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Un nuovo inizio 


I miei pensieri scorrono veloci come la pioggia che ascolto scrosciare dalla finestra socchiusa. È arrivato l’autunno. Mi stringo nel maglione troppo grande che indosso, sento la lana pungere sulla pelle nuda, vorrei coprirmi anche i piedi con questo grande maglione che ha un vago profumo di qualcosa che non conosco più, ma non ci riesco. I calzini di cotone leggero che indosso non bastano a scaldarmi, avrei dovuto mettere in valigia qualcosa di più adatto alla montagna. Bevo un altro sorso di caffè, il suo calore scende dalla gola fino allo stomaco e mi sento meglio. Sono venuta qui da sola. E nella luce fioca e sciatta di un pomeriggio di pioggia, osservo i rami degli alberi mossi dal vento, e mi sento vuota. Nulla. Sono un piccolo puntino insignificante di fronte alla maestosità della natura, di questi monti che si stagliano forti e imponenti e bucano il cielo con le loro vette rocciose. Sono nulla al cospetto del vento, che soffia fiero, nulla per i prati, per i fiori che ormai non ci sono quasi più e si sono lasciati morire, come vuole il ciclo delle stagioni e della vita, per lasciare spazio a funghi, ricci, e castagne. Mi cullo nella malinconia di questo autunno che sta per arrivare. Penso ad Halloweewn, alle zucche da intagliare, alle caramelle, alle risate dei bambini. Penso alla cioccolata calda, penso a un tappeto di foglie secche. A tutte le cose che si potrebbero fare. E alla mia energia, che non c’è più. Alla mia voglia di fare tutte queste cose, che non c’è più. Alla forza che credevo di avere, ma non ho. Alla persona che credevo di essere, o che davo per scontata, ed ho perso. Io non mi trovo più. Sono venuta qui da sola, ho chiuso fuori mio marito, le mie bambine, il lavoro, tutti i doveri, le responsabilità e le conseguenze. Ho dedicato sempre tempo agli altri, energie, impegno, amore. Cura. Mi prendo sempre cura degli altri e mi sono dimenticata di me. Ho lasciato che la voglia, il bisogno di scrivere mi si addormentassero dentro. Ho lasciato svanire quella fiamma, senza curarmi di lei. La sento ancora ogni tanto, quando piove, come oggi. O passeggiando tra le corsie di un supermercato, quando vedo file di bottiglie di vetro con le decorazioni a fiori, che mi fanno pensare subito alla tovaglia a quadri di mia nonna, il vecchio tavolo in legno posizionato sotto al portico, la crostata di frutta per merenda e il mio vecchio cane Argo addormentato sul dondolo. La sento, ma prontamente la soffoco fino a vederla morire, uccisa dalla mancanza di tempo, dalla pigrizia, dalla pragmaticità della vita che mi sono scelta. E che non voglio più.

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