Ci sentiamo, Casomai.

Giulia e Siria

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C’è Siria, che.. Bè, lei è perfetta. Credo sia per questo che non esiste. Siria è una donna perfetta, testarda abbastanza da raggiungere gli obiettivi che si pone, forte abbastanza  da saper stare da sola, sicura abbastanza da amarsi e amare, affascinate abbastanza da costringerti zitto ad ascoltare le parole del suo silenzio dentro ai suoi occhi. Siria è un obiettivo. Perché lei sta bene. Con se stessa per quella che è e con ilresto del mondo. Siria è in una fottuta bolla che la fa galleggiare sopra il resto del mondo, nella sua perfezione. Solo che la gente normale non è come lei. La gente normale è come Giulia. Incasinata, insicura, inconsapevole, incosciente, irrazionale, con un casino di sensazioni che le fanno la centrifuga nello stomaco e nel cervello. Con una vita perfetta, ma… Felice, ma…. Serena, ma…Giulia è MA. Ma se forse però…. Una contemplazione infinita di se e ma. Teorici. Perché Giulia non è come Siria. Lei non li proverà mai a verificare nel concreto, tutti i suoi se e i suoi ma. E io? Be, io voglio bene a entrambe. Anzi, le adoro.

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Come i muffin…

Certe persone non si vedono proprio. Magari parlo, ma io sono uguale ne, non so. Ma certe persone sono costruite in un modo talmente perfetto che non lo sanno nemmeno loro quanto sono lontane da se stesse. E mettono in atto in eterno gli stessi meccanismi relazionali, con persone via via diverse, sempre in eterno, scartando man mano i rapporti ormai usati, o quelli che sono riusciti a svelare il trucco. Via, senza lacrime nè rimpianti, via e sotto con un’altra straordinariamente speciale relazione a stampino, superficiale e vuota, fatta di routine e frasi fatte, entusiasmo e finto affetto. Superficiale e di plastica. Relazioni come gli stampini di silicone dei muffin, quelli che compri all’ikea. Almeno i muffin si mangiano. E sono buoni. È che se per sbaglio ci metti anche solo un briciolo di cuore, per non dire tutto, per non dire l’anima, in una di queste relazioni, poi, quando ti svegli, ti becchi una di quelle badilate in faccia che la cicatrice non te laleva più nessuno. E io ho il privilegio di incontrarne a iosa, di persone così. Solo che non sempre riesco a starci attenta…

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4 gennaio 2014

 

I piedi mi fanno male. Bruciano. Le dita. Abrasioni del cemento. Ho corso troppo, camminato, e non ho più le scarpe. Ho consumato la suola, correndo via da qualcosa. Dritta, la strada davanti ai miei occhi si stende infinita. Dritta. Non so dove sto andando. Questo viaggio verso il nulla, forse è un viaggio dentro me stessa. Non c’è nessuno qui. È quasi buio e non c’è nessuno. Pensavo stessi scappando. Ma da chi? Da cosa? Niente. Nessuno. Sono sola. Non ho nessuno da raggiungere, da cui andare, che mi aspetta. Non c’è nessuno che mi sta inseguendo. Solo me stessa. E continuo a camminare scalza. Respiro l’aria fresca della sera, rosso all’orizzonte, sangue sui miei piedi. Cammino con questo enorme peso che mi sto portando dietro. La valigia. Non so nemmeno cosa contenga. Perché? Perché devo portare con me la valigia? Pesa e mi da fastidio. Vorrei che contenesse acqua. E le patatine, le Fonzie, quelle al formaggio, come quando ero piccola. Però non la apro. Non so perché, ma mi sembra che non posso. Non posso nemmeno lasciarla per strada, allora la trascino. E ho freddo. Mi stringo nella giacca sgualcita, invano. Ancora qualche passo, poi mi fermo. Sdraiata a piedi nudi nel prato, l’erba è umida, a lato della strada, appoggio la testa alla valigia. Silenzio. Solo i grilli. E guardo il cielo. Le stelle pesano. Brillano che è uno spettacolo da togliere il fiato. Immense. Pesanti sopra la mia testa, il cielo si abbassa, forse mi cade addosso.