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Tutti cantano Cristina

Il problema è che quando l’ascolto, mi viene la pelle d’oca. O forse non è un problema. A parte il fatto che è incredibilmente bella, così bella da farmi pentire di non averla baciata, quella notte, quando mi ha chiamata “amore mio” e mi ha sorriso di faccanto in una fotografia che resterà per sempre sul mio comodino, insieme all’autografo. Essere la fidanzata di Cristina d’Avena. Aprire un asilo nido: “cantando con Cristina”. Se le avessi dichiarato il mio amore a 10 anni no, sicuramente non avrei avuto speranze. Ma adesso? Adesso sono grande! Ti amo Cristina!

Ti amo perché “Pollon” cantata da j-Ax è … non so è la versione migliore di Pollon! Perché diciamoci la verità, “sembra talco ma non è” è sempre stato abbastanza chiaro a tutti, dall’adolescenza in poi.

Ti amo perché “Occhi di gatto” e mi rivedo a correre nel vicolo dove abitava mia nonna, i pomeriggi d’estate, quando Valeria e Chiara facevano ancora il sonnellino e io giocavo a entrare nei tombini come le tre ladre agilissime con Romina e Angela.

Ti amo perché “Kiss me Licia”. Che non ho mai capito come Mirko le piacesse più di Satomi, ma quando la interpretavi nel film, la più bella eri comunque tu.

Ti amo perché “Jem” l’hai cantata con Emma Marrone. E Sticazzi.

Ti amo perché giuro, “Lady Oscar” mi fa venire i brividi più di una canzone di Vasco. Lady oscar, la paladina del femminismo. Lady oscar che non ha bisogno di culi e tette al vento per avere tutti i like e i follower possibili, uomini e donne che siano.

Ti amo perché anche se “Sailor Moon” e “Piccoli problemi di cuore” li guardava di più mia sorella, sono comunque la colonna sonora della mia infanzia. Sono le merende sul divano, dopo la scuola, con i Tegolini, le Nastrine e lo Yo-yo del Mulino Bianco, mangiate sul divano, ma dentro al vassoio di metallo con il viso di Babbo Natale disegnato in centro, altrimenti si sbriciolava in giro e la sentivi la mamma come si arrabbiava. Sono la cartella dell’ Invicta nera e fuxia, con le stelle argento, la più figa di tutte. Sono i compiti, i pigiama party, le feste di compleanno in fiera, a febbraio. Sono le risate. I bei momenti felici, quelli di quando ero io la piccola da proteggere, non dovevo pensare a niente e a nessuno, perché c’era qualcuno a pensare a me. Senza responsabilità, senza grossi doveri, senza (quasi) pesi da portare.

Ecco perché mi vengono i brividi se ascolto la tua voce inconfondibile, che non è cambiata mai. Mi perdo nel ricordo di un passato che, cazzo, è lontano eh?! E niente, è quasi magia..

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Una giratempo.

Regalatemi una giratempo. La voglio. Adesso. Subito.

Voglio girarla all’indietro e avere ancora 9 anni, mentre cammino nel freddo di una sera d’inverno, aggrappata al braccio di mia nonna, al suo cappotto morbido e profumato, mentre incespico per tenere il suo passo troppo veloce, lei che cammina con i tacchi e senza calze, lei che non ha mai freddo, lei che adesso non riesce a camminare senza aiutarsi con la stampella.

Voglio girarla all’indietro e avere ancora 12 anni, rifare il mio primo bacio. Cancellarlo proprio e dargli un’altra chance, un’altro senso, altri brividi nello stomaco.

Voglio girarla indietro e respirare ancora il profumo intenso del legno calpestato dai nostri passi incerti, ballati a tempo di musica. Vorrei fermare quell’istante, tornare lì e guardami fluttuare dentro alla mia bolla di perfezione, sicurezza e pace. Rivedermi felice per una frazione di secondo dentro a quel mondo che poi ha finito per crollarmi addosso. Fermerei quell’istante per rendere eterna la sensazione di pienezza che provavo respirando il profumo del legno, la libertà di infilare la testa sotto l’acqua ghiacciata dei rubinetti nelle sere d’estate.

Voglio girarla indietro e avere ancora 18 anni, e scappare. Scendere da quella macchina giusto un secondo prima, e correre. Correre. Per ricostruirmi tutta da capo. Studiare di meno. Divertirmi di più. Pensare di meno. Agire di più. Fare più tatuaggi e piercing. E scrivere. Scrivere scrivere e crederci. Ascoltare me.

Voglio girarla indietro e avere di nuovo 19 anni. E darmi più valore. Dare più voce e valore a tutti quei bei voti scritti nero su bianco, che ho semplicemente buttato via. Insieme al tempo perso per guadagnarli. E alle esperienze cui ho rinunciato per guadagnarli.

Voglio girarla indietro e avere di nuovo 22 anni. E insistere. Non cedere, insistere per comprarmi una bella casa a Treviglio.

Voglio girarla indietro e avere di nuovo dai 10 ai 18 anni. Innamorarmi di più e delle persone giuste, respirare, baciare, mordere, mangiare, mangiare. Correre di meno, e mangiare di più. E viaggiare. Vedere posti, conoscere, fare esperienze. Fare casino. Tanto casino. Punto.

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Pensiero della “buona”notte.

Tra ieri e oggi, con la mia esperienza sui social, ho purtroppo avuto modo di constatare che:

– Le persone sono arrabbiate. Tanto. Quasi tutte. E la rabbia, sempre, c’è quando non si sono fatti bene i conti. Difficile, faticoso, richiede grandi capacità di introspezione, grande umiltà, molto coraggio, fare i conti con se stessi. Sviscerarsi da dentro e capirsi. Vedersi. Riconoscere e ammettere i propri dubbi, paure, debolezze. Tutti ne abbiamo. (Se servono evidenze scientifiche per questa mia affermazione, pregasi contattare un qualsiasi psicologo)

– Le persone mancano di rispetto. Gli adulti. Vergognoso. Parliamo tanto del bullismo a scuola, del cyberbullismo, e siamo i primi a fare i bulli. Dandoci manforte uno con l’altro, per schiacciare, disintegrate, buttare addosso tutta la nostra rabbia al capro espiatorio. È così da sempre. È così nonostante ci diciamo civilizzati. Homo homini lupus. Plauto è sempre molto attuale.

– Sono terrorizzata per quello che potrebbe accadere alle mie figlie, se “per disgrazia” si trovassero ad avere il coraggio di esprimere la loro opinione su un qualsiasi argomento e questa non fosse quella della maggioranza, o fosse così vera da toccare sul vivo le persone nei loro punti deboli, tanto da scatenare la loro ira assassina e devastatrice. È capitato a me che sono grande ormai, so quello che dico e perché lo dico e come lo dico e ho l’armatura adesso, potrebbe senza dubbio capitare anche a loro! Piccole, senza armatura. Siamo tanto attenti ad essere perfetti per i nostri figli, a dargli il cibo biologico, a non vaccinarli, ad allattarli finché ne hanno voglia, ad accompagnarli a scuola per mano fino al liceo, e ci dimentichiamo di insegnare loro il RISPETTO. Per chi non la pensa allo stesso modo, per chi è diverso. RISPETTARE, ASCOLTARE. Sono cose da tempo dimenticate, come i riti e l’addomesticare del Piccolo Principe.

– “Accidenti all’ipocrisia” anche Vasco è sempre molto attuale.

-Gli estremismi, di qualsiasi tipo, annebbiano la mente. Minano la capacità critica. Allontanano dalla realtà. Alcuni arrivano a far compiere atti disumani. Altri atti assurdi, come le femministe che praticano il freebloading. Altri ancora fanno semplicemre perdere il controllo.

-Alla figura dell’educatore non è dato alcun valore professionale. Le persone si permettono di stabilire quali siano o meno le tematiche “educative”, ti trattano come la prima imbecille di turno che dice cose a caso senza e valore. Fossi stata medico allora si, non si sarebbero permesse. Fossi stata psicologo. Allora si, avrei detto cose con un valore. L’educatrice invece niente, cosa vuoi che sappia una semplice baby sitter che una mamma già non sa!

D’altronde dovevo capirlo, dopo essere stata l’unica su 32 (o34?)a scrivere un tema in favore della pena di morte in terza media, l’unica su mille mila a portare all’esame di maturità classica nell’istituto Salesiano una tesina sull’hiv. Dovevo capirlo che il mio daemond mi stava preparando al futuro 🙂

racconti

Matilde

Ph by Paola Calzi

Apro gli occhi e li richiudo subito: la luce riflessa dalle pareti bianche della stanza mi dà fastidio.
Aspetto qualche secondo e li riapro. L’orologio grigio appeso alla parete di fronte segna le 10.00: non so se è sera oppure giorno. Sono sdraiata in un letto che non è il mio. Provo ad alzarmi, ma la testa comincia a girare e sono costretta a lasciarmi cadere di nuovo sul cuscino. Bianco. Anche le lenzuola sono bianche, con una coperta leggera e ruvida. Qui è tutto troppo bianco.

<<Dove mi trovo?>>

Penso.

Sono confusa, e non ricordo.

Una donna con un camice, bianco, si avvicina al mio letto. È giovane, sulle labbra un rossetto rosso, i capelli ricci, biondi, un taglio troppo corto per dei capelli così crespi. Il suo viso è dolce e sembra gentile. Con voce pacata mi dice:

<<Ciao, Matilde.>>

Non rispondo.

<<Come fa a sapere il mio nome?>>

<<Come ti senti?>>

<<Bene. Credo.. dove mi trovo?>>

<<Sei in ospedale.>>

<<O mio Dio, tesoro, ti sei svegliata!>>

La voce squillante di mia madre copre quella pacata e dolce della donna, che presumo essere un’infermiera. Mi volto: sta correndo verso il mio letto, mi afferra la mano.

<<Ahi!>>

Sento pungere nel braccio. Solo adesso mi accorgo di avere una flebo.

<<O Signore! Scusami, non me ne ero accorta! Come stai?>>

<<Un po’ stordita. Che è successo?>>

L’infermiera è ancora accanto al mio letto, di fronte a mia madre, ci guarda.

<<Sei svenuta. Mi hanno chiamato dalla scuola. Poi è arrivata l’ambulanza che ti ha portata qui. Mi hanno detto che tremavi, sbattevi per terra. Ci siamo presi un bello spavento, sai?!>>

<<La spalliera. È l’ultima cosa che ho visto. Poi buio. Eravamo nell’ora di ginnastica, la prima ora.>>

<<Ma tu sei troppo pallida.>>

Aggiunge. E Poi:

<<Scusi, signorina, è sicura che mia figlia stia bene? Mi sembra così pallida..>>

Mia madre è molto apprensiva. Troppo apprensiva.

<<Controlliamo subito.>>

Dice l’infermiera. Va a prendere uno di quegli aggeggi per misurare la pressione e me lo lega al braccio. Lo sento stringersi sempre di più, poi si sgonfia:

<<60-90, un po’ bassa direi.>>

<<E quindi?>>

Chiede subito mia madre.

L’infermiera si rivolge a me:

<<Per ora pensa a stare sdraiata e riposare. Terrai la flebo. Passo più tardi per il controllo e oggi pomeriggio verrà lo psicologo.>>

Sorride e si allontana.

<<Lo psicologo? Perché? Non mi serve uno psicologo, chiaro?!>>

Le grido. Non risponde.

La testa ricomincia a girare.

Intanto mia madre si è seduta su una sedia, accanto al mio letto.

<<Cosa mi succede, mamma?>>

Le domando.

L’espressione sul suo viso, da angosciata, diventa triste:

<<Non lo so, tesoro mio. Io non lo so. Te l’avevo detto che dovevi mangiare. Mangi troppo poco, non hai più energia.>>

Mi dà fastidio. Quando mi parla con questo tono non la sopporto. Ne tanto meno sopporto quello sguardo. Odio parlare di questo argomento, odio parlare del cibo.

Senza dire più niente, mi giro su un fianco e le do le spalle.

Era stata la professoressa di Scienze a darmi l’idea: si era messa in testa di dedicare una parte del programma all’alimentazione, l’anno scorso.

Ci aveva distribuito delle fotocopie con rappresentata una tabella, grazie alla quale avremmo potuto calcolare il nostro peso forma.

Io sono alta un metro e sessantacinque. Allora pesavo cinquantacinque chili: perfetta, nella media.

Secondo quella tabella la fascia “nella norma” che corrispondeva alla mia altezza poteva andare dai cinquanta ai sessanta chili.

<<.E se, pur rimanendo nella norma, scendessi al limite inferiore?>>

Era una sfida. Era un gioco che avevo deciso di fare con me stessa.

Sono sempre stata molto determinata. Precisa, costante, testarda.

Ho cominciato a ridurre la quantità di cibo che mangiavo e ho eliminato patatine, merende, brioches, crackers fuori pasto; niente focacce, pizze, cioccolato, niente gelato.

Il gelato. Era al primo posto tra le cose che preferivo, una volta.

Ho cominciato subito a perdere peso. All’inizio mi pesavo tutti i giorni: che soddisfazione quando ho perso il mio primo chilo. Ero felice, orgogliosa: ce l’avevo fatta, ci stavo riuscendo. Ero ancora più determinata ad andare avanti.

Poi ho iniziato a perdere il controllo. Sedermi a tavola è diventato angosciante. Se mia madre mi prepara una porzione più grande di quella che ho deciso di mangiare mi innervosisco. Divido in due quello che ho nel piatto, tracciando una linea immaginaria con la forchetta, e ne mangio metà. Non ascolto la mia fame, non ascolto il mio corpo, ascolto soltanto la mia testa: metà.

All’inizio soffrivo la fame. È brutto avere fame, perché riesci a sentire solo i morsi che ti attanagliano lo stomaco, e non puoi pensare ad altro. Faticavo a concentrarmi, a studiare. Per distrarmi mettevo in bocca una gomma da masticare o una caramella, non più di una al giorno, perciò la dividevo e la mangiavo a rate.

Adesso non la sento neanche più, la fame.

Ho cominciato a pesarmi due, tre, quattro, più volte al giorno. Se l’ago della bilancia segna dove dico io allora è una bella giornata, e sorrido. Altrimenti, mi innervosisco e non ho voglia di vedere nessuno.

Devo muovermi, fare attività fisica, per bruciare i grassi. Vado a correre tutti i giorni, almeno dieci chilometri. Se non riesco a correre fuori, faccio la cyclette in casa, oppure vado in piscina a fare le vasche.

Odio mangiare in compagnia, perché tutti mi guardano. E se mi sento osservata, non riesco a dividere tutto precisamente a metà, e rischio di mangiare troppo. Continuo a ripercorrere nella testa quello che ho mangiato, per essere sicura di non aver esagerato, e poi mi innervosisco, e devo muovermi. Se non mi muovo subito ingrasso. Meglio mangiare a casa. Meglio mangiare da sola, perché non sopporto nemmeno lo sguardo dei miei genitori e di mio fratello, quando siamo a tavola: mi pesa addosso.

È passato un anno da quando ho iniziato la mia sfida, adesso peso quarantacinque chili.

Non lo so se ho vinto, ma credo di no. E ho la testa piena di regole che devo seguire, di limiti che mi sono imposta, di paranoie da cui non posso liberarmi.

Tutte le volte che passo davanti a uno specchio mi guardo la pancia. A volte sollevo la maglietta e controllo che, piegandomi, non si formino le pieghe di grasso. E odio le mie maniglie dell’amore, perché quando metto i jeans stretti si vede il grasso in eccesso sui fianchi.

Tutte le sere, prima di dormire, dopo essermi pesata, controllo che si vedano le clavicole e le costole: allora sono magra abbastanza.

<<È qui Matilde?>>

Una voce familiare mi distoglie da questi pensieri:

<<Zia!>>

<<Ciao, piccolina.>>

Mi abbraccia.

<<Ti ho portato un regalo.>>

Si, perché oggi è il mio compleanno: oggi compio diciotto anni.

Mi porge un pacchetto, non tanto grande, blu, con un fiocco verde, e una busta. Dentro c’è una cartolina con stampata una poesia di Madre Teresa:

Vivi la vita

La vita è un’opportunità, coglila.

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, godine.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un’avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila.

Non lo so se ho vinto, ma credo di no.

E non è vero che sono felice, non è vero che mi piaccio. Non sto bene con me stessa, perché non sto bene nella testa. Non vivo. Io non vivo, me ne dimentico, perché sono troppo impegnata a controllare quello che mangio.

E non ricordo nemmeno che sapore ha il gelato.

Alzo lo sguardo. Quando l’infermiera passa in corridoio, la chiamo. Si avvicina.

<<Si ricorda quello che le ho detto prima, riguardo allo psicologo?>>

Annuisce.

<< Ecco, ho cambiato idea.>>

Abbasso lo sguardo e continuo:

<<Credo di averne bisogno..>>

Alzo di nuovo gli occhi.

Il suo sguardo dolce mi rassicura, sorride.

Poesie

Troppo


I pantaloni sono tropo larghi,

le scarpe troppo sportive,

il trucco troppo poco,

i capelli troppo spettinati.

 

Le risate sono troppo forti,

i sorrisi troppo finti,

gli occhi troppo nascosti,

le cosce troppo scoperte.

 

La musica è troppo alta,

i bassi troppo dentro al petto,

i brividi troppo veri.

 

I pensieri sono troppo vuoti,

i ragazzi troppo tanti,

i voti troppo bassi.

 

La paura è troppo viva,

la morte troppo vicina,

l’abbraccio troppo stretto.

 

L’incoscienza è troppo troppa,

l’alcol troppo a fiumi,

il divertimento, forse.

 

La consapevolezza è troppo presente,

la vita troppo pesante,

l’amore, forse.

 

Il buio è troppo vuoto,

solo senza luce,

il senso, dove.

 

Il profumo è troppo intenso,

lo stomaco pieno,

la follia, sempre.

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Ecco,quello.


Hai presente quel bene … Vissuto. Non so come dire, quel bene che non è fatto dell’entusiasmo della novità, delle promesse del futuro, non quel bene appena nato, frizzante e pieno d aspettative. Io dico quel bene fatto di .. Vissuto. Quello litigato. Quello deluso. Quello che si è dovuto ricredere e ha pianto. Quello arrabbiato. Quello graffiato e gridato e anche qualche volta cattivo. Quello allontanato. Quel bene usato, straziato, vestito di stracci, stanco consumato, svuotato. Ma che non se ne va. Non smette di essere. È quello che ti rimane, per una persona. È un bene che ha saputo diventare odio. Eppure non se ne va. Non se ne vuole proprio andare. E rimane li, appiccicato in fondo allo sguardo. Ecco, quello.