assolutamente egoista e inaffidabile. Ma nell’istante in cui dice e fa quello che le viene da fare, è sincera. Lei è un istante. Fotogrammi. È spaventosamente vera. È il vero più autentico, quello della follia. Nessuno è come lei. Non porta a molto essere come lei. Non puoi essere amico, ne l’amore di una come lei. E lei non ha niente di sicuro e stabile e certo. È sola, ad appagare se stessa. Lei ha istanti in cui ruba gli altri per farli suoi finché ne avrà voglia. Che poi, a pensarci bene, la vita è fatta di istanti. Le persone entrano ed escono dalla nostra vita e noi ci teniamo quello che ci regalano, per arricchire noi stessi. Quindi lei ha capito il gioco della vita e l’ha fatto suo. Ha capito il senso e gioca in anticipo alla vita. Le persone cercano il “per sempre felici e contenti”, che non esiste. E così, quando perdono qualcuno, hanno la sensazione di esserselo fatto scivolare tra le dita. Invece lei se lo vive fino in fondo. Senza aspettare il “per sempre”. E lo fa suo per perderlo un po’ di meno. E poi lo lascia andare, senza rimpianti, e senza sentirsi sola.

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Il mio mondo che non c’è..


È un appartamento piccolo, mansardato. Le travi a vista, le pareti in legno. E c’è una finestra grande, che dà sul terrazzo. Le tende bianche cadono senza regole sul pavimento. Il divano è morbido, sprofonda. Bianco anche lui. Non ci sono quadri e dalla finestra si vedono le montagne. La mattina presto c’è un po’ di nebbia, bassa, umida. Si beve volentieri il caffè, a piedi nudi, guardando il lago. Dentro, tante candele bianche e l’incenso. Silenzio e musica leggera. Un tappeto grande, in sala. Tavolo. Libri. Tanti libri, non per forza da leggere, non per forza già letti, qualcuno a metà. E non c’è la tv. Cuscini,morbidi, sul pavimento. C’è sempre una tisana calda che mi aspetta. E io vivo lì. Mi stringo nella mia maglia leggera, bianca, i pantaloni di lino beige, lunghi, a piedi nudi, e le unghie non sono sempre per forza colorate. Bevo la mia tisana calda con i capelli sciolti e il foulard al collo e scrivo. Uso soprattutto le matite, sui miei fogli bianchi. Ma ho anche il pc. E io vivo lì. Non ho paura di restare da sola. Da lì osservo il mondo e non devo fidarmi o non fidarmi di nessuno, osservo e ascolto. E scrivo. Non devo stare attenta a capire chi è o non è sincero, devo solo guardare. E vale tutto. Lì è tutto mio e c’è soltanto una persona che ci può entrare. Qualcuno serve sulla terra a tenermi giù, qualcuno dentro l’anima, per fare a metà.

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Giulia è morta 


Giulia è morta. Se ne è andata via per sempre. Si è tagliata le vene, era l’unico modo in cui potesse morire. È rimasta seduta sul marciapiede, davanti alla casa di Siria. Guardava il sangue scorrergli lungo le braccia. Stava quasi bene. Finalmente la sua disperazione avrebbe trovato pace. Era lì, l’unico posto in cui voleva essere, ma non poteva stare. Aveva deciso che sarebbe rimasta lì per sempre. Lì dove non era desiderata affatto. Lì dove era stata tradita, imbrogliata, usata, svuotata e poi gettata via. Lì dove si era fatta sporcare l’anima dalla paura e dall’amore. Aveva deciso che sarebbe morta con quella visuale impressa negli occhi. Con la lucida consapevolezza di un gesto folle e stupido, un gesto da debole, da vinta. Un gesto disperato di richiesta di attenzioni. Voleva essere vista da lei, che non l’aveva guardata mai. E allora aveva pensato che forse, lì per terra, nella pozza di quel fottuto sangue, lei l’avrebbe notata. Magari uscendo per andare al lavoro la mattina seguente. Avrebbe inciampato nel suo corpo senza vita e forse si sarebbe interrogata. Forse si sarebbe fermata a pensare al perché. Chissà magari avrebbe anche pianto. Sicuramente l’avrebbe vista. Tutte le notti, dentro ai sogni tormentati. Tutte le mattine, appena sveglia. “Forse adesso saremo pari” pensava giulia mentre l’energia le sgusciava tra le mani, e lei giungeva ad un livello altro di coscienza. “Si, adesso siamo pari. Adesso io sarò libera. Adesso gli incubi toccano a te.”