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Sole e Luna

A sinistra il sole che sorge e inonda le nuvole con la sua luce rosa intenso. Non si fa vedere, ma c’è. Ci sono i suoi raggi che trafiggono sicuri le nuvole e dipingono il capolavoro del mattino. Dalla parte opposta la luna. Bellissima. Avvolta nel blu. Che non è più il blu scuro della notte, ma non è ancora quell’azzurro leggero del mattino. È un blu che sta a metà, ed è unico e bellissimo. Da ieri sera domina maestosa, la regina del cielo. In tutte le sue sfumature. Non ha paura a mostrarsi, perfetta, alta. Ci guarda, piccoli, dalla sua grandezza. È così bella che da rosso fuoco, è diventata argento. Sembra di perla. Con le sue macchie scure, cicatrici sulla pelle, che le donano quel fascino irresistibile. E io lascio che il sole e la luna regnino insieme nel mio cielo, stamattina, li sto a guardare, e mi godo lo spettacolo.

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Stanchezza

Una stanchezza viscerale. Che entra nelle ossa. Che diventa me, e io sei la stanchezza. Che non riesco nemmeno a far combaciare due pensieri in modo che significhino qualcosa. Nella testa galleggiano, come in un fiume inceppato che scorre al contrario, pensieri, parole, sedie, bambini, tavoli, briciole, grida, lacrime, discorsi, abbracci, risate, compiti da portare a termine. E cammino come lo zombie di me stessa. Dico si. Si con la testa a tutto. Mamma come è andata oggi? Si. Ho preso 10 e lode nella verifica di matematica! Si. Sei bellissima mamma! Si. Lo mangi il secondo? Si. E in questo fluttuare di corpi e di voci che mi circonda, cosa penso bene di fare? Appoggiare sul letto, insieme alla borsa, il termos del latte, che, il perché chiedetelo al Cielo, o al Karma, o all’Energia Creatrice, o a Zeus o a Frate Indovino, mi scarrozzo in giro da stamattina. Ed ecco che, due ore dopo, mi rendo conto che il suddetto latte è uscito dal termos ed ha bagnato, in successione: copri piumone, piumone, lenzuolo, traversa, copri materasso, materasso. Ho tentato di togliere la chiazza e l’odore con il cif, la candeggina e lo smacchiatore Grey. Ma è stato inutile. Così sto rilavando tutto quando da capo. Tutto quello che con immensa fatica avevo lavato sabato, che ho fatto il cambio armadi e il cambio letti. E adesso niente, vado a vomitare, perché le lacrime le ho finite.

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Se potessi scegliere

Se potessi scegliere, sceglierei di essere Regina. Perché lei sa essere cattiva. Emma sa scappare e ha una giacca di pelle che dovrebbe farle da armatura, ma non lo so se funziona. Regina invece sa essere cattiva. E vorrei essere come lei anche io. Regina è capace di difendersi. Perché attacca. Infila con forza la mano nel petto e stappa cuori. Che stringe. Forte. Arrabbiata e sbriciola. Cuori a caso, di persone a caso. Regina incendia. Regina spinge via le persone, e non si fa toccare più. Lancia malefici. Cerca la felicità dentro alla vendetta, e questo la fa soffrire. Però se ama soffre uguale e allora cosa cambia? Almeno così non deve piangere. Se è cattiva intendo. Se fa la cattiva, non deve piangere. Deve essere cattiva e basta, con quella risata da strega. Figa. Perché è figa da morire. Lancia incantesimi di protezione. Protegge le cose che le interessano e si protegge. Con un gesto della mano afferra alla gola chi fa un passo di troppo verso di lei e stringe. Soffoca. Regina soffoca. Gioca con il sangue delle persone. E con le lacrime. Costruisce pozioni e conosce il punto debole di tutti, lei. Così si difende bene. Mica come me. Lei è furba. Regina si. Decisamente scelgo lei. Che cancella memorie, spezza ossa del collo con un movimento dell’indice. Afferra le frecce con una mano un istante prima che la colpiscano al petto. Regina si è strappata il cuore e l’ha chiuso in uno scrigno, così non le fa male più. La regina cattiva cammina a testa alta. Non ha paura. Lascia la scena prima di essere fatta a pezzi, svanendo in una nuvola di fumo viola. Non resta lì a farsi massacrare. Regina non piange. La regina cattiva.

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Persa

Mi trovo in mezzo a un bosco di alberi tutti uguali e non so da che parte andare. Non so bene quanto dista il primo villaggio abitato dal punto in cui mi trovo. Credevo di stare seguendo una strada e invece non era così. Devo rifare la strada da capo, e non so se ne ho l’energia. Forse sono stata io. A scriverla. Questa storia. Ma certo, la sto scrivendo da anni. Parola per parola, lettera per lettera. L’ho scritta così tanto che alla fine si è avverata. Solo che non vedo il finale. E nemmeno la strada per arrivare al villaggio. Ho la luce di una piccola fiaccola per illuminare il cammino. Però se si riflette dentro allo specchio, la luce raddoppia. E in più c’è la luna. Perché nelle mie storie è sempre notte, si sa. Anche se lo specchio è rotto. E dentro qualcuno si graffia, per non guarire i segni. Labbra morbide mi sfiorano, oppure no. Non mi sfiorano, sono a un millimetro. Fa freddo, però ci sono le lucciole. E mani forti che mi cingono i fianchi. E la mia penna è magica, posso scrivere quello che voglio. Anche se la magia ha sempre un prezzo. E anche se io non sono perfetta. E non so niente. Credevo di sapere tutto e invece sono stata tirata fuori da me e rimessa dentro al contrario. E il mondo a testa in giù è buffo, bello, divertente, angosciante, spaventoso e sconosciuto. E ancora una volta io mi godo lo spettacolo.

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Non andare via

E adesso, che non so più niente, penso che la cosa più bella che possa fare una persona per noi sia non andare via. Non andare via, nonostante tutto. Nonostante le urla, i graffi, i morsi, le parole scagliate come frecce dritte nel cuore, i mostri, quelli più brutti e spaventosi. Non andare via è il regalo più meraviglioso del mondo. Non andare via nonostante tutto, è una benedizione. Non andare via è un piccolo miracolo. È la mano tesa a cui aggrapparti per portarti in salvo da sola. Altro che ti amo e ti voglio bene e sei bellissima e mi manchi e tutti questi ghirigori. Non volere andare via. Punto.

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Qualcosa..

Qualcosa come il sole. Una palla di fuoco rosso in mezzo al cielo, all’altezza degli occhi. A tingere delle sue meravigliose sfumature tutto il mondo. I campi infiniti. Qualcosa come il profumo improvviso del basilico, dal finestrino. Che a mia figlia fa venire voglia di pasta al pesto e a me fa tornare in mente quando lo preparavo, il pesto. Insieme alla nonna Ida, nel cortile della sua casa vecchia. Strappavo le foglie dopo averle lavate, e ne respiravo il profumo. Gliele passavo, insieme ai pinoli, e all’olio. E la mamma tritava. Poco alla volta, altrimenti si inceppava la lama. Nel cortile piastrellato di quella casa che era il mio rifugio, il mio castello, il mio regno incantato. In quel cortile piastrellato dove, nello “sgabu”, giocavamo a parrucchiera. Dove si stava sedute per terra a piedi nudi a catturare formiche o a preparare pozioni schiacciando i semi delle belle di notte con i sassi. Tanto tempo fa. Quando la mia nonna Ida era la mia super eroina, invincibile e fortissima. Qualcosa come il rumore della corda che picchia sul pavimento, intervallata da quello delle scarpe da ginnastica che vi rimbalzano. Un ticchettio ritmato, che scandisce il tempo e la fatica. Qualcosa come osservare la forza, la costanza, la concentrazione e la passione di un mucchio di uomini che picchiano forte. Qualcosa come i pugni. Secchi. Da imparare. Forti. Da non spingere, ma da sentire. Energia elettrica dalla spalla alle dita. E la rabbia se ne va. Qualcosa come la bellezza delle singole persone che parlano, guardano, ridono, e intanto nascondono una storia. La loro storia. Qualcosa come le frecciatine leggere e senza senso che spezzano il flusso dei pensieri e regalano una boccata d’aria. Qualcosa come le carezze e gli occhioni di due bambine innamorate. Qualcosa come le litigate, quelle per fare pace. Qualcosa come un viaggio. Un progetto. Qualcosa come un pensiero bellissimo, perfetto. Che non lo vuoi rovinare o sciupare o sporcare e allora lo lasci lì. A fruttarti nella mente. Bellissimo e unico. Magico e irripetibile nella sua perfezione.

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City of Angels

La mia scena preferita di City of Angels dura un soffio. È una patatina fritta che cade per terra, mentre la scarpa da ginnastica distratta del cameriere le passa accanto e si dirige al tavolo del locale, dove Seth sta guardando il suo nuovo amico, ex angelo di cui non ricordo il nome, che si sta sfondando di cibo. È un dettaglio. Perché le scene principali le conosco a memoria. L’ho guardato così tante volte e con tale attenzione, ci sono entrata così dentro, che le scene principali, quelle che vedono tutti, non mi interessano più. Conoscere i dettagli. Come quando Maggie dà un morso ad una pera. Una cosa che è abituata a fare e fa da sempre. Però Seth le chiede com’è. Che sapore ha. “Come, non sai che sapore ha una pera?” Si stupisce lei. “Non so che sapore ha una pera per te.” Spiega lui. E allora lei si accorge per la prima volta di stare mangiando una pera. Ci fa caso. E scopre che la pera è “dolce, succosa, morbida sulla lingua. Granulosa come sabbia zuccherina che si scioglie in bocca.” Ascolta i dettagli. Perché sono loro che fanno la differenza.

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Una parentesi.

Una parentesi fuori dalla vita quotidiana, in cui essere una bambina. Una che fa i capricci e poi viene coccolata comunque. Una che può dire quello che le passa per la testa e va bene perché i bambini possono. Una che basta piangere, e qualcuno arriva ad amare. Una che non deve dare, può anche solo prendere. Una che non deve sempre prendersi cura di tutti e pensare alle cose, ma c’è chi lo fa per lei. Una che può giocare, e non ci sono conseguenze. Ecco cosa.

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Mi hanno detto..

Mi hanno detto che non li posso provare, i brividi. Mi hanno insegnato che qualcosa è giusto, e qualcos’altro invece no. Mi hanno insegnato che ci si comporta in un certo modo, ci si veste in un certo modo e non ci si fanno i tatuaggi. Gli altri dicono che non posso pensare queste cose, non le posso provare. Non vanno bene. Una povera bambina disadattata. Che ha avuto qualche difficoltà con sua madre forse. Una povera bambina egoista e disadattata. Che fa i capricci. Mi hanno detto che non posso farli, i capricci. Che oramai sono grande. Mi hanno detto anche di non dire le parolacce. Di non urlare. Non alzare la voce e anzi, già che ci sei, non ti arrabbiare neanche. La rabbia è per i deboli. Lasciala andare. Anzi no, non farla arrivare nemmeno la cazzo di rabbia. Mi hanno detto che se decidi una cosa, poi non puoi cambiare idea. Hai deciso che scuola fare? Che lavoro fare? Che vita fare? Hai voluto la bicicletta? Hai deciso chi amare? Chi vuoi essere? Non lo sai? Certo che lo sai, non vedi? Sei già decisa. L’hai già deciso tu. Mi hanno detto che se prometti prometti, e le promesse non si infrangono. Mi hanno anche insegnato che si sta divisi in due. Ci sono due fazioni, sempre. Buono e cattivo. Giusto e sbagliato. Maschile e femminile. Dio e satana. Si sta sempre divisi in due. Poi mi hanno detto che è colpa mia. Devo avere qualcosa che non va. Sicuramente ce l’ho. Perché non mi pettino. Mi trucco male. Mi vesto a caso. Non so niente. Ho studiato e poi non ho studiato più. Ho scritto, ma il mio libro non è ancora arrivato cazzo, scrivo, ma a chi cazzo gliene frega di leggere? E perché scrivo? E perché me ne frega che qualcuno legga? Mi hanno detto che devo piacere. Mi hanno detto che le mie emozioni sono sbagliate. Non le devo chiamare. Non le devo vedere. Non le devo sentire. Le mie emozioni. Io. Io che sono ricca solo delle mie emozioni. Che mi bruciano anche le ferite che non mi sono state inflitte. Che mi ardono gli amori dentro allo stomaco. Io non devo sentire. Ahahahahahahaha. Ma come? Le persone normali non sentono così, non pensano così. Mi hanno detto che non devo volere. Non devo rompermi. Non devo piangere. Non devo avere l’ansia. Non devo avere paura. Non devo essere. Mi hanno detto che devo dormire. Non devo pensare. Devo liberare la mente. Da un garbuglio. Di fili intrecciati dai pensieri. Mi hanno detto che non devo aspettare la risposta a un messaggio, che non deve importarmi. Non devo piangere davanti alle cose belle. Devo essere forte. Non devo voler essere come qualcun altro, non deve piacermi un telefilm. Ma chi me l’ha detto? Io? Me lo sono detta da sola? Le persone normali non scrivono queste cose. Però questa sera ho capito una cosa importante. I pazzi si. I matti. Loro possono. Loro possono fare tutto. Dire tutto, pensare tutto, scrivere. Urlare. Arrabbiarsi e gridare. Piangere. Essere tormentati e innamorati. Possono perfino essere Rossella O’hara. Possono tatuarsi e farsi i piercing, e colorasi i capelli di viola. I matti possono essere maschi e femmine, Dio e satana, bianchi e neri, giusti e sbagliati, e tutte le sfumature in mezzo. Possono contraddirsi. Infrangere promesse. Cambiare idea. Provare tutti i colori delle emozioni. E allora voglio essere matta. Come ho fatto a non capirlo prima. Ciao, io sono Robi e sono pazza. Contengo moltitudini, come Whitman. Voglio studiare, non dormo di notte così poi mi viene l’emicrania. E faccio i capricci. E sono gelosa. Sono gelosissima. Sono irrazionale e folle. E dico le parolacce. Ecco. I matti possono fare quello che gli piace. Come ballare e cantare o disegnare. Per ore. Solo perché gli piace. Possono essere dannatamente grati. Possono baciare. Possono essere. Possono rompersi. Perché alla fine i folli sono liberi.

Ci sentiamo, Casomai.

Ci sentiamo, Casomai.

Mi trovo davanti al pdf del mio romanzo, editato e impaginato. Fisso lo schermo prima dell’ultima rilettura. Quella prima della stampa. Fisso lo schermo e non ci credo. Che ho scritto un libro. Non ci credo davvero, che posso vivere un sogno.

Grazie a tutti voi che mi avete sostenuta e che mi state aspettando.

Dannatamente grata.

Il romanzo è ancora pre-ordinabile a questo link:

https://bookabook.it/libri/ci-sentiamo-casomai/

A Dicembre arriverà a 🏡, in primavera sarà in 📚 libreria!