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È così che nasce un’amicizia ?

Camminava lentamente, nella luce nascente di una tiepida mattina d’autunno. Il suo chignon spettinato lasciava cadere qualche ciocca di capelli fucsia sul viso, un velo di trucco, le cuffie nelle orecchie. L’hip hop. Le scorreva nelle vene, i beat di quella musica arrivavano dritti al cuore. E non poteva fare a meno di molleggiare leggermente sulle gambe, dando alla propria andatura una cadenza ritmata e insolita. Per questo tutti la guardavano. Ma non come si guardano quelle fighe, in tacchi e minigonna, quelle che, entrando in un locale, catalizzano l’attenzione dei più, quelle che quando camminano per strada non puoi fare a meno di voltarti e seguirle con lo sguardo. Quelle come Emma, per intenderci. Emma la leader della quarta D, Emma che aveva già la macchina, che aveva le sue amiche fidate e popolari come lei a farle da cornice e i numeri di telefono dei ragazzi più fighi della scuola nella rubrica del cellulare. Emma, che la prendeva in giro. Per i suoi pantaloni larghi, con il cavallo basso. Le scarpe da ginnastica con le stringhe slacciate e le felpe extra larghe in cui poteva rannicchiarsi per nascondersi dal mondo. Per questo tutti la guardavano. Per il suo modo strano di vestire, per il suo essere fuori dagli schemi. Per questo lei li odiava. E se ne stava rannicchiata dentro la sua felpa, con le cuffie e l’hip-hop nelle vene.

Quella mattina, era sabato, era arrivata in anticipo alla fermata del pullman, e l’aveva vista lì, da sola come sempre, Irma. Era di terza, frequentava il liceo artistico, proprio di fronte alla sua scuola. L’aveva vista qualche volta, ma non si erano mai parlate. Gonna di pelle nera, calze a rete, anfibi con le fibie slacciate. Disegnava. China sul foglio, i capelli neri le nascondevano il volto.

Non era di molte parole, specie la mattina presto. Non amava socializzare, forse perché la maggior parte dei coetanei le era ostile, ma aveva deciso di sedersi accanto a lei. Era presto, il pullman che le avrebbe accompagnate a scuola sarebbe arrivato non prima di mezz’ora. Si era seduta distrattamente, si era appoggiata allo schienale per sembrare più a suo agio, e aveva alzato il volume della musica. Eminem le rappava la sua rabbia dentro ai timpani e lei si sentiva bene.

Di tanto in tanto sbirciava il foglio che Irma stava riempiendo con mano sicura. Quanto la affascinava quella strana ragazza, così assorbita dal suo disegno, così silenziosa, così ribelle. Dopo qualche minuto Irma si era finalmente sollevata dal foglio, si era legata i capelli in una coda: la tempia destra era rasata, si intravedeva un tatuaggio.

Mentre lei frugava freneticamente dentro al suo zaino, era riuscita a vedere meglio il disegno che stava facendo: una miriade di fiori dalle strane forme facevano da cornice ad una ragazza guerriera, dai lineamenti dolci, ma con una determinazione tangibile nello sguardo.

“Nausicaa!” Aveva esclamato, prima di potersene rendere conto.

Irma si era voltata di scatto, come se non si fosse ancora accorta di lei, quasi spaventata da quella improvvisa presenza.

“Cosa?” Aveva risposto, con voce tremolante e un velo di stupore.

“Nausicaa nella valle del vento, giusto?” Si era tolta le cuffie e le aveva appoggiate al collo, i bassi della musica sembravano scandire le sue parole, aveva accennato a un sorriso.

“Si! Wow, la conosci?”

“Certo, adoro i film di Miyazaki!”

“Anche io!”

“Disegni da paura… comunque piacere, Arianna.”

Le porgeva la mano, aspettando la sua:

“Io sono Irma.”

Quella era la prima mattina che Irma e Arianna non si erano sedute da sole, in pullman, per andare a scuola.

Quella era la prima mattina in cui Arianna aveva spento la musica.

Quella era la prima mattina in cui Irma aveva completato il suo disegno utilizzando i colori, l’aveva arricchito con sfumature di giallo e verde, aveva dato vita al volto di Nausicaa, con i suoi rapidi tratti e la magia del colore. Il suo primo disegno a colori. Il primo che aveva avuto voglia di completare.

“La prossima settimana ho il saggio di danza, ballo hip hop, ti va di venire a vederlo?”

Aveva azzardato Arianna, appena prima di salutarla per entrare in classe. La campanella stava suonando. Senza aspettare risposta, si era fatta scivolare sulla spalla il suo eastpak nero, l’aveva lasciato cadere a terra e si era inginocchiata per estrarne la Smemo, in cui aveva messo i due biglietti che aveva acquistato per il suo saggio. Quelli che come ogni anno, pensava, non avrebbe regalato a nessuno.

“Ecco, tieni!”

Aveva detto, porgendone uno a Irma, con lo sguardo basso, fisso sulle punte smangiate delle sue Vans grigie.

“Certo che ci vengo!” Aveva esclamato lei, afferrandolo.

“Tieni.”

Le aveva detto poi, allungandole il disegno che aveva terminato durante il tragitto.

L’aveva guardato, Arianna, una volta in classe. Si era persa dentro ai colori dei fiori che Nausicaa, con coraggio e determinazione, era riuscita a far rinascere nel suo laboratorio segreto. Poi, piegandolo per infilarlo dentro alla Smemo, aveva visto una frase, scritta a matita, sul retro:

“È così che nasce un’amicizia?”

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E urlate, cazzo!

Insomma, niente. È noto ai più che a me e mia figlia è partita una scimmia irrimediabile per Harry Potter! Film, libri, gadget, locali, eventi …… siamo super coinvolte! Girovagando sui social mi imbatto nel profilo Instagram di Emma Watson. Hermione, per intenderci. Emma, che già ha interpretato un personaggio assolutamente fondamentale, assolutamente vero, vivo, umano, straordinario e femminile. Hermione, il modello ideale cui vorrei mia figlia si ispirasse. Coraggiosa, testarda, studiosa, intelligente, costante, brillante, piena di risorse, consapevole. Emma che poi interpreta Belle, che ha praticamente le stesse qualità di Hermione, con qualche anno in più.

Emma che ha 10 foto sul suo profilo, e solo 2 ritraggono lei. Ed è VESTITA, signori. Una bellissima donna, una grandissima attrice, che posta pochissime foto di se’, e non ha come scopo principale quello di mettersi in mostra. Perfino la mia adorata Cristina d’Avena posta foto con le labbra a canotto e fa le storie sui social. Ma Emma no. Lei è ambasciatrice di UN WOMEN, organizzazione delle nazioni unite che si occupa della parità di genere. Lei è femminista e ha creato un club femminista di lettura online che si chiama our shared shelf. Intervista grandi donne, grandi autrici. Divulga cultura, ideologie saperi. Fa vestire tutte le donne di nero al Golden globe con l’iniziativa lanciata da Time’s Up, per mostrare al mondo il lutto delle violenze che ancora troppe donne subiscono. Diventa una “fatina dei libri” e sparge romanzi per Parigi, che qualcuno troverà. Ecco, i modelli che vorrei per mia figlia. Ecco, le donne del girl power. Ecco.

Tenetevi la farfallina di Belen, noi voliamo Emma Watson.

Tra i tanti romanzi del club, tra le tante autrici intervistate, mi ha colpito moltissimo EVE ENSLER, con la sua opera teatrale “I monologhi della vagina”, in cui dà voce alle storie di moltissime donne, alle violenze subite, ai soprusi, ai traumi. Voce. Spiattella in copertina un nome che non pronunciamo mai, manco fosse proibito come quello di Voldemort: vagina. C’è bisogno. Di femminismo. Non dico quello radicale, ma quello che grida si. Di rispetto. Di aprire la mente e il cuore. Nell’era degli smartphone, c’è bisogno di CIVILITA’. Tutti dovrebbero leggere i monologhi della vagina. Fa riflettere. Angoscia. Fa piangere. Rende consapevoli. È illuminate.

Leggete, donne. Leggete. E urlate, cazzo.

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Isa

Non era bella, o meglio, non rispecchiava i tradizionali canoni di bellezza approvati dai più, però era speciale. Aveva qualcosa, non so. Gli occhi cioccolato, scuri e profondi, sempre schivi. Silenziosa, tanto da sembrare sicura, ma abbastanza da farne intuire l’imbarazzo. Giovane. Così giovane e acerba. Ancora impacciata, indefinita, in costruzione. Eppure convinta. Tanto convinta delle sue idee da gridarle al mondo attraverso i suoi piercing, i dread raccolti in un confuso chignon sulla nuca, il suo abbigliamento colorato e inusuale. E quel sorriso. A metà. Accennato appena per poi sparire nello sguardo serio che si difende dal mondo. Il mondo, che forse conosce più di me. Me ne accorgo dal modo in cui mi prende per mano. Un imbarazzo palpabile, trema. Ma non mi lascia. Quasi scocciata mi trascina dietro di lei per mostrarmi la strada da percorrere. Non so come ci sono finita, su questo stretto sentiero di montagna, rasente lo strapiombo, da percorrere nel minor tempo possibile per aggiudicarci la vittoria. Non so come mi sono ritrovata iscritta al torneo, organizzato dal villaggio vacanze, non so come mi sono ritrovata a trascorrere la mia unica settimana di ferie estive in montagna. Io, che la montagna la odio. Ma eccomi qui. In coppia con Isa. La più giovane tra le animatrici. La più silenziosa delle animatrici. E io, sicura del mio essere ormai una donna adulta, mi sento una bambina sperduta, con la mano nella sua. Non mi era sembrato così però, due giorni fa, quando ci siamo ritrovate nello spogliatoio dopo la partita di tennis. Era il suo giorno libero, ma aveva voluto partecipare comunque al torneo. Una fatica assurda, un caldo insopportabile e una confusione inimmaginabile nella mia testa: non ci ho mai capito molto di tennis. A partita conclusa, dopo aver contribuito alla sconfitta della mia squadra, non vedevo l’ora di farmi una doccia. Lo spogliatoio sembrava vuoto, ho riconosciuto poi le sue scarpe da ginnastica, abbandonate sotto la sacca da palestra. Ho preso posto nella doccia accanto alla sua, senza farmi notare. L’acqua calda mi scorreva lungo la schiena, tra i capelli, sul viso. E improvvisamente un profumo intenso di vaniglia mi ha riempito le narici ed è arrivato fino in gola. Seguito da una sensazione di dolcezza immensa. Ho sentito questa ragazzina così vicina. Così piccola e ingenua. Pulita. Così bella, avvolta nel profumo bambino del suo bagnoschiuma alla vaniglia. Così vicina da sfiorarla. Così curiosa da restare a guardarla, a sbirciarne i gesti impacciati mentre si rivestiva, senza parlare. Così vicina perché forse mi ha ricordato me. La me ragazzina. La me impacciata nei gesti confusi. La me che non c’è più. Io che sono donna. Che mi rivesto con sicurezza, che resto nuda senza imbarazzo, che indosso l’intimo abbinato e ho nella sacca anche il phon per i capelli. Non esco più con i capelli bagnati, come facevo da ragazzina, come fa lei. Non esco più perché non va bene, sembro una pazza e poi mi viene il mal di testa.

Non mi era sembrato così, due giorni fa, in quello spogliatoio, dopo la partita di tennis, quando si è voltata e mi ha offerto la sua bottiglia di acqua da bere, sorridendo a metà.

Mi ero sentita forte, grande, sicura, definita, donna, adulta, sexy.

Proprio l’opposto di come mi sento adesso. Fuori luogo, in imbarazzo, spaesata, sporca e di troppo.

La strattono per farla fermare. Si volta, mi guarda con aria interrogativa.

“Senti, io.. mi dispiace, che tu sia capitata in squadra con me. Non so nemmeno perché mi sono iscritta. Io non sono capace, non mi piace, fare queste cose. Non mi piace…”

“Tranquilla, è apposto.” Sorride a metà.

Fa per riprendere a camminare con il suo passo spedito, ma la blocco di nuovo:

“Non lasciarmi, ok?”

Le stringo la mano.

Sorride a metà.

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Lettera a Malefica.

Ciao Malefica.

Che strano nome ti è capitato. Malefica. Da paura. Ciao, io volevo dirti una cosa. Non so quanto te ne possa fregare della mia opinione da nullità nella vita dei mortali, a te, che vivi nel mondo incantato della brughiera e voli sopra alle nuvole e nel vento con le tue ali grandi e forti, però, come dice Silente, le mie parole sono l’unica magia che ho. E volevo dirtele. Insomma la prima cosa che mi viene da dire è la più evidente e la meno importante. Sei bella. Tutte qui sulla terra si affannano per essere belle. La maggior parte, insomma. Quelle che frequentano i social. Si affannano, si selfano, si dietano, si palestano, si filtrano.. per essere belle. E tu sei tremendamente bella, e non soltanto perché sei interpretata da Angelina, ma sopratutto perché hai gli occhi delle donne. Quegli occhi li, con dentro un mondo. Quelli che fanno i duri, ma sono fragili, impauriti, da proteggere. Quelli che non si vedono nei selfie che postano le belle nella terra dei mortali, per capirci. Ecco, corna o no, sei bella.

Per seconda cosa ti volevo dire che sei umana. Che non suona proprio come un complimento, ma, credimi, rincuora. Vedere che tu, magica e potente sei umana, rincuora. Spaventata e impaurita. Tradita dall’amore. Ti arrabbi e cerchi vendetta. E poi sei uno scricciolo, nascosta dietro ad un albero, e spaventata da morire di fronte all’entusiasmo bambino di Aurora che parla parla, ti vuole bene, guarda il mondo con gli occhi che avevi tu e te ne sei dimenticata. E metti muri, che Aurora abbatte con la sua innata arte. E osservi. Tu, potente e magica, osservi umile Aurora, che con il suo entusiasmo bambino ti insegna a vivere. A fare pace con le emozioni che non vuoi provare più. E vi innamorate, tu e Aurora. In una relazione strana, insolita, poco chiara, folle, senza regole, in cui siete madre e figlia, mentore e allieva, amanti, punti di riferimento, famiglia, casa. Si capisce, ma anche no. Bellissimo.

Per terza cosa volevo dirti che un pochino sei stronza. E che cazzo, fai la figa che vuoi insegnare a Aurora a proteggersi dal male del mondo, e poi la prima a mettergliela nel di dietro sei stata tu! E non hai le palle per dirglielo. La pigli per il culo per anni, perché averla con te ti fa stare bene, perché non sai come dirglielo, perché, seppur magica e potente, non sei brava con le parole. Finché lo deve scoprire da sola, che sei la causa del suo male. Eccheccazzo. Certo che poi scappa e non ne vuole più sapere di te.

E per ultimo ti devo dire che sei coraggiosa. E credimi, te lo dico con le lacrime agli occhi. Perché c’è bisogno, di questo coraggio, qui nella terra dei mortali. C’è bisogno e non ce l’ha quasi più nessuno. Parlo del coraggio di guardarsi dentro. Farsi un bell’esame di coscienza, come diceva la mia maestra delle elementari. Il coraggio di vedersi non ce l’ha quasi più nessuno. Ammettere di avere sbagliato, di non essere abbastanza forti, abbastanza bravi. Chiedere scusa. Lo sa Dio quanto bisogno c’è di chiedere scusa. Sbagliare è umano. Anche sbagliare tanto. Ma chiedere scusa è terapeutico. Solo che l’orgoglio troppo spesso soffoca, e rende incapaci di vedersi, di chiedere scusa, di tenersi. La paura domina. Acceca. E ci si perde. Tu invece hai avuto il coraggio di correre, -più veloce Fosco-, correre dietro a Aurora, per salvarla. Per chiederle scusa cazzo. E hai raccontato con i gesti tutto il tuo amore. Il vero amore, che anche l’incantesimo se ne è accorto e si è sciolto con il tuo dolce bacio. Così tu hai liberato Aurora e lei ha liberato te. E che cos’è l’amore, se non il dono della libertà?

Mi fai piangere, Malefica. Perché ti ammiro, per il tuo coraggio. Ma sopratutto piango perché sono ancora qui, addormentata. Nella terra dei mortali, schiavi della paura e senza coraggio, impegnati a postare foto sui social, che non sono capaci di chiedere scusa. Addormentata per sempre. Che aspetto il bacio del vero amore. Ma non verrà.

Il filo di Arianna

Le tre stelline di Vera

http://giornaleditreviglio.it/attualita/buonanotte-le-tre-stelline-vera/

“Proprio così. Babbo Natale dona tre stelline magiche a tutti i bimbi che hanno paura di dormire da soli nel proprio letto. Le stelline vegliano sul sonno dei bambini e li proteggono con la loro magia per tutta la notte!”

Illustrazioni di Mariachiara Tirinzoni.

http://www.mariachiaratirinzoni.it

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Il mio divano

“Io ho un divano. Ce l’hanno tutti, lo so. Fatto sta che sono 5 anni che il mio divano se ne sta lì, in sala. E io mi ci siedo pochissimo. 5/10 minuti la sera, per salutare Christian prima di andare a dormire. Basta. Se sto male, forse. Per me potrebbe non esserci, perché non ho tempo. Non ho tempo per avere un divano. Non ho tempo per niente. Io ho un divano e non ho tempo per sedermici sopra a guardare un film. Mi piacevano tanto, i film. Ne guardavo un sacco prima. La sera, il pomeriggio. Mi ci perdevo dentro. Mi piaceva sopratutto Meg Ryan. I suoi li ho visti tutti. Mi ci mangiavo i pop corn caldi al butto, fatti al microonde con Marta. Ci dormivo, sul divano. Nella pausa tra una lezione di fitness e l’altra, con la voce di Vasco in cuffia. Ci mangerei, sul divano. Adesso che ho casa mia. Ci mangerei, ci guarderei la televisione, ci dormirei, ci farei l’amore sul divano. Se avessi tempo. E invece non ho tempo per fare niente. Perché sono sempre al lavoro. Non ho tempo per ascoltare le storie meravigliose che Vera racconta e i disegni che mi mostra, perché devo fare cose, oppure sono troppo stanca per collegare il cervello e darle retta dopo una giornata pesante. Non ho tempo per giocare con Zoe, non ho tempo per portare Panico a fare “il giro della casa”. Non ho tempo per andare a bere il caffè da mia nonna, che lei lo fa buonissimo e quando lo versa mi dice:”Dimmi stop.” E poi quando dico stop va avanti lo stesso e riempie la razza fino all’orlo e dopo ride… ride con quella sua voce squillante che se ci penso mi risuona allegra nella mente. Perché si vive, per non avere tempo? Perché i pochi attimi liberi sono pieni di tutte le cose da fare che non riesci a fare quando non sei libera perché hai altro da fare? Perché il lavoro si prende il meglio di me e lascia le briciole alla mia famiglia, alla mia vita?”

Pensavo questo, poco fa. Mentre sfoderavo il divano urlando di rabbia, piangendo di disperazione, lacerata dalla stanchezza. Pensavo che è la seconda volta che lo sfodero e lo lavo, da sabato a oggi. Prima Panico, poi Zoe, ci hanno fatto la pipì sopra. Nessuno ha fatto apposta. Fatto sta. Che pensavo. Che sono di più le volte in cui l’ho lavato, di quelle in cui mi ci sono seduta sopra.

Il filo di Arianna

Cyberbullismo: come proteggersi?

http://giornaleditreviglio.it/attualita/cyberbullismo-difendere-nostri-figli/

“Le conseguenze psicologiche del cyberbulismo spaziano dalla vergogna e dall’imbarazzo, all’isolamento sociale, fino ad arrivare a varie forme depressive, attacchi di panico, atti di autolesionismo e addirittura tentativi di suicidio.”.

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Ancora un attimo..

Sono queste cazzute sere di primavera. Quelle dove l’aria è leggera, non fa più tanto freddo, c’è profumo di fiori e il cielo stellato. Io cammino nel silenzio e vedo luci accese nelle case, qualcuno passa in bicicletta, le macchine lontane sulla strada. E penso a quanti intrecci di vite. Sono queste cazzute sere di primavera, che mi si piantano nello stomaco. ‘Fanculo. Queste cazzute sere di primavera e le case con i soffitti alti, le travi di legno. Mi mettono una nostalgia devastante. Come di qualcosa che ho perduto. Mi sono persa qualcosa, qualcuno. L’ho lasciata dietro di me, me la sono persa. Cazzo. In un cortile a disegnare cerchi nella sabbia con un bastoncino di legno, come una sigaretta. Mi mancano. Mi mancano le sere di primavera a guardare fuori dalla mia finestra, alla luce di un lampione. Mi manca l’aria, mi manca il silenzio, mi manca la luce negli occhi. Vaffanculo alle fottute sere di primavera e al vento tra i capelli. Ma le cicatrici guariscono? Oppure no? Restano li a squarciarti l’anima, e ogni tanto fanno male. Per non dimenticare. E ho questa nostalgia che mi si culla nello stomaco e accelera i battiti. Come di una vita perduta, di un tempo passato, di una ragazzina diventata grande. E di una figlia e di un futuro che suona il campanello e spinge, spinge la porta. Batte forte i pugni, che se non apro presto, tanto lui, quella porta, la sfonda. Apro, un attimo, adesso arrivo. Ma lasciami stare ancora un po’ a guardare fuori dalla mia finestra, nel silenzioso buio della sera. Aspetto ancora un attimo, osservo, aspetto, cerco bene, ancora un attimo, magari la ritrovo.

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Si vedono soltanto gli occhi.

Sdraiata a pancia in giù, abbraccia il cuscino, il viso mezzo sprofondato dentro al suo morbido, con un braccio spezza a metà il suo sorriso.

Gli occhi. Si vedo soltanto gli occhi.

Il suo corpo snello si disegna perfettamente lungo il materasso, dondola le gambe e i piedi a mezz’aria, seguendo il ritmo della musica che le inonda i timpani, attraverso le sue grandi cuffie da dj. Sulle all star rosse, scarabocchi d’inchiostro blu.

Gli occhi. Si vedono soltanto gli occhi.

Le unghie mangiate, le dita lunghe e sottili, un braccialetto nero fascia il polso esile, si intona perfettamente con il colore della sua pelle abbronzata.

Gli occhi. Si vedono soltanto gli occhi.

Muove le labbra morbide, sussurra qualcosa, canta. Sta cantando. Labbra rosso scarlatto. Chiude gli occhi e si morde il labbro inferiore per sentire di più la sua canzone preferita.

Gli occhi. Si vedono soltanto gli occhi.

Quante cose ci sono dentro agli occhi delle donne?

Gli occhi nascondono e svelano segreti. Ma bisogna saperli guardare. È arte. Saperli ascoltare. In silenzio. Senza fretta. Gli occhi parlano.

Gli occhi, si vedono soltanto gli occhi. Quelli impauriti di una bambina lasciata sola ad aspettare un abbraccio.

Quelli incatenati di una ragazza che non si ricorda più come si fa a volare.

Quelli orgogliosi di una donna che mai pronuncerà amore, bisogno, perdono.

Gli occhi. Si vedono soltanto gli occhi. Quelli che sanno la verità. Quello che hanno paura. Quelli che vogliono amore. Quelli che chiedono aiuto. Quelli che svelano per un istante e poi tornano a conservare segreti.